La crisi democratica che stiamo vivendo, in Usa come in Europa, è un effetto collaterale della rottura fra capitalismo e Stato nelle economie avanzate. La crisi viene da lontano, con le ideologie e politiche del neoliberismo di Thatcher e Reagan, ma trova in Trump e nelle nuove destre globali un ritorno aggressivo. Va attentamente interpretata per comprenderne la natura difensiva del capitalismo e le ragioni per cui potenzialmente offre spazio a un’alternativa. È la tesi che sostengo nel mio libro Il Capitale contro lo Stato. L’intelligenza sociale ed il futuro della democrazia.
Il bersaglio principale dell’offensiva, oggi come negli anni Ottanta, è la crescita dello Stato sociale e della produzione di beni pubblici, anche globali, come le politiche sul clima. Questa rottura della co-evoluzione di capitalismo e Stato non è un incidente di percorso, né il frutto di scelte politiche contingenti: è il risultato di una contraddizione strutturale fra accumulazione capitalistica e un nuovo modo di produzione pubblico, contraddizione che si è ampliata nel tempo e che oggi si manifesta in modo apertamente conflittuale.
Da nessuna parte lo si vede meglio che negli Usa del secondo mandato Trump. Con il Department of Government Efficiency, affidato all’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, l’amministrazione Trump ambiva a tagliare la spesa del governo federale di mille-duemila miliardi di dollari, cioè fra il 15 ed il 30% del totale. Il risultato netto è stato sin qui insignificante, ma il taglio ai dipendenti federali c’è stato: circa 320mila unità in un anno, pari al 10% del totale. Ma è davvero con Trump che inizia l’attacco allo Stato?
Da Thatcher e Reagan, da oltre quarant’anni ci sentiamo ripetere, anche dai fautori socialdemocratici della cosiddetta «terza via», che occorre ridimensionare il welfare state, privatizzare le imprese pubbliche, abbandonare la tassazione progressiva, ammorbidire la regolamentazione dei mercati e alleggerire la pubblica amministrazione. Da dove viene quest’ossessione? In ultima analisi da una dinamica secolare imprevista, che nessuno dei grandi pensatori sociali, sia critici che apologetici del capitalismo, aveva anticipato.
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Nel 1894, quando usciva postumo il terzo libro del Capitale di Marx, il rapporto fra spesa pubblica e Pil, come mediana degli attuali G7, era intorno al 5%. Lo Stato nel Capitale di Marx non c’era. Oggi il rapporto fra spesa pubblica e Pil nei G7 ha oltrepassato il 40%, e in paesi come la Francia è sopra il 50%: oltre metà delle risorse economiche è gestito dallo Stato. Negli Usa all’inizio dell’Ottocento il rapporto spesa pubblica/Pil era meno del 2%. Oggi è al 36%. Tutto ciò che chiamiamo Stato, proprio nel cuore dell’economia capitalistica più avanzata, è quindi cresciuto circa diciotto volte più velocemente di tutto ciò che chiamiamo mercato. È una trasformazione silenziosa, graduale, ma immensa, paragonabile per portata alle maggiori trasformazioni della storia moderna, come la rivoluzione tecnologica e demografica a partire dal XIX secolo.
A trainare la crescita della spesa pubblica (e quindi di tasse e contributi obbligatori) sono previdenza, sanità, istruzione e altre voci caratteristiche dello Stato sociale. Questa dinamica del settore pubblico è stata vista dagli ideologi del neoliberismo come un’evoluzione pericolosa per il capitalismo, è stata addirittura considerata «socialismo». Ma allora la domanda di partenza, «perché assistiamo a un attacco alla democrazia liberale?», va riformulata così: «perché assistiamo a un attacco allo Stato sociale?». Non è la stessa domanda, anche se le risposte sono collegate.
Le narrazioni socialdemocratiche, democristiane, liberali e persino di sapore neomarxista (ad esempio nella variante operaista in Italia) sulla coevoluzione di Stato e capitale hanno in vario modo sostenuto questa tesi: lo Stato (finanziato con la tassazione progressiva), favorendo la coesione sociale, avrebbe favorito l’integrazione della classe operaia, smorzandone il potenziale rivoluzionario. Lo Stato sociale era quindi considerato anche come una risposta alla potenziale capacità attrattiva dell’Unione sovietica nei confronti del movimento operaio in Occidente. Insomma lo Stato sociale, nel bene o nel male, da molte parti era considerato complementare al capitalismo avanzato, un elemento di regolazione della sua instabilità sociale, economica e finanziaria.
