Jacobin Italia

Pianificazione democratica

6 Giugno 2019

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Quando i Cccp iniziarono a cantare «Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia/ voglio un piano quinquennale/ la stabilità» era il 1984. Margaret Thatcher stava schiacciando lo sciopero dei minatori e con esso un secolo di movimento operaio, e il piano quinquennale che si stava per concludere in Unione sovietica, sarebbe stato il penultimo di

Quando i Cccp iniziarono a cantare «Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia/ voglio un piano quinquennale/ la stabilità» era il 1984. Margaret Thatcher stava schiacciando lo sciopero dei minatori e con esso un secolo di movimento operaio, e il piano quinquennale che si stava per concludere in Unione sovietica, sarebbe stato il penultimo di sempre. In Italia, il ministro della programmazione economica era il segretario del Partito socialdemocratico Pietro Longo, in quei mesi costretto alle dimissioni dopo che il suo nome comparve nell’elenco degli aderenti alla loggia massonica segreta P2. Non poteva che sembrare una caricaturale provocazione romantica, quella di Giovanni Lindo Ferretti e soci. Negli anni Ottanta, parlare di pianificazione economica significava evocare o un’Urss sull’orlo del collasso o l’Italia delle partecipazioni statali in dismissione, ormai assimilate, nel dibattito pubblico, più a carrozzoni burocratico-clientelari che a strumenti di trasformazione della società.

Eppure, pochi decenni prima, i costituenti avevano parlato, in fondo all’articolo 41, di «programmi e controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». A forzare questo impianto di economia mista, negli anni Cinquanta e Sessanta, venne il dibattito sulle riforme di struttura, con l’idea che il capitalismo non andasse semplicemente gestito, bensì trasformato talmente in profondità da superarlo di fatto. L’idea del piano diventava una rappresentazione concreta del mito della transizione al socialismo, il tentativo di fare da ponte tra riforma e rivoluzione.

Un orizzonte spazzato dal crollo del socialismo reale e dall’egemonia neoliberista, ma anche dall’incapacità degli stati nazionali di esercitare un controllo sull’economia globalizzata. La crisi del neoliberismo ha riaperto il dibattito. È pensabile che la conversione ecologica dell’economia o la gestione umanamente sostenibile dell’automazione avvengano nel libero mercato? Il piano torna, nella logica più moderata di chi immagina lo stato come venture capitalist che guida lo sviluppo (Lo Stato innovatore di Marianna Mazzucato, Laterza, 2011) o in quella più radicale di chi vede in centralizzazione e tecnologia i presupposti della transizione al socialismo (The People’s Republic of Walmart di Phillips e Rozworski, Verso, 2019). Nel recente The Socialist Manifesto (Verso, 2019), il direttore di Jacobin Bhaskar Sunkara passa in rassegna varie esperienze storiche, dai piani quinquennali sovietici al piano Meidner svedese, non nascondendo inefficienze, autoritarismo e corruzione, ma ribadendo che per porre fine allo sfruttamento occorre «estendere radicalmente la democrazia nelle nostre comunità e luoghi di lavoro».

Come si estende la democrazia al campo economico senza incorrere in inefficienze, autoritarismo e corruzione? In un recente saggio sulla rivista statunitense Catalyst, Sam Gindin sottolinea la necessità di tenere insieme pianificazione e decentralizzazione, una «pianificazione a strati» con una forte componente di democrazia diretta e autogoverno. Il tema di fondo resta quello: estendere oltre i sacri confini della proprietà privata il dominio della democrazia, nelle sue forme più diverse, dallo stato ai consigli. In tempi in cui si chiacchiera fin troppo di sovranità, si dimentica spesso quella dell’essere umano sulla propria vita e quindi della democratica vita in comune sulla competizione individuale dell’economia.  

*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica.

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