All’inizio del 1990 l’Italia fu attraversata da proteste di ferrovieri e dipendenti pubblici contro una nuova legge che introduceva la possibilità di «precettare», con sanzioni amministrative e penali, chi interrompeva la fornitura di «servizi di pubblica utilità» e «prestazioni indispensabili». La legge 146 del 1990 nasceva dal tentativo di trovare una sintesi fra il diritto allo sciopero (articolo 40) e i diritti fondamentali della persona (articoli 1 e 2) sanciti dalla Costituzione, tutelando i servizi relativi alla sicurezza, alla salute, all’alimentazione e ai trasporti. Nel 2000, la legge 83 amplia la gamma dei servizi indispensabili includendo l’assistenza e previdenza sociale, l’istruzione e la libertà di comunicazione.
A vent’anni dalla legge 146, l’indispensabilità del lavoro, o meglio di alcuni lavori, torna sotto i riflettori. Con un ribaltamento di significato, aggettivi quali «indispensabile» o «essenziale», attribuiti a lavoratori e lavoratrici, sono passati dal riferirsi a coloro cui è proibito fermarsi, a chi è «autorizzato» a continuare a lavorare. Anzi, sono quelli che hanno la «responsabilità» di continuare a lavorare, per dirla con Trump che, nel «Coronavirus Guidance for America», dice: «Se lavori in un’industria infrastrutturale di tipo critico […] quali servizi sanitari e farmaceutici e approvvigionamento di cibo, hai una particolare responsabilità nel mantenere il tuo normale ritmo di lavoro».
Si tratta quindi di una responsabilità individuale, quella di continuare ad andare a lavorare «normalmente». Se ti fermi, è per decisione tua o della singola azienda (o persona) per la quale lavori. Se continui a lavorare riceverai in premio innanzitutto il mantenimento del tuo stipendio e forse anche un bonus retributivo – come gli hero pay negli Usa. Parteciperai inoltre all’identificazione collettiva con un’etica della responsabilità, del sacrificio, e della massima disponibilità a dispetto dei rischi di contagio secondo la nuova declinazione pandemica delle logiche prestazionali nel mercato del lavoro neoliberale. Questo comporterà più vulnerabilità per alcune persone, vantaggio per altre.
Key workers, critical workers, essential workers: tanti i nomi utilizzati in questi mesi per definire quelle categorie di impiego che non sono state forzatamente sospese per l’emergenza sanitaria. Negli Stati uniti l’Agenzia per la sicurezza infrastrutturale e la cybersicurezza ha stabilito che questi settori comprendono una lunga lista che va dagli uffici governativi, ai mezzi di trasporto, al funzionamento dei reattori nucleari, al settore della cura e salute. Complessivamente, questi settori sembrano coinvolgere il 40% della forza lavoro in tutti gli Stati uniti. Il dato scende nello stato di New York o in California, dove gli e le «essential workers» sono rispettivamente un quarto e un ottavo del totale. La variazione dell’incidenza di questa forza lavoro sul totale non è indifferente anche rispetto al resto della popolazione, poiché maggiore è la proporzione di «essential workers» più rigide sono le regole imposte al resto della popolazione per contenere la pandemia (si veda William R. Milligan, Zachary L. Fuller et al, Impact of essential workers in the context of social distancing for epidemic control, Medrxiv.org 2020).
In Italia, il Dpcm del 22 Marzo ha fissato i settori essenziali in 87 categorie (codici Ateco) che andavano dalle «coltivazioni agricole», alla «fabbricazione di prodotti chimici», «attività legali», «servizi postali e attività di corriere», «servizi di vigilanza privata» e «attività di call center». Ovviamente includevano anche servizi di assistenza sanitaria e sociale nonché «attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico».
