Il risultato delle elezioni regionali è chiaro: una bocciatura del centro politico a favore di nuove formazioni di sinistra e di destra che, almeno a parole, promettono di opporsi a quel centro. Insieme al risultato della Sassonia-Anhalt, ciò conferma una tendenza che si sta delineando da tempo: la Germania è rimasta un po’ indietro per un certo periodo, ma il «momento populista», come lo definiscono gli scienziati politici, è ormai definitivamente arrivato anche qui.
Molti lamentano l’ascesa del populismo come una minaccia alla democrazia parlamentare, una forza che ne erode le fondamenta. Non hanno del tutto torto. Tuttavia, questa erosione della democrazia è in atto da anni; non è iniziata con il populismo ed è improbabile che si concluda con esso. L’impatto che avrà sulla democrazia dipenderà in modo cruciale da quale forma di populismo alla fine prevarrà, sia all’interno che all’esterno del governo.
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Il «Voto-Fanculo»
Quando l’AfD si avvicina alla maggioranza assoluta, il suo voto assomiglia a quello che negli Stati uniti viene talvolta definito un «voto-Fanculo». Non è tanto l’espressione di un’egemonia politica consolidata, quanto piuttosto una proiezione di ogni sorta di frustrazione, un gigantesco dito medio puntato contro tutti coloro che vengono percepiti come coloro che traggono profitto dalla miseria altrui. Sebbene questi gruppi siano per lo più reazionari e riflettano la crescente influenza delle ideologie di destra, la coalizione di destra rimane comunque fragile e in parte incoerente. Leader carismatici come Donald Trump negli Stati uniti o Ulrich Siegmund in Sassonia-Anhalt sono essenziali per tenere unite le diverse fazioni, soprattutto se arrivano al potere.
Il bilancio dei governi populisti di destra è controverso. Sebbene tendano a durare più a lungo delle loro controparti di sinistra, alla fine soffrono dello stesso dilemma: una volta al governo, cessano di rappresentare un voto di protesta e di conseguenza perdono consensi. La leadership dell’AfD sembra averlo capito. I loro leader nell’est, come Siegmund e Tino Chrupalla, aggirano abilmente le questioni politiche orientando la discussione verso la cosiddetta questione della democrazia: «L’AfD è un progetto democratico», affermano, aggiungendo che con risultati come questi è impossibile tenerli fuori dal governo. Si tratta di autopromozione, non di promesse politiche. E, a loro merito, funziona.
L’AfD ha purtroppo un difetto significativo: se il suo consenso dovesse continuare a crescere, cosa non improbabile se si trovasse all’opposizione, diventerebbe inarrestabile secondo la logica della democrazia parlamentare. Un governo AfD significherebbe anche che il partito dovrebbe scegliere tra i contrastanti interessi di classe al suo interno. Razzismo e «remigrazione» potrebbero ancora fungere da terreno comune ideologico, ma nemmeno la politica migratoria più disumana costruirà un solo ponte, impedirà la chiusura di alcuna fabbrica o finanzierà alcuna scuola. I crescenti problemi sociali che attualmente alimentano l’ascesa dell’AfD potrebbero diventare il suo tallone d’Achille al governo. Fino ad allora, tuttavia, avrebbe ampie opportunità di infliggere danni enormi.
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Costruisci, costruisci, costruisci
La vittoria elettorale della Linke a Berlino è notevole e apre nuove prospettive per il partito, ma si inserisce in un quadro generale molto più complesso. L’AfD sta ottenendo risultati impressionanti quasi ovunque in Germania, mentre il successo della Linke è limitato a Berlino: nelle sue ex roccaforti di Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore, sta infatti subendo sconfitte storiche. Anche le elezioni regionali nella Germania occidentale della scorsa primavera, pur non essendo «sconfitte» in senso stretto, non sono state certo incoraggianti.
La conseguenza per il partito a livello federale è ovvia: l’attenzione degli ultimi due anni, da un lato incentrata sull’affinamento della retorica e dall’altro sull’impegno concreto nella campagna porta a porta e nell’organizzazione, deve essere mantenuta. Con il risultato di Berlino, i sostenitori di questo approccio hanno ora un valido argomento per accelerare i cambiamenti nella strategia e nell’orientamento politico. Un approccio «tradizionale» a livello nazionale porterà all’irrilevanza.
Nel bene o nel male, questo processo dovrà ora svolgersi parallelamente alla formazione di un governo – che ne rappresenta di gran lunga la forza più potente. Ma anche in una situazione finanziaria estremamente precaria e con partner più interessati al sabotaggio che alla co-governance. Questo compito si preannuncia difficile per un populismo di sinistra ancora quasi embrionale, che rischia di perdere il «voto di protesta», come è già accaduto ad alcuni partiti affini della sinistra. Al momento, tuttavia, questa sembra essere l’unica strada percorribile.
Nella migliore delle ipotesi, la Linke – a differenza della ben più contraddittoria AfD – potrebbe costruire una coalizione duratura a partire dal suo 25% a Berlino, ponendo le basi per un’ulteriore crescita, realizzando da un lato miglioramenti concreti e consolidando dall’altro la propria influenza al di fuori del Parlamento. Ciò, tuttavia, presuppone che un futuro governo di sinistra realizzi effettivamente questi miglioramenti e porti a termine l’ambizione di trasformare il partito in una macchina da guerra politica.
Perché un momento populista come quello che stiamo vivendo significa soprattutto crescente instabilità e imprevedibilità del sistema elettorale. Chi oggi è acclamato può essere messo fuori gioco domani, come testimoniano fin troppo bene Pablo Iglesias e Alexis Tsipras. Il populismo di sinistra, quindi, offre un’opportunità per vincere le elezioni, ma in definitiva l’obiettivo è qualcosa di ben più importante: organizzare e mobilitare le maggioranze per una democrazia diversa, una democrazia socialista. Se questo obiettivo dovesse fallire, a breve o a lungo termine, forse altre alternative, persino meno attraenti di quella attuale, saranno già pronte a subentrare.
*Loren Balhom è caporedattore dell’edizione tedesca di Jacobin da cui è tratto questo articolo. La traduzione è a cura della redazione.
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