Jacobin Italia

Mangiare è un atto rivoluzionario

10 Giugno 2026

Il cibo come spazio collettivo e plurale contro le strette identitarie e gli edonismi. Perché mangiare è un modo di condividere, contaminarsi, spartire piacere e culture. Dialogo con Vito Teti, antropologo, sulle cucine italiane

Il cibo come condivisione, mescolanza e viaggio. Il contrario della chiusura e dell’individualismo. La nostra discussione con Vito Teti, antropologo che ormai da quasi cinquant’anni ragiona attorno al cibo, al rapporto con una tradizione che non è mai identitaria ma sempre legata alle dinamiche storicamente determinate, si concentra sul rito fondamentale del «mangiare insieme». Il rapporto con il cibo, insomma, va inteso come atto collettivo e sempre declinato al plurale. «Il mangiare è cosa mangi ma anche con chi mangi e dove mangi, qui sta la sacralità del cibo», dice il teorico, tra le altre cose, del concetto di restanza, intesa come il prendersi cura dei luoghi devastati dalla postmodernità, ma considerandoli nel mezzo delle contraddizioni della contemporaneità, senza mitizzarli in identità posticce o peggio ancora rimpiangere il passato.

Non c’è rispetto del cibo senza dimensione conviviale?

Questa dimensione conviviale c’è in tutte le culture tradizionali. Dimmi con chi mangi e ti dirò chi sei. La critica del mangiare in solitudine è stata fatta da Ernesto De Martino, che diceva che se c’è una cosa più terribile della fame è il nutrirsi individualista della modernità. Jean Baudrillard descrive le orde della modernità che negli Stati uniti mangiano camminando, in solitudine. Li racconta come dei defunti, li considera il segno della fine. Ecco perché la dimensione del mangiare assieme va recuperata. Non c’è solitudine più spersonalizzante del mangiare da solo. È anche segno di ingordigia: mangiare da soli una volta era il segno dei ceti alti, degli aristocratici. 

Questo discorso considera anche la dimensione di classe?

Certo, parlando di cibo non bisogna mai dimenticare le differenze sociali, che sono state cancellate. Per quanto oggi si cerchi di amalgamare tutto, il divario tra ricchi e poveri è stato fortissimo almeno fino all’inizio degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. La distinzione tra mangiatori di erbe e di carne, tra consumatori di pane nero e pane bianco è espressa in tutte le lingue e tutti i dialetti. Probabilmente la corsa a mangiare come i ricchi, l’inseguire la carne dei ceti popolari, contiene un desiderio atavico di rivalsa. La carne allora veniva vista come il cibo nutriente per eccellenza. 

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