Jacobin Italia

Neomunicipalismo

6 Giugno 2019

-

Mille anni fa le città italiane presero coscienza delle loro specificità economiche e sociali. Un potere distante e centralizzatore, il Sacro Romano Impero, imponeva loro dei vincoli per favorire le smanie di accaparramento dei ricchi feudatari. Fu allora che le città della penisola si ribellarono e si scoprirono comuni, iniziando a sperimentare l’autogoverno. Oggi come

Mille anni fa le città italiane presero coscienza delle loro specificità economiche e sociali. Un potere distante e centralizzatore, il Sacro Romano Impero, imponeva loro dei vincoli per favorire le smanie di accaparramento dei ricchi feudatari. Fu allora che le città della penisola si ribellarono e si scoprirono comuni, iniziando a sperimentare l’autogoverno.

Oggi come un tempo c’è un potere centrale – lo Stato, l’Europa, l’Fmi – che con prepotenza detta ordini irricevibili a città distanti. E oggi come un tempo si scoprono città ribelli e disertrici, che rivendicano il diritto a decidere in autonomia. A guidare la rivolta non è più il nord, tronfio e fiorente, ma il sud, impoverito e composito. Un sud (verrebbe da dire) che non è semplicemente una connotazione geografica, ma uno stato dell’anima, cosmopolita, meticcio e gentrificato, che si vorrebbe parco gioco per turisti. Ed è forse per questa sua natura mediterranea e creola che, a differenza dei secoli passati, il neomunicipalismo odierno, cioè la spinta all’autonomia e all’autogoverno dei territori e dei comuni, non è più un movimento volto a difendere soltanto gli interessi economici delle autonomie locali, ma è una spinta di apertura, un moto di accoglienza, un processo di costruzione collettiva e organizzativa di nuove forme di democrazia e di governo.

L’apertura è quella dei porti, ad esempio, come nella Napoli di Luigi De Magistris o nella Palermo di Leoluca Orlando di fronte alle sparate del Ministro dell’Interno. O forse in senso più lato è un’apertura delle istituzioni, viste come strumenti imperfetti ma necessari a ripensare il presente. Si opera su un doppio binario: quello simbolico dei gesti, e quello pratico delle normative.

La tendenza generale, visibile a Barcellona come a Napoli, è quella di contaminare elementi della vecchia democrazia rappresentativa con le spinte dal basso, della cittadinanza attiva e dei movimenti, nel tentativo di disarticolare dall’interno il meccanismo della delega e inventare nuove forme di partecipazione democratica e gestione collettiva. Il diritto alla città che ne sta nascendo si basa dunque non su un principio di profitto particolare e autarchico, come nell’età dei comuni italiani, ma sul concetto filosofico di abitare: un vivere che non è semplice risiedere, ma abbraccia con lo sguardo tutti quegli aspetti che compongono la qualità della vita. Quando la crisi abitativa si va a sommare alle politiche di austerity imposte dai diktat europei, generando una più ampia crisi dei servizi, diventa necessario fare il passo successivo, e immaginare forme di welfare comunitario che ristrutturino gli strumenti di lotta e sussistenza.

Il neomunicipalismo ha conosciuto una notevole crescita negli ultimi anni, con esiti ambivalenti. Alcune esperienze di resistenza, come quella portata avanti a Riace dal sindaco Mimmo Lucano, sono particolarmente avanzate e preziose. Tanti sono però i nodi da sciogliere e le promesse non mantenute. I risultati più importanti sono stati ottenuti nella difesa degli spazi, fisici e mentali, di agibilità politica e democratica, ma resta da capire come generalizzare e radicalizzare le lotte. Ad oggi il neomunicipalismo è un tentativo, audace nei suoi limiti, di contrastare la barbarie e, per dirla con le parole di Italo Calvino, «riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».  

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere