La memoria pubblica della Resistenza non è mai stata sotto attacco come negli ultimi anni, nei quali abbiamo assistito a esternazioni particolarmente parossistiche e sgangherate che puntano a depotenziare o a condannare quella stagione.
In questa fase di transizione, nell’ottantesimo anniversario della lotta partigiana in Italia, viviamo tuttavia un momento di straordinaria vivacità negli studi, che ci permette riflessioni di ampio respiro sulla «foresta» resistenziale e sugli alberi che l’hanno composta, i partigiani e le partigiane, secondo un’immagine scelta dallo storico Alessandro Portelli, tra i fondatori della storia orale in Italia. Ne abbiamo parlato con lui, allargando lo sguardo nel tempo e nello spazio.
Arriviamo all’ottantesimo anniversario della Resistenza italiana con i postfascisti al governo. Cosa è successo in questi anni?
Io credo che il nodo fondamentale sia che negli ultimi anni c’è stata una perdita della speranza e un incremento della paura. Una perdita di speranza non dico di uscire dal capitalismo, ma almeno di poter vedere delle radicali trasformazioni in senso democratico ed egualitario. Ormai il meglio che ci viene proposto è il tentativo di amministrare l’esistente in modo meno disumano. Contemporaneamente sempre più persone si sentono minacciate.
Trent’anni fa Barbara Ehrenreich, la brillante sociologa militante americana scomparsa nel 2022, scrisse un libro straordinario intitolato Fear of falling, paura di cadere, incentrato sulla sensazione della classe media non solo di non procedere verso il sol dell’avvenire – come ci ricorda Nanni Moretti nel suo ultimo film – ma di poter perdere da un momento all’altro tutto quello che ha.

