Parlare di identità nazionale non comporta essere nazionalisti nel senso in cui questa espressione viene spesso intesa, cioè come più o meno sinonima di sciovinismo. Si può distinguere un modo di intendere la nazionalità che riconosce l’importanza dell’identità nazionale per il benessere delle persone e che prende in considerazione l’interesse nazionale come vincolo per l’azione dei governi, da uno che invece vede nella nazione un’entità superiore rispetto alle persone che la compongono e che quindi può imporre loro qualunque sacrificio, anche il più estremo, in nome del benessere collettivo. Mentre nel primo caso il valore della nazionalità è compatibile con istituzioni politiche che rispettino i diritti delle persone e con una preoccupazione per la giustizia sociale che trovi fondamento in tali diritti, nel secondo esso si coniuga solitamente con forme di autoritarismo e con una politica estera aggressiva.
Spesso l’emancipazione politica delle nazionalità è avvenuta rivendicando una «casa comune» per un gruppo etnico attraverso la creazione di uno Stato autonomo, ma non c’è alcuna ragione per ritenere che l’omogeneità etnica sia una condizione necessaria della nazionalità. L’idea di Ernest Gellner per cui il «principio nazionale» richiederebbe la coincidenza tra entità politica e gruppo etnico riassunta dal motto «uno Stato, una cultura», trasforma in definizione di «nazione» una possibile manifestazione della nazionalità. Un gruppo etnico si identifica per la presenza di tratti culturali dotati di notevole uniformità. Già David Hume avvertiva che le «persone sensate» ammettono, per quanto riguarda la presenza dei tratti culturali che definiscono un «carattere nazionale», delle eccezioni che mal si conciliano con i requisiti più stringenti dell’identità etnica. Lo stesso si può dire anche dell’idea, spesso evocata quando si parla di nazionalità, che essa supporrebbe una comune ascendenza (il «legame del sangue»). La tentazione di ricondurre i tratti culturali comuni di un gruppo nazionale alle caratteristiche genetiche sottostanti è sin troppo nota. Anche in questo caso, Hume dubitava, segnalando l’importanza dell’acquisizione culturale delle caratteristiche nazionali. Un resoconto, per quanto sommario, dei fattori che contribuiscono a formare queste caratteristiche in ognuno di noi dovrebbe comprendere almeno: genitori, insegnanti, amicizie, letture e altri mezzi di diffusione delle informazioni, giochi, pressioni ambientali internalizzate, premi e punizioni, panorami, odori, modi di dire e cadenze nel parlare, eroi nei quali ci si immedesima nell’infanzia, miti, favole e leggende.
In un certo senso, quando si viene chiamati a spiegare il proprio modo di intendere la propria identità nazionale è difficile sfuggire alle modalità dell’autobiografia. Non c’è dubbio che l’identità nazionale sia una parte dell’identità di una persona dove però è particolarmente interessante non tanto ciò che rende la propria esperienza unica, ma proprio ciò che la rende tipica. Aver imparato le stesse storie, aver cantato le stesse canzoni, aver sofferto delle stesse privazioni (chi più e chi meno) è ciò che rende delle persone, per altri aspetti diverse e distanti per istruzione o posizione economica, dei «connazionali».
L’illusione di chi ritiene che un carattere nazionale possa essere identificato con una serie di tratti che siano tutti presenti in ciascuno dei membri di un gruppo nazionale dipende da un fraintendimento dell’uso che viene fatto, in questo contesto, del termine «identità». Cosa voglia dire per delle persone condividere un’identità non è facile da spiegare anche perché chiama direttamente in questione gli atteggiamenti di tali persone e il modo in cui esse stesse descrivono la propria vita. L’espressione «somiglianza di famiglia» usata da Wittgenstein per illustrare il modo in cui usiamo certi termini generali si presta molto bene a rendere il senso in cui diciamo che delle persone condividono un’identità. Esse avranno alcune attitudini in comune, non necessariamente le stesse, ma ciascuna avrà delle caratteristiche che altri membri del gruppo hanno. Spesso per parlare di queste cose si usa la metafora delle «radici». Essa è importante almeno da due punti di vista: (i) perché esplicita il legame che la nazionalità ha con un territorio (che spesso costituisce il presupposto della rivendicazione di autonomia politica dei gruppi nazionali); e (ii) perché viene impiegata quando si parla di «sradicamento» per esprimere un tipo di malessere che si accompagna al vivere in contesti sociali poco familiari. Se la nazionalità non fosse importante per il benessere delle persone, esse non darebbero tanto valore al riconoscimento di questo aspetto della loro identità. Che questo malessere possa manifestarsi in forme aggressive e violente è una triste verità, ma non dimostra che ci sia un legame necessario tra identità nazionale e sciovinismo o, peggio ancora, razzismo.
