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Odio, amore e convergenza

Giulio Calella 3 Maggio 2025

Il racconto del primo maggio e del concertone autorganizzato tarantino. Anche qui circola una consapevolezza: «Da soli non ci si salva»

È stato un Primo maggio di odio, amore e convergenza quello di quest’anno a Taranto. Un concertone autorganizzato dal Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti, nato dalla lotta degli operai dell’Ilva che nell’agosto del 2012 – di fronte al sequestro da parte della magistratura per «disastro ambientale» degli impianti a caldo dello stabilimento – decisero di prendere posizione sia contro l’azienda che contro i sindacati confederali, uniti nella difesa della produzione e dei posti di lavoro a prescindere dall’evidente e devastante impatto sull’ambiente e sulla vita stessa di chi lavora e vive a Taranto. 

Dal governo Monti in carica in quel momento fino all’attuale governo Meloni, passando tanto per gli esecutivi di centrosinistra quanto per quelli capitanati dal pentastellato Giuseppe Conte, una serie infinita di decreti ha fatto sì che la produzione dell’acciaieria più grande (e più inquinante) d’Europa non venisse mai interrotta, pur in costanza di sequestro. Un susseguirsi di gestioni commissariali, tentativi di vendita, uno scudo penale per permettere di acquistare la fabbrica, l’acquisto di Arcelor-Mittal, fantomatiche e illusorie «ambietalizzazioni» degli impianti, fino all’attuale nuova gestione commissariale. 

Da allora la resistenza del Comitato cittadini e lavoratori liberi non si è mai fermata, chiedendo una cosa chiara e semplice: una fabbrica che uccide deve chiudere. Nella convinzione che i posti di lavoro in settori o attività che uccidono o devastano territori non devono essere mantenuti. Ciò che è invece necessario mantenere sono le persone costrette a svolgere questi lavori. Da qui la proposta di bonifica degli impianti verso una transizione ecologica in cui impiegare quegli stessi lavoratori e lavoratrici, come propone il Piano Taranto redatto da ormai alcuni anni dal Comitato con il contributo di esperti e studiosi.

Pur rimanendo inascoltata, e con i propri promotori per ironia della sorte tutti scelti tra quelli da mettere in Cassa integrazione, questa lotta a distanza di anni non si arrende. E se continua a resistere è proprio grazie all’idea di convergere prima con i cittadini e poi con gli artisti della città (a partire da Michele Riondino e Antonio Diodato che, insieme a Roy Paci, sono i direttori artistici del concerto) per dare vita all’Uno Maggio tarantino, evento che gli ha permesso di entrare nell’immaginario collettivo. 

Mentre il concerto dei sindacati confederali a Roma diventa pian piano sempre più indistinguibile dal Festival di Sanremo, completamente legato ai tempi e alle esigenze pubblicitarie televisive, e con sponsor di ogni tipo – compresi i grandi player dell’energia fossile – quello di Taranto è un concerto di lotta, totalmente autofinanziato con il crowdfunding e il lavoro militante dei volontari nei bar e negli stand della festa. E dove i musicisti si esibiscono gratuitamente in forma solidale, con l’idea che la musica serva a dare voce a chi non ce l’ha.

Odio

L’inizio del concerto, come del resto la  stessa lotta, è stato però preceduto da un episodio di odio (di classe). 

In preparazione della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici, il Comitato ha organizzato tre settimane di iniziative e il 30 aprile alla Feltrinelli di Taranto la presentazione di Malesangue, il libro in cui l’operaio dell’Ilva Raffaele Cataldi, tra i principali animatori della rivolta del 2012, racconta la propria storia. Alla presentazione è stato invitato da Michele Riondino – figlio di un operaio dell’Ilva e membro fin dall’inizio del Comitato – Davide Tabarelli, uno dei tre attuali commissari dell’ex Ilva (oggi Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria) nominati nel 2024 dal Ministro Adolfo Urso. Tabarelli è stato professore a contratto presso l’Università di Bologna e al Politecnico di Milano, consulente del consiglio di amministrazione di Eni (2018-2020) e anche di governi di diversi colori su questioni energetiche (1995-96; 2003; 2005), ed è fondatore e presidente di Nomisma Energia.

