Bevuto da solo o come componente principale dello Spritz, il Prosecco accompagna giornalmente l’aperitivo di migliaia di persone, dal Veneto – dove lo Spritz ha i natali – ai quartieri spagnoli a Napoli – dove è stato più di recente importato per soddisfare la domanda di «italianità» dei numerosi turisti in cerca di «esperienze autentiche». Esperienze che bar e ristoranti italiani continuano a esportare all’estero, rendendo così il Prosecco lo spumante italiano più venduto al mondo.
Per soddisfare questa domanda crescente, la produzione è aumentata anno dopo anno e – secondo il Consorzio di Tutela della Doc Prosecco – nel 2025 ha raggiunto 667 milioni di bottiglie, per un valore totale stimato di 3,6 miliardi di euro. Di queste, l’82% è destinata ai mercati esteri, con gli Stati uniti come principale mercato di sbocco, assorbendo il 23,8% delle esportazioni, seguiti dal Regno unito e dalla Francia che, pur essendo storicamente associata alla produzione di Champagne, figura tra i principali paesi importatori con una quota vicina al 21% delle esportazioni totali. Inoltre, il Prosecco Docg, la denominazione più prestigiosa, ha generato nel 2024 un valore di circa 575 milioni di euro, con 90 milioni di bottiglie prodotte, di cui il 43% destinate all’export.
Questa notevole produzione è però concentrata in un’area di circa 35.000 ettari nel nord Italia: il Prosecco Doc interessa la zona più estesa di coltivazione, ed è prodotto per l’80% in Veneto e il 20% in Friuli-Venezia Giulia; il Prosecco Superiore Docg può essere coltivato solo in un’area di 8.000 ettari che circonda i comuni di Conegliano-Valdobbiadene e Asolo, nel trevigiano.
Come in tanti altri casi dove la produzione è intensiva e costantemente in aumento, il contesto locale è messo a dura prova da una monocoltura che devasta il territorio e usura chi vi abita e chi vi lavora. Solo che, diversamente dai campi di pomodori del foggiano e dalle distese di plastica delle serre del ragusano, le dolci colline del prosecco – così gradevoli alla vista e dal 2019 dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco – non evocano nocività e sfruttamento del lavoro, e producono quindi un profitto «pulito» e «patinato».
