Il lavoro nel capitalismo digitale è soprattutto una questione di sincronizzazione dello spazio-tempo, e ciò vale ancor più nel mondo della logistica di piattaforma, laddove merci e servizi devono obbligatoriamente essere erogati e prestati sulla base di una coordinazione temporale efficiente e senza intoppi. Basti pensare a ciò che offrono alcune aziende, come la tedesca Gorillas che promette la spesa a casa in soli dieci minuti, o Amazon, con il suo servizio premium che garantisce l’arrivo di un pacco nell’arco di sole ventiquattr’ore e che attualmente annuncia persino di sperimentare metodi di consegna con i droni che sfiorano l’immediatezza giocando d’anticipo sulle scelte dei consumatori. Lo stesso si può dire del mondo delle consegne e dei trasporti intermediati dalle piattaforme digitali, dove algoritmi e procedure semi-automatizzate di comando e controllo del lavoro agiscono in tempo reale per sincronizzare le operazioni logistiche nello spazio urbano.
Dai primi macchinari di fabbrica della Prima Rivoluzione Industriale a oggi, l’automazione e la meccanizzazione dei processi produttivi sono sempre state una lotta per disciplinare un fattore indeterminato – la forza lavoro – attraverso l’uso della tecnologia. Il sogno manageriale nella gig-economy è quello di una totale sottomissione agli ordini algoritmici che non lasci alcuno spazio all’agency individuale. Eppure, se si osserva in profondità il processo lavorativo, in molti casi è lecito chiedersi se non possa essere invece la piattaforma lo «strumento» nelle mani di lavoratori e lavoratrici. Nella trama degli algoritmi, infatti, sono diffuse tra i lavoratori nuove forme di resistenza individuale e collettiva al controllo delle piattaforme, così come si annidano meccanismi predatori ancora più insidiosi: tra le maglie delle app possono esistere intercapedini in cui i soggetti ritagliano una propria autonomia di azione, anche se ciò può accadere frequentemente a scapito dei propri colleghi che non utilizzano simili strategie.
Contro-uso tattico delle tecnologie
Basato su una ricerca etnografica multi-situata sulla gig-economy svolta tra Italia e Argentina, nel libro Nella trama dell’algoritmo (Rosenberg & Sellier, 2023) ho esplorato l’uso e il contro-uso tattico delle tecnologie che i rider delle consegne e i conducenti delle app di ride-hailing mettono in campo nel loro lavoro quotidiano per ottenere vantaggi ed eludere il controllo algoritmico, concentrandosi sulle forme di riappropriazione tecnologica e sui circuiti informali che si celano dietro le quinte del lavoro digitale. Quanto emerso è che la tecnologia non è sempre così totalizzante nel processo lavorativo, ma piuttosto lascia alcune opportunità di azione agli individui. Si delinea così un terreno altamente non regolamentato in cui pratiche informali e nascoste, insieme a veri e propri mercati paralleli illeciti, fioriscono oltre i confini delle app ufficiali delle piattaforme, come nel caso del mercato degli account falsi in Argentina o della vendita di software pirata in Italia. Eppure, questi circuiti informali non rappresentano sempre un ostacolo alla crescita delle piattaforme, ma anzi spesso costituiscono la condizione per la loro espansione.
La riappropriazione delle tecnologie algoritmiche nel mondo della gig-economy costituisce un meccanismo di intromissione subalterna nelle logiche di piattaforma e di aggiramento industrioso del disciplinamento algoritmico, che può tanto alimentare forme di resistenza, solidarietà e azione collettiva, quanto foraggiare subdoli meccanismi sotterranei di sfruttamento dello stato di necessità dei lavoratori e delle lavoratrici. Nel modo in cui le piattaforme «toccano terra» e si radicano alle singolarità dei territori in cui operano, l’esperienza dei lavoratori e delle lavoratrici è spesso lontana dalla standardizzazione dei comportamenti che le piattaforme dovrebbero stabilire. A questo proposito, la vendita di software pirata tra i corrieri del food-delivery in Italia e il mercato nero degli account di Uber in Argentina sono fenomeni particolarmente illuminanti che rivelano la porosità dell’infrastruttura delle piattaforme a questo tipo di meccanismi informali e spesso illeciti.
