Jacobin Italia

Per un modernismo senza mercato

12 Giugno 2024

Le tecnologie digitali hanno consentito al capitale di infiltrarsi nelle nostre vite. Ma, sostiene Morozov, la sinistra ha bisogno di comprendere che potrebbero anche contribuire a costruire alternative al neoliberismo

Evgeny Morozov è un noto intellettuale italo-bielorusso che per più di un decennio ha studiato le trasformazioni generate da internet. Ha ottenuto notorietà grazie a due libri premiati internazionalmente: L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet (Codice, 2019) e Internet non salverà il mondo. Perché non dobbiamo credere a chi pensa che la rete possa risolvere ogni problema (Mondadori, 2014). Si è poi spostato su analisi maggiormente incentrate sull’interconnessione tra la tecnologia e l’economia politica o la geopolitica, pubblicando alcuni articoli nella New Left Review o Le Monde Diplomatique.

Dottore in Storia della Scienza all’Università di Harvard e fondatore della piattaforma di monitoraggio del sapere The Syllabus, si è recentemente occupato di The Santiago Boys, un podcast di nove episodi che ricorda l’impegno degli ingegneri radicali di Salvador Allende per raggiungere la sovranità tecnologica, lo sviluppo del Progetto Synco (o Cybersyn) e la lotta del Cile contro Itt, la grande multinazionale tecnologica dell’epoca. 

In varie interviste hai osservato che è necessario coinvolgere lavoratori e lavoratrici nelle scelte sullo sviluppo tecnologico invece di appoggiarsi a una soluzione tecnocratica. Potresti spiegarci quali sono i problemi derivati dall’imposizione di opinioni tecniche che non ricevono l’appoggio popolare?

Nel caso dell’economia digitale contemporanea, la soluzione tecnocratica di solito proviene dalle fila della destra (o del centro) neoliberista, e insiste sulla necessità di fare attenzione affinché le piattaforme facilitino i processi di competizione nel mercato e i consumatori possano circolare liberamente da una piattaforma all’altra. Tradizionalmente, questo tipo di soluzioni è più frequente in Europa che negli Stati uniti, in parte a causa di questioni ideologiche (influenzati dalla Scuola di Chicago, gli statunitensi si sono mostrati piuttosto indulgenti nell’applicare le proprie norme anti-monopolio) e in parte per motivi geopolitici (in quanto Washington si rifiuta di regolare eccessivamente le proprie imprese nel timore che a esse possano sostituirsi degli equivalenti cinesi). Per cui è l’Europa che pensa di poter risolvere i problemi dell’economia digitale con una maggiore regolamentazione. Ovviamente parte di questa agenda può dimostrarsi utile e talvolta necessaria, ma credo che questo approccio tecnocratico sia stato spesso accompagnato da una certa cecità davanti alla geopolitica e alla strategia industriale, e persino davanti alla crisi della democrazia che attraversa tutto il mondo. Va bene che i tecnocrati neoliberisti continuino a mascherare la propria mancanza di lungimiranza, ma sarebbe un grande errore se le forze progressiste che puntano a soluzioni democratiche si lasciassero trascinare da questo atteggiamento.

I problemi dell’economia digitale non si possono risolvere solo con la regolamentazione, tra gli altri motivi perché l’economia digitale, tanto nella sua versione cinese quanto in quella statunitense, non è stata creata solo tramite la regolamentazione, ma anche con l’intervento deciso dello Stato.

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