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Mélenchon può ricostruire la sinistra

13 Aprile 2022

France Insoumise ha ribadito lo schema delle presidenziali precedenti. Ma ha corretto i toni anti-Ue, si è aperta alla società civile e ha coinvolto i movimenti per il clima. Ora si prospetta un passaggio ulteriore

Al terzo tentativo, terza sconfitta. Dopo le sue candidature del 2012 e del 2017, Jean-Luc Mélenchon ha nuovamente mancato l’accesso al ballottaggio per le elezioni presidenziali francesi. Ma questa volta, il risultato è parso una vittoria. Mentre i sondaggi fino al giorno delle elezioni gli hanno attribuito il 15-17% di sostegno, il risultato finale è stato del 22%. Mélenchon ha ottenuto 400.000 voti meno di Marine Le Pen (23,1%) mentre nel 2017 li avevano separati 600.000 voti.

Mélenchon non ha impedito l’atteso duello tra Emmanuel Macron e Le Pen. Eppure ha avuto qualche motivo di soddisfazione. I suoi 7.714.000 voti sono cresciuti di 700.000 rispetto al 2017, nonostante l’ultima volta avesse tre contendenti a sinistra mentre questa volta erano cinque. Si è anche trattato del risultato più alto raggiunto da un candidato di sinistra radicale nella storia della Quinta Repubblica, cominciata nel 1958.

Come nel 2017, Mélenchon si è classificato al primo posto tra il voto dei giovani. È stato sostenuto da un terzo dei giovani tra i diciotto e i trentaquattro anni, ma solo dal 9% degli elettori sopra i settanta. Sono stati gli elettori ultra-sessantacinquenni a portare Macron al secondo turno, un candidato che vuole aumentare l’età pensionabile per tutti coloro che hanno meno di sessantacinque anni.

Anche la geografia del voto è stata eloquente: Mélenchon ha ottenuto ottime percentuali nelle grandi città, tra cui Nantes (33%), Lione (31%), Marsiglia (31%) e Parigi (30%): è stato anche il più votato nella capitale e nell’11° arrondissement, non proprio il più proletario. Ha fatto un passo avanti nella periferia orientale di Parigi, che ha una vasta popolazione di lavoratori di origine immigrata. Ha superato il 50% in diverse di questi municipi, così come nei territori d’oltremare della Francia. Questo può essere visto come un successo per la difesa della «creolizzazione» culturale, per la sua esplicita lotta contro l’islamofobia e la sua denuncia della violenza della polizia. Su questi punti, Mélenchon ha adottato una linea più aperta rispetto al 2017, quando aveva essenzialmente preso di mira i «fâchés pas fachos» – la Francia operaia «arrabbiata e non fascista» che poteva essere tentata dal Rassemblement National di Le Pen.

Mélenchon è ormai il leader indiscusso della sinistra francese, i suoi concorrenti si trovano in condizioni miserabili. Il Partito socialista (Ps) – dal 1981 al 2017 uno dei due partiti che si sono alternati al governo della Francia, con due presidenti – ha preso solo l’1,7%. Era già crollato al 6,4 nel 2017, devastato dai cinque anni di presidenza Hollande, che ha perseguito una politica neoliberista con Macron come suo ministro dell’economia. Molti hanno immaginato che la candidata del PS 2022 Anne Hidalgo non potesse fare di peggio, e invece è accaduto. Anche i Verdi (4,6%) non hanno raggiunto la soglia del 5% necessaria per accedere al rimborso dei costi della campagna elettorale. La crisi ambientale è la seconda preoccupazione più alta degli elettori francesi (dietro al costo della vita), eppure il candidato dei Verdi non ne ha beneficiato. Il voto «ambientalista» è andato in gran parte a Mélenchon, il cui programma è stato giudicato più convincente da molte Ong e associazioni ecologiste. Diverse personalità dei movimenti per il clima hanno anche sottoscritto il programma di Mélenchon, L’avenir en commun.

Quanto al Partito Comunista (Pcf), che ha sostenuto Mélenchon nel 2012 e nel 2017, ma questa volta ha presentato il proprio candidato su una linea «patriottica», ha ottenuto 800.000 voti (2,3%). Ne sarebbero bastati la metà per portare Mélenchon al ballottaggio. Infine, i due candidati di estrema sinistra, Nathalie Arthaud (0,6%) e Philippe Poutou (0,8%) – come Mélenchon candidati per la terza volta – hanno raggiunto il loro minimo storico.

Voto utile?