Propongo una diversa lettura: a partire dal raggiungimento di certe dimensioni lo Stato, come fenomeno socio-economico, si è, gradualmente, parzialmente, ma decisamente, autonomizzato. Ha iniziato cioè a funzionare come un modo di produzione pubblico, divergente dal modo di produzione capitalistico.
Istruzione e sanità gratuita e universale, con tutti i loro problemi, con il capitalismo non c’entrano. Comuni, enti previdenziali, agenzie per l’ambiente e la ricerca, e cento altre organizzazioni pubbliche hanno acquisito una propria logica di servizio e domandano crescenti risorse. Mobilitano in Europa, e non solo, decine di milioni di lavoratori del pubblico. Si tratta di un grande apparato produttivo, mosso da obiettivi, motivazioni, criteri di valutazione diversi da quelli dell’impresa privata: non il profitto, ma il servizio; non la crescita del valore azionario, ma la risposta ai bisogni collettivi. Queste organizzazioni più o meno funzionano dando «a ciascuno secondo i propri bisogni», non a ciascuno in base al profitto estraibile da transazioni in mercati di oligopolio.
La portata della contraddizione è stata paradossalmente compresa meglio a destra che a sinistra. La destra ha capito che la traiettoria del pubblico va in collisione crescente con i meccanismi di mercato. Gran parte della sinistra invece è rimasta abbarbicata all’idea consolatoria della convivenza pacifica, quando non si è vergognata dello Stato e della sua difesa. Questa cecità strategica ha avuto costi enormi: ha lasciato campo libero alla narrazione neoliberista, ha consentito decenni di dismissioni e privatizzazioni, ha indebolito la capacità dello Stato di investire e innovare. Con le pratiche di New Public Management ha introdotto inefficienti transazioni di mercato nella gestione di servizi pubblici, spesso facendone lievitare il costo e peggiorare la qualità.
Come si è passati dalla convivenza al divorzio? Alla fine degli anni Settanta, dopo quelle che sono passate alla storia come crisi petrolifere (ed erano qualcosa di più ampio) la crescita del Pil e soprattutto della produttività totale dei fattori, cioè a parità di lavoro e capitale, è caduta, nonostante le ricorrenti bolle: internet, l’economia digitale, ora l’intelligenza artificiale. Queste sono innovazioni tecnologiche importanti, ma sorprendentemente incapaci di modificare una traiettoria declinante dei processi di accumulazione capitalistica, pur favorendo la concentrazione oligopolistica e oligarchica.
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Negli Usa il tasso di crescita medio annuo del Pil reale è stato del 3,3% fra il 1900 e il 1949. È rimasto sostenuto oltre il 4% nel ventennio successivo degli anni d’oro Cinquanta e Sessanta. Ma nei trent’anni ‘70-90 resta poco sopra il 3%, per crollare al 2,2% fra il 2000 e il 2024. Le previsioni 2030-2050 negli Usa sono di tassi di crescita dell’1,5% annuo, la metà che nel XX secolo. Questa traiettoria discendente non è un errore di misurazione e non è fenomeno esclusivamente americano: riguarda l’intero blocco delle economie avanzate (come quelle dell’Ocse), con variazioni locali, ma con una tendenza di fondo comune. Il rallentamento della produttività è reale, profondo e apparentemente strutturale, non congiunturale.
Questi numeri hanno un’implicazione dirompente: con tassi di crescita così ridotti nell’ultima parte del secolo scorso e del XXI secolo, la spesa pubblica e lo Stato ereditati dalla co-evoluzione precedente, non sono più sostenibili.
