All’inizio fu la storia guerrigliera, ma a ricordare Pepe Mujica sarà soprattutto il trattore. Uno dei presidenti più iconici dell’America latina, volto nuovo, nonostante sia divenuto presidente dell’Uruguay a quasi 70 anni, della sinistra latinoamericana, e internazionale, è morto dopo una lunga malattia. La sua storia costituisce un unicum nella storia politica, non solo perché è riuscito a portare una sinistra che ha conosciuto la lotta armata ai piani più alti del potere, ma soprattutto per come lo ha gestito. Lontano dagli sfarzi, dall’esibizione elitaria della carica conquistata, sempre legato alla sua fattoria condivisa con la moglie, in grado di salire sul trattore per coltivare i suoi campi dopo una giornata passata al palazzo presidenziale.
Mujica è nato e cresciuto in una famiglia di piccoli proprietari agricoli alla periferia di Montevideo, è stato attratto fin da giovanissimo dalla politica, impegnandosi nel movimento studentesco. Nella «Svizzera dell’America latina», paese più prospero della media e con una modernizzazione conosciuta già a inizio del Novecento, gli anni 60 vedono però un cambio di condizioni: l’alternanza tra i Blancos e i Colorado al governo non offre grandi vie d’uscita dalla situazione di crisi. Mujica decide di unirsi al Movimento di Liberazione Nazionale (Mln-T ), meglio conosciuto come Tupamaros. È un’opposizione radicale che racchiude diverse tendenze ideologiche di sinistra – socialiste, maoiste, libertarie – e che ingaggia una resistenza clandestina contro il governo. Riferimento obbligato sarà Cuba: recatosi direttamente nell’isola per conoscere di persona il socialismo di Fidel Castro,Mujica definisce «meraviglioso» quel viaggio. L’attività clandestina lo porta in carcere più volta, l’ultima delle quali, la più dura, nel 1972, sotto la presidenza di Juan María Bordaberry Arocena, che l’anno successivo compirà un colpo di stato che produrrà la più alta percentuale di prigionieri politica in relazione alla popolazione di un paese latinoamericano. Mujica e compagni subiscono una detenzione al limite della tortura, in condizioni durissime, tra isolamento, maltrattamenti, tenuti come “ostaggi”, ritorti contro il possibile ricorso alla lotta armata da parte del Mln-T.
La libertà giunge nel 1985, quando, dalle elezioni democratiche convocate dal dittatore Gregorio Álvarez Armellino emerge una nuova Assemblea Generale e una legge di amnistia per tutti i detenuti politici. Mujica annuncia la fine della lotta armata e abbraccia la nuova formula politica che segnerà la vita della sinistra uruguaiana. Nasce infatti la tattica del Frente Amplio, coalizione di vari partiti di sinistra e progressisti come il Partito Comunista dell’Uruguay, il Partito Democratico Cristiano e il Partito per il Governo del Popolo. una sorta di Ulivo ante litteram. Nel frattempo Mujica si stabilisce con la sua compagna, Lucía Topolansky Saavedra, anch’essa impegnata nei Tupamaros, in una piccola fattoria del quartiere rurale di Rincón del Cerro, a Montevideo, dove inizia la sua vita di contadino con l’aiuto di un trattore e alcuni strumenti. Nel dicembre 1985, la Terza Convenzione Nazionale del Mln-T valorizza il Frente Amplio come «la possibile sintesi politica delle lotte del popolo uruguaiano». Che finalmente vince le elezioni presidenziali alla terza candidatura di Tabaré Vasquez, con il 51% dei voti. Vasquez è del Partito socialista, ma la componente più forte dell’alleanza sarà quella dei Tupamaros e della Lista 609. Mujica, rinnova il suo seggio con più di 300.000 voti (l’Uruguay ha una popolazione di poco più di 3 milioni) e la sua compagna, è in testa alla Lista 609, Nell’esecutivo di Vasquez Mujica diventa ministro dell’Allevamento, Agricoltura e Pesca. Ma sarà nel 2009 che arriva il suo momento quando si candida alla presidenza sfiorando il 48% al primo turno e vincendo con il 52,4% al secondo turno.
Sotto la sua presidenza, l’Uruguay ha consolidato la politica socialdemocratica di Vasquez, ma con Mujica si sono realizzate alcune riforme civili di grande impatto: la depenalizzazione dell’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la legalizzazione, sotto la regolamentazione statale, del mercato della marijuana, giustificata per la lotta contro il narcotraffico. Mujica non ha fatto mistero di preferire, come modello di governo in America latina, Lula a Chavez, ha chiuso il conflitto con l’Argentina, appoggiato il processo di pace in Colombia, tenuto buoni rapporti con l’amministrazione Obama.
*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme).