Nel tratto finale della campagna elettorale, Mélenchon ha beneficiato di una specie di «voto pragmatico». Di fronte alla minaccia dell’estrema destra (potenziale vincitore del ballottaggio), molti sostenitori di comunisti, socialisti, verdi e dei due candidati di estrema sinistra, hanno preferito votare per Mélenchon per cercare di eliminare Le Pen dal ballottaggio. Ma il «voto pragmatico» è uno strumento adattabile, che anche l’estrema destra sa maneggiare. Molti dei sostenitori del polemista petainista Éric Zemmour alla fine hanno optato per Le Pen. Zemmour, che a un certo punto era dato al 18%, alla fine ha ottenuto solo il 7%, mentre Le Pen è cresciuta dal 12 al 23%.

Il «voto pragmatico» ha avuto un ruolo anche nel centrodestra: i repubblicani conservatori e la loro candidata Valérie Pécresse – eredi di Charles de Gaulle, Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy – hanno preso solo il 4,8%. La destra borghese del libero mercato si è spostata massicciamente su Macron, che ha governato per cinque anni con due primi ministri di destra, con una politica fiscale e sociale al servizio degli interessi borghesi.

Ma il 22% di Mélenchon non è solo il risultato del «voto pragmatico». Già nel 2017, la sua campagna era stata giudicata la più vincente dal complesso dei francesi. La campagna elettorale del 2022 ha avuto gli stessi toni. Mélenchon ha ribadito gli elementi che spiegavano la sua forza nel 2017: una grande «manifestazione per la Sesta Repubblica» ha riunito circa centomila persone il 20 marzo. Il 5 aprile ha tenuto un evento in cui è apparso contemporaneamente in forma di ologramma in dodici città.

Le sue squadre hanno organizzato quaranta manifestazioni a settimana in tutta la Francia e novanta nell’ultima settimana. Nelle manifestazioni in cui era presente, ha radunato migliaia di persone e diverse decine di migliaia a Parigi, Marsiglia e Tolosa; le più grosse tra tutti i dodici candidati. Mélenchon era sempre presente anche sui social network: su Facebook, Twitter e YouTube, come nel 2017, ma ora anche su Twitch e TikTok, con la trasmissione #AlloMélenchon. Tra tutti, i video di Mélenchon sono stati i più visti. Allo stesso modo, i suoi interventi televisivi sono stati i più seguiti, insieme a quelli di Zemmour. Se a questo aggiungiamo il fatto che il candidato, il programma e il logo sono gli stessi del 2017, possiamo dire che Mélenchon ha organizzato una campagna elettorale di successo e che questo è dovuto agli stessi ingredienti di cinque anni fa.

Ma sono stati apportati alcuni piccoli aggiustamenti. A cominciare dal programma: il «piano B» per l’uscita dall’Unione europea è stato abbandonato a favore di una posizione più consensuale di «disobbedienza» ai Trattati Ue; e anche l’aspetto ecologico del programma è stato notevolmente rafforzato, con particolare attenzione alla pandemia. France Insoumise è inoltre diventata l’Union Populaire. Questo passaggio è stato accompagnato da una nuova struttura: Mélenchon ha creato un «Parlamento dell’Union Populaire», riunendo trecento personalità. La metà è composta da militanti, quadri e rappresentanti eletti di France Insoumise. Ma l’altra metà sono persone che non appartengono all’Union Populaire: sindacalisti, artisti, scrittori, leader di comunità, sindacalisti, persone di altri partiti politici, attiviste ambientaliste, femministe e antirazziste. Questo «Parlamento» è la prova della capacità di Mélenchon di aprire e radunare nuove forze e nuove persone. Anche se il nome è fuorviante: i suoi membri non sono eletti, ma nominati da Mélenchon.

L’arbitro

Per la seconda volta consecutiva la Sinistra è assente dal ballottaggio. Non era successo prima: ogni volta che la sinistra era assente dal secondo turno (nel 1969 e nel 2002), tornava cinque anni dopo. Questa volta, la cancellazione della sinistra è più duratura e preoccupante. Tuttavia, mentre il voto totale per i candidati di sinistra nel 2017 è stato del 27%, domenica è stato del 32%, con un aumento di 2 milioni di voti.

Questo dato smentisce tutti coloro che dicono che la sinistra francese è finita. Tuttavia, un sistema a lungo diviso tra Sinistra e Destra è ora tripolare: un polo di estrema destra con Le Pen, uno borghese liberale-autoritario con Macron e uno sociale, ecologico di sinistra dietro a Mélenchon. Quest’ultimo sarà assente al secondo turno del 24 aprile, ma è paradossalmente al centro dell’attenzione, con Macron e Le Pen che cercano entrambi di attirare l’elettorato di Mélenchon.