Per fare fronte nei prossimi decenni ai fabbisogni previsti di spesa previdenziale, sanitaria, di transizione energetica e ambientale, di ricerca scientifica, di trasferimenti ai paesi colpiti da guerre e cambiamento climatico, e altro ancora sul piano dei beni pubblici globali, si richiederebbe di portare la pressione tributaria a livelli altissimi. I governi, non riuscendo ad aumentare le imposte, ricorrono in modo crescente al debito. Negli Usa il debito pubblico viaggia a quota 125% del Pil, un livello quasi italiano, con previsione di aumento del Congressional Budget Office fino al 175% nel 2055. In Italia il problema è ancora più acuto, con un debito pubblico del 137% del Pil e una crescita strutturalmente asfittica che rende la sostenibilità fiscale una sfida di lungo periodo di difficilissima soluzione.
Nell’analisi di economisti del Fondo monetario internazionale fra il 2030 e il 2050 le economie avanzate avranno una domanda incrementale di spesa pubblica stimata fra il 6% ed il 7,4% del Pil. Secondo altre analisi, considerando anche la tendenza calante della produttività e le spese militari (negli Usa Trump le vuole portare da mille miliardi a 1,5 miliardi di dollari), si potrebbe persino dover arrivare a 10 punti di Pil aggiuntivi per sostenere la spesa pubblica. Come la si finanzia?
L’idea di economisti progressisti, come Thomas Piketty e altri, è quella di tassare maggiormente gli ultra-ricchi, sia da vivi che da morti, con efficaci imposte patrimoniali e di successione. Questa è una politica certamente necessaria per contrastare la grottesca disuguaglianza che negli ultimi decenni è stata creata dalla deriva oligopolistica del capitalismo, ma anche per mandare un segnale di contenimento al dilagare dell’influenza politica degli oligarchi.
L’imposta proposta da Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, altri due noti economisti progressisti (cito dalla loro lettera aperta del 2021 alla Senatrice Usa Elizabeth Warren, fautrice di un Ultra-Millionaire Tax Act) tasserebbe i patrimoni oltre i 50 milioni di dollari con un’aliquota annuale del 2 percento, più un 1 per cento aggiuntivo sopra un miliardo di patrimonio. Ora, l’imposta, secondo i proponenti, porterebbe circa un punto di Pil di aumento del gettito nel bilancio federale. Zucman prevede lo stesso ordine di grandezza per una sua recente proposta analoga per la Francia. Per l’Italia un punto di Pil nel 2026 vale 23 miliardi di euro.
Non è poco, ma non basta affatto. Da dove verrebbero gli altri cinque o sei o nove punti di Pil necessari per salvare lo Stato sociale e i suoi nuovi compiti nei prossimi decenni? Se ci si rivolge solo alla tassazione, sia pure progressiva, si dovrebbero anche tassare maggiormente le classi medie, compresi una quota consistente di lavoratori dipendenti e autonomi per i quali i redditi da capitale sono marginali. Qui sta un nodo politico spinoso: chiedere sacrifici fiscali a chi già contribuisce al bilancio pubblico con oltre metà del proprio reddito di lavoro o di impresa, è una ricetta sicura per alimentare il risentimento antistatale e rafforzare proprio quelle forze politiche che vogliono smantellare il welfare state.
L’aggressività nasce sempre dalla paura. La coalizione anti-Stato è un blocco di classi e ceti, dagli oligarchi Tech agli agricoltori sussidiati, dal club Oil&Gas ai fornitori della filiera auto, dalla grande finanza dei fondi fino ai commercianti ed evasori al dettaglio. Questo blocco teme per il proprio futuro e sente di avere un interesse materiale a lottare contro la democrazia liberale perché questa ha favorito lo Stato sociale e la tassazione. Questa coalizione è eterogenea, contraddittoria, a volte persino in conflitto interno. Eppure riesce a tenersi unita attorno a un obiettivo comune: ridurre il perimetro dello Stato, abbassare la pressione fiscale, deregolamentare i mercati, privatizzare ciò che è pubblico.
Non si sconfiggerà questo blocco sociale con appelli alla generosità e al buon senso. Occorre qualcosa di molto più radicale di una riforma tributaria progressista: una strategia che sovverta non solo la distribuzione della ricchezza quanto la sua creazione nei processi di produzione.
