Jacobin Italia

Moriremo retequattristi?

7 Dicembre 2022

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Il canale berlusconiano delle soap-opera e delle televendite da qualche anno è diventato un contenitore di talk-show politici. È il laboratorio del senso comune costruito dalle destre al potere

C'è un fuoco di sbarramento comunicativo che prepara da anni quotidianamente il terreno alla destra di Giorgia Meloni e che l’ha accompagnata al potere. Proviene dalla televisione. Cioè un media dell’altro secolo ancora egemone presso buone fette della popolazione italiana, seppure in chiave postmoderna. È un miscuglio di allarmi securitari e ideologia proprietaria, messaggi xenofobi e occhieggiamenti al cospirazionismo anti-vaccinista o alle galassie no euro. Chiameremo questo fenomeno retequattrismo. È il punto di connessione tra l’immaginario berlusconiano e la guerra civile culturale condotta dalla destra, tra la propaganda televisiva e l’ideologia reazionaria.

Tra realtà e rappresentazione 

Il termine retequattrismo non è frutto di analisi massmediologiche né deriva da ricerche di scienziati della comunicazione. Chi scrive lo ha imparato dai tweet di Sergio Scandura, giornalista di Radio radicale impegnato quotidianamente a contrastare la «Vandea retequattrista» (cit.) sul fronte siciliano dei porti, degli sbarchi dei migranti e delle «emergenze invasione» costruite ad arte nel corso di questi anni. Questo fatto è già di per sé significativo: un cronista sul campo che misura giorno per giorno la distanza tra la realtà dei fatti e la rappresentazione mediatica mainstream ha individuato un fenomeno e ha avvertito l’urgenza di identificarlo, di dargli un nome. L’etichetta di retequattrista poteva sembrare soltanto una boutade da social, un modo per sintetizzare via Twitter una galassia di grammatiche e linguaggi. Invece funziona come traccia di analisi del senso comune costruito dalla destra al potere.

Genealogia 

Rete 4 compie quest’anno quarant’anni. Fu fondata nel 1982, agli albori dell’emittenza televisiva privata italiana. La quota di maggioranza apparteneva all’editore Mondadori (64%). Da subito, tuttavia, il canale soffrì la concorrenza con il berlusconiano Canale 5. Il momento simbolico e concreto del collasso dell’intrapresa mondadoriana nell’etere arrivò nel 1983, quando Mondadori si imbarcò nell’acquisto a un prezzo esorbitante della serie-tv di provenienza statunitense Venti di Guerra, che venne lanciata con dispendioso battage pubblicitario, Canale 5 sbaragliò la concorrenza con la soap opera pruriginosa (si parlava degli amori di un parroco) Uccelli di Rovo, anch’essa prodotta dagli americani della Abc. A quel punto Berlusconi acquistò per 130 miliardi di lire Rete 4, che portava in pancia un ricco portfolio di telenovelas frutto della partnership con i brasiliani di Rede Globo. Nella divisione del lavoro mediatico di Fininvest (poi Mediaset), Canale 5 gioca la parte della rete ammiraglia, quella dei grandi show e delle produzioni generaliste di punta, la scanzonata Italia1 si rivolge al pubblico di bambini e adolescenti, con cartoni animati, telefilm e teen-movie e Rete 4 fa un tutt’uno con i centrotavola dei salotti e i divani ancora foderati di plastica davanti alle televisioni accese dei nonni: appare da subito pensata per il pubblico femminile e per la parte più anziana dell’audience, si impegna a co-produrre telenovelas ad hoc con emittenti sudamericane (dalla collaborazione con l’Argentina arriva Manuela), ai tele-venditori spetta il compito di intrattenere il pubblico tra un tele-romanzo e l’altro. Nel 1990 entra in vigore la controversa Legge Mammì, che fotografa il duopolio Rai-Fininvest e riconosce alle emittenti berlusconiane la possibilità di trasmettere in diretta. Di contro, ogni canale ha l’obbligo di produrre un proprio telegiornale. Il primo giugno del 1991 debutta il Tg4, che può essere considerato il primo notiziario televisivo del berlusconismo. Nel giro di pochi mesi, il Tg viene affidato a Emilio Fede, che è volto noto del giornalismo Rai ma costretto alle dimissioni dall’azienda pubblica quando viene denunciato per gioco d’azzardo.

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