La notte tra l’1 e il 2 ottobre 2025, le 45 barche della Global Sumud Flotilla hanno infranto il blocco imposto da Israele a Gaza. Il blocco è stato violato non solo perché le imbarcazioni non si sono fermate all’alt, e alcune sono arrivate a poco più di 20 miglia dalle coste di Gaza, ma perché nessuno oggi può più far finta di non sapere che il blocco di Gaza è illegale; che ha lo scopo di affamare la popolazione civile e di creare un ambiente avverso alla vita dei palestinesi; che è uno strumento di sopraffazione e vessazione di una potenza occupante, sorretto dall’intento genocida di annientare la popolazione civile attualmente presente nella Striscia e di limitare le possibilità della sua continuità intergenerazionale distruggendo le infrastrutture di riproduzione della vita. La Global Sumud Flotilla è stata in grado di violare soprattutto il sostegno silente e complice a quest’ideologia del genocidio, rivendicando il diritto di navigare pacificamente verso Gaza e, allo stesso tempo, liberando e diffondendo come un virus nelle strade e nelle piazze la potenza di questa rivendicazione contro ogni oppressione.
Una lezione di decolonizzazione del diritto
In un articolo del 2025 sul Journal of Genocide Research, la studiosa armeno-palestinese Nadera Shalhoub Kevorkian ha offerto un’immagine potentissima, che mette in relazione lo smembramento dei corpi sotto il genocidio con quello della Palestina come corpo politico, ovvero con la negazione di esistenza e integrità di un organismo sostenuto da un sistema di connessioni con le sue articolazioni vitali.
A fronte di atti di amputazione deliberati, che non violano semplicemente il diritto internazionale ma lo delegittimano e lo destituiscono, l’internazionalismo della Flotilla, la sua pratica di liberare il mare collegando le sponde del Mediterraneo, ha mostrato nuove connessioni possibili. Dalla Palestina si dirama oggi una diversa ecologia del diritto, una visione alternativa a un diritto internazionale degli Stati egemoni eretto a difesa della necropolitica della guerra e dei confini che chiudono le vie di fuga e impongono gerarchie di oppressione. Una visione che trae il suo sostentamento dal basso, dalle pratiche di resistenza e dai sistemi di connessione che queste producono.
Da giuriste, impariamo dalla Palestina una lezione sulla decolonizzazione del diritto, fatta di pratiche tangibili e quotidiane che, proprio per questo, hanno la capacità di nutrire una riflessione teorica vitale e utile a comprendere anche altri contesti. È una lezione che ci insegna, in primo luogo, che il diritto si pratica prima ancora di essere riconosciuto come tale, e che la sua legittimità non deriva dalla sua formalità, ma dalla capacità di proteggere la vita laddove gli Stati la distruggono. Sotto l’occupazione, invocare il diritto non significa chiedere inclusione nell’ordine esistente, ma rivendicarne la trasformazione radicale a partire dalla resistenza dei corpi che si oppongono alle distruzioni delle case, alle annessioni illegittime delle terre, agli arresti arbitrari, e così via.
