Jacobin Italia

Nuovi sacchi di patate

5 Dicembre 2019

Così Karl Marx descriveva i contadini mobilitati da Napoleone III nella Francia nel 1848, legati da interessi comuni ma privi di relazioni solidali e bisognosi di un capo. Dalla Grecia alla Spagna, la situazione di questi tempi è simile?

Quattro anni fa, il giornalista britannico Paul Mason si faceva prendere dall’entusiasmo in mezzo a piazza Syntagma, ad Atene, circondato da migliaia di manifestanti che intonavano canzoni e slogan della resistenza greca contro la dittatura dei colonnelli degli anni Settanta. Davanti a lui c’era Alexis Tsipras, leader di un governo nato solo sei mesi prima e in quel momento bloccato in un lungo braccio di ferro con le autorità europee. Tsipras aveva fatto campagna elettorale per il no al referendum in programma per il giorno successivo, proposto come l’ultima mossa dei greci per rompere lo stallo della trattativa con l’Eurogruppo e il Fondo monetario internazionale. Mason era inviato del canale televisivo britannico Channel 4, ma teneva un diario degli eventi sul suo profilo Twitter, oltre a scrivere travolgenti long-form per il Guardian.

Non era il solo a essere entusiasta, comunque. Jacobin dedicò alla drammatica vicenda greca decine di articoli; in un video del luglio 2015, l’anarchico americano David Graeber disse che Syriza avrebbe «abbattuto il sistema finanziario internazionale» e Toni Negri, sempre in giro ad annusare aria di rivolta, riteneva molto prossimo l’avvento della «vera Europa sociale». In meno di una settimana Twitter venne invaso dall’hashtag Oxi (no in greco), e addirittura in Germania qualcuno fondò un giornale con lo stesso nome. Come avrebbe detto il filosofo e militante Stathis Kouvelakis un anno dopo, «il caso greco» ha dato alla sinistra «un’idea di quale potrebbe essere un’alternativa».

È facile adesso dimenticare questi momenti di gloria. Quattro anni dopo, l’entusiasmo di Mason e Graeber appare quasi farsesco. In quella stessa estate del 2015, infatti, Syriza capitolò e firmò un patto di austerità ancora più severo di quello respinto dal referendum. Yanis Varoufakis definì l’accordo «la più grande catastrofe macroeconomica di sempre» e il partito ha cominciato un declino che lo ha portato a finire asfaltato dal centrodestra alle elezioni del 2019. Così è finito, breve e doloroso, l’esperimento di fondazione di un populismo di sinistra in Europa. A questa sensazione contribuisce anche un’altra serie di insuccessi. In Spagna Podemos ha perso voti e al momento in cui scrivo non è riuscito a formare una coalizione con i socialisti. In Francia un crollo dei consensi, qualche pagliacciata anti-Macron di troppo e diversi scandali elettorali hanno dilaniato la France Insoumise. In Germania l’esperimento del populismo di sinistra lanciato dal movimento Aufstehen non è mai decollato. L’unico che sembra ancora resistere è Jeremy Corbyn, dall’altra parte della Manica.

Giorni di gloria

Le radici di questo fugace momento populista di sinistra risalgono a quasi dieci anni fa. Alla crisi del 2008, che è iniziata negli Stati uniti ma si è rapidamente estesa all’Europa, investendo le banche private che avevano sottoscritto prestiti a rischio e che, a turno, hanno chiesto aiuto ai rispettivi governi. Con tutta la liquidità assorbita dal settore finanziario, la maggior parte dei paesi dell’Europa meridionale ha scelto di applicare severe misure di austerità, che hanno devastato il settore pubblico. 

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