Potrebbe far sorridere vedere la presidente del consiglio di un paese del G7, in una fase di guerra globale, di crisi energetica e declino industriale, pensare che la priorità del giorno sia attaccare duramente un comma del modulo di iscrizione a una fiera per piccoli e medi editori, organizzata da un’associazione privata (l’Aie), che si svolgerà tra l’altro tra sei mesi.
Potrebbe far sorridere sentir dire di essere vittima di censura culturale chi detiene il potere, governa il ministero della Cultura e il ministero dell’Istruzione, controlla di fatto i sei principali canali televisivi nazionali, oltre a diversi quotidiani, e vive in un paese in cui si stampano e distribuiscono tranquillamente in qualsiasi canale libri di estrema destra nonché libri esplicitamente apologetici del fascismo e del nazismo.
Potrebbe far sorridere sentire l’editore di estrema destra Francesco Giubilei annunciare di esser pronto a dichiarare il falso, ossia firmare l’adesione ai valori antifascisti richiesta quest’anno da Più libri Più liberi, per poi trasformare lo stand della sua casa editrice in «una maratona con scrittori, giornalisti, lettori per difendere la libertà di parola e di espressione sotto attacco di fronte al tentativo di imporre patenti morali o atti di fede». Una specie di triste ritrovo per sfortunati intrufolatisi in una festa a cui non sono stati invitati.
Potrebbe far sorridere osservare che la competizione a destra tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci sfocia nella condivisione tra loro che la Fiera di Roma più avrà libri fascisti più sarà libera.
Però in questa polemica c’è anche qualcosa di serio.
Il gioco delle parole
La prima cosa che andrebbe affrontata seriamente, specie da chi lavora nell’editoria, è la capacità con cui negli ultimi anni l’estrema destra si appropria di alcune parole e concetti per ribaltarne il significato.
Nel corso degli anni abbiamo sentito dire in ordine sparso: che c’è razzismo verso i bianchi che vengono discriminati nelle loro culture religiose e culinarie dall’invasione dei musulmani; che gli uomini vengono penalizzati perché si favorisce ormai la visibilità delle donne a ogni livello anche se non hanno alcun merito; che le forze dell’ordine occidentali sono pervase di «cultura woke» e per questo sono più violente con i bianchi, tanto da sentire nel Regno unito lo slogan «White Lives Matter»; che c’è un’invidia feroce verso i ricchi che vengono così perseguitati dalle tasse e sono costretti a fuggire nei paradisi fiscali; che i movimenti Lgbtq non hanno alcun rispetto delle «famiglie tradizionali» altrimenti eviterebbero di farsi vedere vestiti in quel modo osceno; che chiunque accusa il governo Netanyahu di genocidio del popolo palestinese è antisemita; e infine che imporre di essere antifascisti è fascista.
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L’antifascismo e il suo contrario
Ribaltamenti sicuramente utili a distrarre dalle reali cause del peggioramento costante delle condizioni materiali di vita della popolazione negli ultimi anni, per provare a incanalare l’attenzione, e la rabbia, verso la più classica delle guerre tra poveri. Ma se questo ribaltamento spesso funziona, la causa va ricercata anche nel fatto che da trent’anni, anche in ambienti democratici, viene sostenuta la tesi della fine dell’attualità dell’antifascismo.
Come analizza Luca Casarotti nel suo L’antifascismo e il suo contrario, molti intellettuali, giornalisti e politici di vari schieramenti dagli anni Novanta in poi hanno ripetutamente spiegato che il fascismo è stato un fenomeno storico specifico ormai archiviato, e che di conseguenza l’antifascismo non ha senso perché il nemico è stato già sconfitto nel 1945. Una cantilena che inevitabilmente considera obsoleto lo stesso fondamento antifascista della nostra Costituzione che oggi la Fiera Più libri Più liberi chiede esplicitamente di sottoscrivere. Anzi, questa litania ci invita a essere aperti al confronto democratico con ogni idea, fosse anche fascista e razzista. Finendo così per farle diventare idee legittime come le altre. Puntuali infatti anche in questa polemica sono arrivate lezioni in questo senso dei vari Paolo Mieli, Massimo Cacciari e Luciano Canfora.
La presunta efficacia antifascista di queste teorizzazioni si potrebbe misurare con il fatto che in Italia in questi stessi trent’anni siamo passati dalla normalizzazione di Gianfranco Fini a quella di Matteo Salvini, per poi arrivare a quella di Giorgia Meloni e oggi di Roberto Vannacci. Rimpiangendo ogni volta quanto fosse più democratico il neofascista precedente.
Non è andata meglio altrove, dove vediamo i vari Donald Trump, Javier Milei, Jair Bolsonaro e Benjamin Netanyahu. Fino a scoprire che può essere normalizzato anche un genocidio. In fondo perpetrare un genocidio è un’opzione politica come un’altra, ci mancherebbe. Sarebbe illiberale negarlo no?
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O è antifascista o non è
Tale teorizzazione trentennale ha influenzato anche la posizione dell’Associazione italiana editori dello scorso anno, quando ha difeso la scelta di far partecipare a Più libri Più liberi l’editore Passaggio al bosco (per la cui descrizione dei testi apologetici di nazismo e fascismo rimandiamo a questo post di Loredana Lipperini). «Non condividiamo ma non vogliamo censurare nessuno», diceva sostanzialmente il comunicato dell’Aie dello scorso dicembre.