Propongo un ragionamento e una proposta in quattro passaggi:
1. Se l’attacco è allo Stato, allora lo Stato non va solo difeso, come chiedeva Federico Caffè già nel suo ultimo libro, In difesa del welfare state, esattamente 40 anni fa, nel 1986, ma va anche rilanciato: occorre avere il coraggio di dire e di rivendicare che abbiamo bisogno di più e migliore Stato, abbiamo bisogno che investimenti e produzione di beni pubblici crescano e molto. Occorre rivendicare un’ampia base fiscale che vada però oltre la tassazione, sia pure riformata in senso progressivo. Difendere lo Stato significa anzitutto affermare con chiarezza che il settore pubblico non è un residuo del passato, ma la risposta necessaria a sfide collettive che il mercato, da solo, non è strutturalmente in grado di affrontare: dal cambiamento climatico all’assistenza agli anziani, dalla transizione energetica alla ricerca di base.
2. Lo Stato deve legittimarsi agli occhi della società: deve essere uno Stato che crea valore che le persone possano vedere e toccare, che produce beni pubblici in modo innovativo e sperimentale, che non ha paura di sé stesso e apertamente sfida il modo di produzione capitalistico con un modo di produzione pubblico, alleandosi con l’economia solidale e sociale, ma anche con quella parte di imprese innovative disponibili a rompere con la logica dell’oligopolio e dell’oligarchia. Queste imprese esistono, sono la parte più decente del capitalismo. La legittimità dello Stato non si costruisce con la retorica, ma con la qualità concreta dei servizi: una scuola che educa bene, un ospedale accessibile, un trasporto pubblico efficiente sono la migliore risposta politica a chi vuole convincere i cittadini che lo Stato è per definizione inefficiente e corrotto. E tutto questo richiede più personale qualificato e finanziamenti adeguati, l’opposto dell’austerità.
3. La base fiscale di uno Stato rilanciato, solo in misura secondaria è il pur necessario aumento della progressività: principalmente è invece il ritorno economico sull’investimento pubblico, i dividendi per la società di una nuova generazione di imprese a missione pubblica, molto più ambiziose delle attuali imprese a partecipazione di Stato. Queste, in Italia, danno annualmente un dividendo di circa 4 miliardi al bilancio, ma potrebbero contribuire un multiplo di queste risorse. Occorre rovesciare completamente la politica di privatizzazioni cui in Italia hanno concorso sciaguratamente i governi di centrosinistra. Un altro pilastro della base fiscale del modo di produzione pubblico è la valorizzazione del patrimonio dello Stato. Nonostante privatizzazioni passate e svendite varie, esiste ancora un vasto patrimonio di beni tangibili e intangibili, valorizzabile nell’interesse pubblico. Il patrimonio immobiliare, le frequenze elettromagnetiche, i dati pubblici e le infrastrutture digitali, l’apparato di ricerca: tutto questo rappresenta un capitale collettivo che può essere messo a frutto non per fare cassa una tantum svendendolo, ma per generare flussi permanenti di risorse a favore della collettività.
4. La frontiera della democrazia oggi, funzionale a questa ricostruzione e sviluppo della sfera pubblica, è ciò che chiamo l’intelligenza sociale, rovesciando il paradigma dell’intelligenza artificiale. Intelligenza sociale è la capacità delle comunità di lavoro, dei territori, delle condizioni di oppressione a partire da quella femminile, di riprendersi lo Stato. Questo può avvenire mettendo a sistema, con mille vertenze, una vasta esperienza sia nel pubblico che nell’economia solidale, che già ora sul territorio mostra la forza potenziale di un’alleanza fra persone delle amministrazioni pubbliche, del volontariato, del mondo cooperativo, delle imprese dell’innovazione anche sociale. Non si tratta di una visione utopica per il domani: si tratta di prendere sul serio ciò che già oggi esiste, di riconoscere e valorizzare le pratiche concrete di produzione pubblica di valore che si dispiegano quotidianamente, spesso in silenzio e senza riconoscimento, in ogni angolo del paese. L’intelligenza sociale non è una metafora: è la risorsa più abbondante e più sottoutilizzata che abbiamo a disposizione per costruire un futuro in cui lo Stato torni a essere uno strumento della democrazia, e non l’ostaggio di oligarchi e loro alleati.
*Massimo Florio è professore emerito di Scienza delle finanze all’Università di Milano. Fa parte del centro di ricerca economica applicata Csil e del Forum Disuguaglianze e Diversità.
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