Macron afferma che «le nostre vite valgono più dei loro profitti» (ripetendo uno slogan alter-globalista). Domenica sera ha parafrasato Mélenchon per insistere, nonostante i suoi precedenti, che c’è un urgente bisogno di ricostruire lo stato sociale, difendere «i lavoratori e i precari» e dare inizio alla «svolta ecologica». Le Pen intanto ha invitato gli elettori di sinistra a sostenerla e prevenire la «distruzione sociale» pianificata dal «presidente dei ricchi». Mélenchon e il suo elettorato saranno, dunque, arbitri del secondo turno.

Come si comporterà Mélenchon nelle prossime settimane, ora che si trova al vertice della sinistra? Cinque anni fa, quando alle 20 il telegiornale annunciò i risultati delle elezioni, aspettò più di due ore prima di parlare, apparendo sbalordito e rifiutandosi di ammettere le cifre ufficiali fino a mezzanotte. La sua esitazione e la richiesta di una consultazione interna sull’opportunità di sostenere Macron per il ballottaggio furono ampiamente criticate. Questa volta, ha parlato rapidamente e ha ribadito il punto che «nessun voto deve andare a Le Pen». Tuttavia, non ha chiesto esplicitamente un voto per Macron. Sa che una parte del suo elettorato è tentata dall’astensione o dalla scheda bianca e crede che Macron sia un pompiere piromane, che deliberatamente rafforza l’estrema destra per fingere di essere una «barriera» contro di essa il giorno delle elezioni.

Il futuro della sinistra

Due domande sorgono ora per Mélenchon: rimarrà a capo del suo movimento? Lo aprirà a una grande «unione di sinistra» in vista delle elezioni legislative di giugno? Il futuro di France Insoumise, e soprattutto il futuro della sinistra francese, dipende dalle scelte che farà nei prossimi giorni.

Questa è stata l’ultima campagna presidenziale di Mélenchon? La maggior parte dei commentatori lo afferma, e lui stesso a volte lo ha dichiarato. Ma ha anche osservato, a Marsiglia il 27 marzo, che avrebbe «probabilmente fatto altre campagne elettorali» se la situazione lo avesse richiesto. Lunedì, il suo braccio destro, il deputato Adrien Quatennens, ha dichiarato ai media: «Quest’uomo non è sostituibile nel panorama politico. Gli uomini non sono pedine che possono essere scambiate». L’altro luogotenente, Manuel Bompard, ha aggiunto: «Tutto può succedere».

Certamente, a Mélenchon non è mai piaciuto condividere il potere. Nelle organizzazioni da lui fondate negli ultimi anni ha sempre impedito il pluralismo e il dibatitto interno. Con il 22% dei voti, il terzo uomo della politica francese sembra a malapena disposto a dimettersi. Non ha un successore naturale. Mélenchon avrà settantasei anni quando arriveranno le prossime elezioni presidenziali (sebbene Joe Biden sia stato eletto a settantotto anni). Mélenchon si è fatto forte della postura da «vecchio saggio» che ha adottato durante questa campagna elettorale. Quindi, non possiamo escludere che corra di nuovo.

Un’ultima domanda cruciale: cosa farà Mélenchon in vista delle elezioni parlamentari del 10 e 17 giugno (e in vista dei prossimi cinque anni)? Già nel 2017, anche allora primo a sinistra, Mélenchon rifiutò qualsiasi alleanza con altre forze di sinistra, compresi i comunisti, che lo avevano sostenuto alle elezioni presidenziali. France Insoumise elesse diciassette parlamentari (su 577). Molti a sinistra lo criticarono per aver fatto da solo e «schiacciato» il resto della sinistra. Stavolta prenderà la direzione opposta, ossia offrire agli altri la possibilità di unirsi a lui in una casa politica comune?

Questa nuova unione di sinistra dovrebbe avere un programma comune (negoziato sulla base di quello attuale di Mélenchon), la direzione dovrebbe essere collegiale e le candidature ai seggi parlamentari dovrebbero essere distribuite in base ai rapporti di forza all’interno della sinistra. Mélenchon ha un’opportunità storica per guidare questa alleanza e nelle ultime due settimane ha già avviato i colloqui con i comunisti e i Verdi. Il prossimo mese ci dirà se un’unione del genere può funzionare.

*Manuel Cervera-Marzal è sociologo all’università di Liegi. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.