Jacobin Italia

Mutare di segno la necessità

20 Settembre 2023

La Resistenza ha rappresentato la rottura di un ordine, una scelta che ha anche saputo gestire la violenza in modo da non lasciarsene inghiottire. «Altrimenti saremmo ancora fascisti», ammoniva un dispaccio di Giustizia e libertà

Interpellata, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sulla genesi della sua scelta partigiana, Rossana Rossanda ammetteva: «il rischio che alcuni di noi corsero allora non fu quello di diventare fascisti, ma di salvarsi l’anima per sempre nell’aristocrazia degli studi». Queste parole fanno emergere come la scelta per la Resistenza non fosse scontata e, soprattutto, iscritta automaticamente all’interno di esperienze pregresse, fossero queste di natura intellettuale, religiosa, morale, sociale o politica. 

Italo Calvino, coinvolto nella medesima inchiesta, concordava sull’esistenza di una diastasi – ovvero di una divaricazione impossibile da colmare passo a passo, ma che necessitava di un salto – da superare: «tra il giudicare negativamente il fascismo e un impegno attivo antifascista c’è una distanza che forse oggi non riusciamo più a valutare». Affinché ciò avvenisse, doveva accadere qualcosa dall’esterno, ovvero una dinamica oggettiva ed etero-determinante in grado di precedere il travaglio interiore, come messo puntualmente in evidenza da Giaime Pintor nel 1941: «posta di fronte a dei problemi vitali, educata fra avversità precise e sensibili, l’ultima generazione non ha tempo di costruirsi il dramma interiore: ha trovato un dramma esteriore perfettamente costruito». Tale oggettività generativa, che si palesò nella guerra, agì sia sul piano esistenziale – «non fui io a impegnarmi nella politica attiva, fu la guerra che mi impegnò», scrive Franco Fortini – che sul piano epistemico, quello della pensabilità del proprio tempo: «la guerra diventò presto lo scenario dei nostri giorni, il tema unico dei nostri pensieri. Nella politica, anzi nella storia, ci trovammo immersi pur senza alcuna opzione volontaria», continua Calvino. 

Da questi frammenti, la guerra mondiale e la Resistenza sembrano determinare, al di là di un’effettiva partecipazione alla lotta armata, l’ordine rappresentativo entro il quale un’intera generazione ha simbolizzato e costruito la propria soggettività, intesa come consustanziale appartenenza a sé e al mondo. Una generazione, che è stata definita degli anni difficili, costituita da soggetti che hanno dovuto trovare le forme per salvare sé stessi, attraverso gli eterogenei stilemi dell’impegno, dalla bulimia di storia, direbbe Danilo Kiš, cui il Novecento li aveva costretti.

La storia come esperienza personale

Per reggere un’identità così estroflessa e decentrata, Calvino parla della necessità di sviluppare una «speciale sensibilità della storia come esperienza personale», che trova nella questione privata fenogliana e nella figura del Kim del Sentiero dei nidi di ragno – «Domani sarà una grande battaglia. Kim è sereno. ‘A, bi, ci’, dirà. Continua a pensare: ti amo, Adriana. Questo, nient’altro che questo, è la storia» – alcune delle più alte e complesse rappresentazioni. 

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