Arrivato alla Feltrinelli ha comprato il libro e ha ascoltato la storia di Raffaele: i ricatti e le condizioni subite nel luogo di lavoro; i colleghi visti morire in incidenti o a causa di tumore; la lotta con la sua stessa malattia; la Cassa integrazione dal 2018. Una storia che è di Raffaele, ma che ricalca in gran parte la vita della totalità della classe lavoratrice tarantina. 

«Questo mio libro si sta rivelando necessario – ha detto Raffaele – perché quando giro per l’Italia a presentarlo mi rendo conto che le persone non sanno nulla della situazione attuale dell’Ilva perché l’informazione è inquinata come lo siamo noi». E poi rivolgendosi direttamente a Tabarelli ha chiesto: «Che significa ‘decarbonizzare’ o ‘ambientalizzare’ questi impianti se si continuano a usare le fonti fossili? Lei Commissario ci farebbe lavorare suo figlio nelle condizioni in cui lavoriamo noi?». «Questi  impianti sono arrivati a fine vita, cadono a pezzi e vanno bonificati – ha aggiunto Virginia Rondinelli del Comitato – E secondo gli esperti la bonifica produrrebbe lavoro per trent’anni». 

Tabarelli ha iniziato il suo intervento sobriamente, pur dissentendo radicalmente dalle parole di Raffaele. Ha ribadito che quell’impianto deve sicuramente migliorare ma solo per trovare il modo di tornare a produrre 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, «perché non si può perdere l’acciaieria più grande d’Europa e lasciare la produzione di acciaio solo alla Cina». Secondo il Commissario, e quindi secondo il governo, l’unico modo di contribuire al Pil nazionale ed europeo è far tornare gli impianti a produrre in tutta la loro potenzialità. «Venite con me a fare un giro per gli impianti e vedrete i miglioramenti», ha detto. Mentre sulla proposta della bonifica è stato lapidario: «La bonifica non crea ricchezza, è un’idea da Unione sovietica: tutti siamo stati comunisti – ha detto – ma per fortuna ora non siamo nel comunismo nonostante qua Feltrinelli venda tanti libri sul marxismo…».  

È a quel punto che Raffaele ha osato interromperlo per puntualizzare che peró, come minimo, una fabbrica per continuare a produrre non dovrebbe uccidere i propri lavoratori. Ma pur di fronte a un pubblico tutto dalla parte di Raffaele, Tabarelli non è riuscito a trattenere la  spontanea arroganza padronale. Si è alzato in piedi, si è avvicinato a mezzo metro da Raffaele e ha sbottato: «Davvero pensi che devo leggere il tuo libro per sapere come deve funzionare una fabbrica??». 

Le risposte di Raffaele Cataldi e di Michele Riondino le potete vedere in questo video. «Il libro hai bisogno di leggerlo più volte», ha ribadito Raffaele rimanendo seduto. «Io ti invito a fare un giro al reparto oncologico per farti un’idea di cosa rappresenta l’azienda per chi non può essere qui con noi», ha chiosato infine Michele mentre Tabarelli si scusava per la reazione che lo ha fatto alzare in piedi.

La sua reazione è però in realtà un dejavù. È il fastidio classista che spesso provano i padroni di fronte a operai che pretendono di scrivere libri. È l’idea  insopportabile che qualcuno possa incrinare la narrazione dominante raccontando la propria storia. La stessa reazione che abbiamo già visto dall’attuale proprietà della ex Gkn a ogni edizione del Festival di letteratura working class a Campi Bisenzio da quando gli operai si sono messi in testa (addirittura!) di discutere di letteratura e di fare la lotta di classe con i libri. 

Amore

Quest’anno era la decima edizione del concerto dell’Uno Maggio tarantino, ma è stata la prima senza Massimo Battista. 

Massimo è morto lo scorso ottobre a soli 51 anni a causa di un cancro che lo ha portato via in pochi mesi, come successo a troppe persone  a contatto prolungato con quella fabbrica. Era il più carismatico operaio dell’Ilva, per anni combattivo sindacalista della Fiom, confinato per punizione dall’azienda in una situazione simile a quella raccontata da Michele Riondino nel film Palazzina Laf. Tra i principali ideatori del Comitato e dello stesso concerto dell’Uno Maggio, è stato poi consigliere comunale eletto prima con il Movimento Cinque Stelle – con cui ruppe subito dopo l’accordo proprio del governo Conte per la vendita ad Arcelor-Mittal – e poi con una lista civica.  