Se poi l’impostazione dell’Aie è cambiata, è perché c’è stata una mobilitazione di moltissimi editori, con oltre 100 stand che hanno chiuso per un’ora per protesta e manifestato dentro la fiera, mandando poi una lettera aperta alla stessa Aie che è stata accolta – tra l’altro con il richiamo esplicito all’antifascismo nel modulo di iscrizione – anche grazie alla posizione netta presa in questo senso dal nuovo curatore del programma della fiera Paolo Di Paolo.
La protesta degli editori, così come di tante e tanti scrittrici e scrittori, ha espresso una posizione semplice e chiara: dopo un trentennio siamo arrivati al punto di non ritorno. Non vogliamo più partecipare alla normalizzazione delle idee fasciste e razziste, per questo non vogliamo condividere lo stesso spazio con chi le professa. Fascisti ed estrema destra sono al potere, controllano la Rai, i loro libri circolano liberamente ovunque. Noi semplicemente non vogliamo fare una fiera insieme a loro. Una posizione che indubbiamente è stata ascoltata dall’Aie anche perché condivisa anche da editori (come E/O, Laterza, Minimum Fax, Sur, Fandango) e autori (ad esempio Zerocalcare e Alessandro Barbero) irrinunciabili per la stessa tenuta economica della fiera.
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Le scelte degli ultimi due anni di Più libri Più Liberi, prima sul «caso Caffo» – autore invitato e difeso nonostante fosse accusato, e in quegli stessi giorni condannato, per maltrattamenti ai danni della sua ex compagna – e poi sullo stand assegnato all’editore fascista, hanno mandato in crisi la fiera in termini di partecipazione di lettori e lettrici (visibilmente calati) e di appeal per autori e autrici ed editori, che pagano molto cari gli stand e hanno visto le vendite in fiera ridursi del 30% negli ultimi due anni.
Di fronte a questo attacco sguaiato e preoccupante della presidente del Consiglio, che sembra voler imporre dall’alto i regolamenti di una fiera privata, ora l’Aie è di fronte a un bivio. «Siamo rammaricati di quanto sta accadendo: l’intervento della Presidente del Consiglio e il dibattito generale che ne è scaturito ci inducono ovviamente a un ulteriore attento approfondimento per rispetto istituzionale», ha scritto l’Aie in un primo comunicato in risposta alla Premier. Un comunicato ambiguo, a meno che questo approfondimento non sia di Educazione civica e Storia, con ripetizioni fornite alla stessa Giorgia Meloni. Più ferma nel tenere la posizione è sembrata invece l’intervista della presidente di Più libri Più liberi Annamaria Malato su Repubblica.
Se l’Aie dovesse cedere di fronte a queste violente pressioni del Governo, è facile prevedere che la fiera Più libri Più liberi non avrà più alcun futuro né culturale né di partecipazione. Al contrario può invece rilanciarsi se riesce a esprimere non solo un atteggiamento difensivo ma a rompere l’inerzia anti-antifascista degli ultimi tremnt’anni e assumere il suo ruolo culturale, con un dibattito delle idee sul perché una fiera della piccola e media editoria indipendente o è antifascista o semplicemente non è.
Troppo spesso questa Fiera è sembrata poco più di un tentativo di washing verso i piccoli editori fatto da un’Associazione dominata dai grandi gruppi editoriali. La piccola e media editoria subisce un sistema profondamente iniquo e diseguale, in un mercato in mano per più del 50% del fatturato solo a 4 gruppi (Mondadori, Gems, Giunti e Feltrinelli) che non contenti si spartiscono anche il resto della filiera editoriale, ossia le società di promozione, distribuzione e vendita (le catene librarie) a cui tutti gli editori piccoli e medi sono costretti a rivolgersi per poter vendere i propri libri. A conti fatti, sommando le varie percentuali della filiera, questi stessi grandi gruppi guadagnano più di noi su ogni nostro libro venduto in una libreria di catena. Se a questo vero e proprio processo di sfruttamento e concorrenza sleale si aggiunge lo sdoganamento delle idee di sopraffazione alla base delle più atroci diseguaglianze della storia dell’umanità, per la cultura indipendente si passa dalla padella alla brace.
La sensazione è che questa polemica possa andare avanti a lungo, e che difficilmente l’Aie riuscirà a reggerla senza una vera e propria mobilitazione culturale di case editrici indipendenti, scrittori, scrittrici, e di tutte le persone che ruotano attorno al mondo dell’editoria. Per essere «più liberi» servirebbe un vero e proprio movimento in grado di mettere in difficoltà le storture antidemocratiche del mercato editoriale italiano, di costruire pratiche di cooperazione culturale e non solo di competizione selvaggia a ogni livello, e di fare battaglia delle idee per riappropriarci dei concetti e delle parole pervertite e ribaltate dall’estrema destra.
Cose indubbiamente difficili da fare nell’attuale contesto economico, politico e culturale. Ma sicuramente impossibili da praticare senza costruire spazi liberi dai fascismi di ieri e di oggi.
*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.
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