Jacobin Italia

Mito e anti-mito della frontiera

3 Dicembre 2025

Owen Lattimore, intellettuale anomalo dalla formazione originale, distrusse il nucleo fondativo della storia statunitense. La sua opera è fondamentale per decostruire la triade Confini/Progresso/Stato-nazione

Lo scontro tra il professor Owen Lattimore, studioso della realtà cinese e professore universitario, e il senatore McCarthy (e il suo scherano McCarran) mostrò all’opinione pubblica come la paranoia anti-comunista degli anni Cinquanta sfociasse facilmente nell’ottusità. Rimase piuttosto celebre il modo in cui il professore rispose alla lista di 130 «frasi» che la corte riportò associando affermazioni riconducibili all’Unione sovietica e concetti estratti dall’imponente opera dello studioso. La difesa ebbe l’idea brillante di ribaltare l’esercizio: alle stesse affermazioni venivano associate dichiarazioni di Eisenhower, Churchill e addirittura giornali liberali come il Time. Quell’enorme truffa fatta di «mezze verità», giocata contro il Senato e il popolo americano, si auto-ridicolizzava in tutta la sua evidenza.

D’altra parte, Lattimore aveva buon gioco a rispondere ai suoi accusatori con sprezzo e superiorità intellettuale, lui che non veniva dal mondo universitario – in quasi tutti i suoi saggi importanti, egli ebbe modo di insistere sulla sua formazione anomala da autodidatta: quando venne chiamato alla John Hopkins University a Baltimora non aveva né un dottorato e nemmeno una laurea. La sua conoscenza profondissima dell’Asia «interna» (in particolare del mondo mongolo) derivava da una lunghissima esperienza sul campo, dall’adolescenza passata a Tientsin e poi, dopo gli studi in Svizzera e Inghilterra, dalla sua attività in una ditta di import export che gli permise di perlustrare la Cina degli anni Venti del Novecento, quando la generazione di giovani nazionalisti, formatasi perlopiù in Giappone, cercava di liberare il territorio asiatico dal giogo dei signori della guerra e dalle mire imperialistiche dell’Europa. 

Lattimore collaborò con Chiang Kai-Shek per conto del presidente Roosvelt negli anni Quaranta, ma ebbe anche modo di conoscere Mao Tse Tung alla fine del decennio precedente: rispetto al complottismo maccartista, che descriveva l’affermazione del comunismo come la realizzazione di cospirazioni compiute da una ragnatela di spie sovietiche, Lattimore rimase sempre fedele a una visione complessa dell’affermazione dell’indipendenza cinese e della rivoluzione comunista, ipotizzando anzitempo che Cina e Urss si sarebbero, infine, scontrate. Non era profezia, ma era «geopolitica», una disciplina che proprio Lattimore tenne a battesimo, seppur in una versione assai differente da quella che sarebbe stata coltivata dopo la sterilizzazione anticomunista: una visione dei rapporti tra le potenze non puramente tecnica e arida, ma fortemente radicata nella visione storica e nelle qualità geografiche e sociali delle relazioni tra Stati.

L’origine sociale della frontiera

Lo storico dell’Illuminismo Franco Venturi si era speso, all’inizio degli anni Sessanta, per far tradurre da Einaudi i saggi di Lattimore; anche Calvino giudicò di certo interesse gli studi sulla Mongolia. Nel 1970 uscì l’imponente La frontiera, una raccolta che aveva al centro il saggio omonimo, pubblicato nel 1955 e vera e propria summa della visione singolare dello studioso, presentata in occasione di un Congresso internazionale di storici tenutosi proprio a Roma. «Le frontiere hanno un’origine sociale e non geografica» è la formula memorabile con cui Lattimore dialogava e travolgeva, nella sua maniera sotterranea ma decisa, il mito fondativo della storia americana.

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