Il Parlamento europeo ha inviato nel 2013 alla Commissione europea una raccomandazione finalizzata alla redazione di uno statuto della mutua europea. Tale proposta dovrebbe tenere conto delle particolari norme di funzionamento delle mutue in quanto queste «forniscono una vasta gamma di servizi assicurativi, servizi di credito e altri servizi» su base solidaristica e finanziamento collettivo. Tra questi “altri servizi” quelli sanitari occupano in Italia un ruolo fondamentale.
In un progetto di ricerca svolto su incarico della Fondazione Cariplo e intitolato La rinascita del mutualismo si scrive che «in quanto riconducibili alla categoria degli enti mutualistici, le fondazioni possono essere a pieno titolo riconosciute come componenti del terzo settore», espressione che vuole richiamare la «terzietà degli enti mutualistici sia rispetto al privato sia rispetto al pubblico». Se pensiamo che in Europa, sulla base dei dati della Federazione internazionale per l’assicurazione cooperativa e mutualistica, le società mutualistiche possono contare su 400 miliardi di euro di premi raccolti, ci rendiamo conto che l’insidia principale al concetto e alla pratica di mutualismo venga oggi dalle aspettative di profitti in campo sociale e sanitario con conseguente riduzione, o cancellazione, del welfare così come lo abbiamo conosciuto. Di fronte a tali progetti impallidisce anche la dimensione del cooperativismo storicamente determinato e che in Italia, a fine 2015, generava un fatturato di 72 miliardi riferito solo alle prime 250 cooperative con profitti complessivi pari a 382 milioni. Le Coop sono in effetti aziende globali gestite come tali e inserite in un mercato altamente competitivo dove la differenza viene fatta dall’aumento della produttività e dalla riduzione del costo del lavoro.
Eppure il ritorno alle origini del movimento operaio, là dove tutto ebbe inizio, si diffonde e si radica nel nostro Paese. Esiste un mutualismo conflittuale che mette in pratica esperienze di solidarietà dal basso direttamente tra coloro che hanno pagato e continuano a pagare la crisi economica e gli effetti delle politiche neoliberiste; tra chi sperimenta forme diverse di produzione e redistribuzione delle risorse; tra chi mette in pratica un agire collettivo improntato all’autorganizzazione e all’autogestione democratica.
Un mutualismo impregnato dell’aspirazione alla trasformazione sociale che quindi recupera la sua origine e la sua potenzialità. E che inizia a sperimentare, accanto a forme di economia sociale e solidale, anche la “forma rivoluzionaria” di nuove istituzioni per una nuova società. Un mutualismo politico.
