«Contro la precarietà? Io da padre le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere, e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere». Così Silvio Berlusconi, durante la campagna elettorale del 2008, rispondeva a una studentessa durante una trasmissione televisiva. Dieci anni dopo, nel 2018, un altro leader della destra, Matteo Salvini, uscendo dal Quirinale dopo le consultazioni che avrebbero dato via al governo gialloverde con il Movimento 5 Stelle, indicò nella lotta alla precarietà la priorità principale del nuovo esecutivo, «perché senza un lavoro stabile non c’è prospettiva, non c’è famiglia, non ci sono figli».
C’è voluto un decennio abbondante, all’inizio del secolo, perché il tema della precarietà del lavoro, legato in particolare ai contratti a tempo determinato e a quelli cosiddetti «atipici» introdotti dal Pacchetto Treu del 1997, durante il primo governo Prodi, e dalla Legge 30 del 2003, durante il secondo governo Berlusconi, sfondasse nel senso comune, fino ad affiorare, appunto, anche dalle labbra dei capi della destra. Del resto, l’abbiamo mostrato nelle infografiche del numero 22 di Jacobin Italia dedicato alla Seconda Repubblica: è stato nel 2007 che per la prima volta, nella stampa mainstream italiana, il termine «precarietà» è stato usato più spesso di quello «flessibilità». Ancora dieci anni prima, nel 1997, il leader del principale partito della sinistra, Massimo D’Alema, accusava il sindacato di opporsi con troppa nettezza all’introduzione delle forme contrattuali flessibili.
«I sindacati devono stare vicino ai lavoratori. Non devono restare fuori dalle fabbriche e dai luoghi di lavoro con una copia del contratto nazionale di lavoro in mano», disse D’Alema quella volta. Una provocazione figlia della sbornia neoliberista di quegli anni e dell’adesione piena di quel pezzo di sinistra al processo di smantellamento dei diritti di lavoratori e lavoratrici. Ma una provocazione che metteva il dito in una piaga particolarmente dolorosa per il sindacato: la difficoltà di organizzare e rappresentare i lavoratori precari.
Organizzare i «non organizzabili»
Del resto il Nidil nasce come categoria della Cgil per rappresentare gli «atipici» nel 1998 e la prima MayDay Parade organizzata a Milano sotto lo slogan «Stop al precariato» è del 2001. Il dibattito sulla natura del precariato, le sue rivendicazioni e le forme di organizzazione non è stato privo di ingenuità ed estremizzazioni, con da una parte l’idea che i precari fossero strutturalmente non organizzabili e dall’altra l’attribuzione a loro di un ruolo di avanguardia forse eccessivo. Nel 2025, a valle di tante esperienze pratiche di organizzazione e sindacalizzazione dei precari, cos’abbiamo imparato? Quali pratiche sindacali permettono davvero l’organizzazione del precariato?