«Massimo è stata una forza incontrollabile per Taranto – ha detto sua moglie Cira dal palco nel momento più emozionante del concerto – un’impronta indelebile nella storia della città. Era un operaio coraggioso che non ha mai avuto paura di denunciare con nomi e cognomi le ingiustizie. Lui era Taranto. Ogni gesto e ogni battaglia erano frutto del suo amore per la città. Combatteva con la forza di chi non si arrendeva mai contro il male che soffocava le nostre vite: l’inquinamento che ci ha rubato il futuro». 

Un vero e proprio guerriero, un sindacalista che dentro l’Ilva non si toglieva mai il cappello di fronte al padrone e poi un consigliere comunale che non si è fatto cambiare dalle istituzioni, convinto che non si possa cedere al ricatto tra il lavoro e la vita. Un conflitto – quello tra il capitale e la vita – che lo ha portato via alla sua famiglia, alla sua comunità e alla sua città. 

«Massimo è la grande occasione persa da Taranto», ha detto Michele Riondino annunciando la decisione simbolica di intitolare il parco dove si svolge il concerto proprio a Massimo Battista. Un parco che era del resto una discarica prima che quel gruppo di operai e cittadini innamorati della propria città non si gettasse in quest’idea folle di organizzare lì il più grande evento autofinanziato del paese, con oltre quarantamila partecipanti ogni anno.

Convergenza

Mentre si alternavano gli artisti – da Giancane a Mille, da Ascanio Celestini a Paolo Rossi, da Fido Guido a Lamante, da Andrea Rivera a Il Teatro degli orrori – a ogni cambio palco prendeva voce una lotta. 

Lotte che si sono riunite insieme la mattina dell’uno maggio, prima dell’inizio del concerto, per costruire un terreno comune. Una convergenza tra gli operai del Collettivo di fabbrica ex Gkn da quasi quattro anni in assemblea permanente e che hanno un piano di reindustrializzazione ecologica e autogestita, e i lavoratori dello spettacolo del movimento Siamo ai titoli di coda in cerca di una forma di riconoscimento e autorganizzazione. Tra la lotta del Quarticciolo ribelle contro l’imposizione del paradigma repressivo del cosiddetto «modello Caivano» nella periferia romana, e Amnesty International che si oppone al Decreto Sicurezza del governo. Tra i curatori del libro di poesie da Gaza Il loro grido è la mia voce, e la campagna R1PUD1A contro la guerra lanciata da Emergency. Tra i precari del Cnr e quelli dell’Università. Tra la lotta per il futuro e contro il cambiamento climatico dei giovani di Extinction rebellion e i militanti No Tav che da trent’anni cercano di impedire la costruzione di una Grande opera inutile e di fermare quest’idea di modello di sviluppo. Il tutto insieme a quest’originale ambientalismo working class degli operai dell’Ilva. 

Come ha detto nel suo intervento Stefania Barca, autrice del libro Forze di riproduzione, la lotta dell’Ilva è fondamentale per sovvertire il paradigma produttivo e può prendere ispirazione dalle idee dell’economia femminista: «Siamo forzati a continuare a produrre fino all’esaurimento delle nostre forze e dei nostri territori – ha spiegato – invece dovremmo investire su ciò che sostiene la vita, perché tutte e tutti abbiano diritto a un territorio sano e vivibile, abbiamo bisogno di cura, a cui invece questo sistema economico non da alcun valore». Viviamo infatti in un mondo in cui per reindustrializzare si corre al riarmo e dove, paradossalmente, viene considerato produttivo fabbricare armi che uccidono bambini mentre non viene dato alcun valore al lavoro di cura necessario a far crescere quegli stessi bambini.

Quest’insieme di lotte e di pratiche solo se è in grado di convergere può provare a cambiare i rapporti di forza, «perché da soli non ci si salva» ha insistito Alessandro Tapinassi del Collettivo di fabbrica Gkn. E in chiusura dell’assemblea uno degli attivisti No Tav ha proposto di adottare lo slogan letto in un cartello portato da una signora a una delle loro ultime manifestazioni: «L’avidità sabota la vita. La vita sabota l’avidità».   

*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.

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