Jacobin Italia

Madeleine all’amatriciana

10 Giugno 2026

Cosa ha portato l’industria culturale a fare dei cuochi il metro della temperatura del paese? Per capirlo bisogna indagare il rapporto tra cibo e sentimenti. Un viaggio tra ricette, emozioni e ricordi alla ricerca del food perduto

Il 29 agosto 2016, pochi giorni dopo la scossa che ha fatto tremare la terra del centro Italia, La Repubblica dava spazio allo chef stellato Antonino Cannavacciuolo – protagonista di programmi tv come Masterchef e Cucine da incubo – per raccontare le ferite del lutto e l’apprensione dei superstiti. La perdita degli affetti, dei luoghi più familiari, del lavoro e del futuro veniva per certi versi elaborata attraverso il racconto della pietanza che rappresenta il marchio identitario delle comunità colpite da quel terremoto. In breve tempo, la pasta all’amatriciana era diventata la protagonista indiscussa delle iniziative solidali di raccolta di fondi per la ricostruzione post-sismica, poiché – scriveva lo chef – rappresentava «il legame tra i territori e le comunità che li abitano».

Fooding

Cosa può dirci l’articolo di Cannavacciuolo, se lo leggiamo dieci anni dopo, da una prospettiva sintomatologica, cioè come l’indicatore di un fenomeno culturale e politico? Per dirla in un’altra maniera, più pane e salame: che tipo di società ha scambiato le penne dei poeti laureati con quelle, lisce o rigate, degli chef stellati? Cosa ha portato l’industria culturale a fare dei creativi della cucina le voci in grado di misurare la temperatura del paese?

È arduo immaginare una risposta univoca a tali domande. A meno di non voler ribadire il concetto un po’ piatto della sovraesposizione mediatica che caratterizza da anni il discorso gastronomico. L’onda lunga di questo momento aureo è stata declinata in tutte le forme possibili: cucina alta, economica, vegetariana, iperproteica, a basse temperature, crudista, casalinga, di strada, selvaggia… Negli ultimi dieci anni si sono moltiplicati format, contenuti e canali dedicati. Nelle colonne dei giornali sono aumentate le occasioni di riflessione gastronomica. Nelle campagne pubblicitarie è cresciuta l’esposizione dei cuochi-testimonial, spesso con effetti grotteschi. Nei flussi visivi sui social (in gergo feed: letteralmente foraggio, mangime per allevamento, quindi alimentazione e – per estensione – pasto) c’è stata un’esplosione molecolare di contenuti mangerecci, di expertise da sfoggiare ai fornelli e di nuovi vocabolari per rappresentare il mondo del cibo. Per certi versi, l’arte culinaria si è affermata nell’immaginario comune come il principale indice del saper vivere e come modello culturale dominante. 

Questa sorta di specchio dell’anima del tardo neoliberismo esibisce una torsione sintomale dei desideri e del senso comune legati al cibo: dalla cura alla competitività, dalla ricerca di godimento alla smania della valutazione, dalla condivisione alla performance. Evocando scherzosamente un titolo-chiave del filosofo francese Maurice Blanchot, il cibo è diventato a suo modo una forma di infinito intrattenimento: «Non è più ciò che si vive, ma ciò che si guarda o si mostra, uno spettacolo, una descrizione senza alcuna relazione attiva» che addormenta in noi il cittadino, «per tener sveglio, nella penombra di una mezza sonnolenza, solo l’infaticabile voyeur d’immagini». 

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