Domenica 19 dicembre si vota per il presidente del Cile. Si tratta di un voto storico, non solo per i candidati che rappresentano due idee di paese molto diverse, Gabriel Boric e Jose Antonio Kast – il primo giovane e riconosciuto leader del movimento degli studenti e candidato della sinistra, il secondo un politico conservatore nostalgico della dittatura di Pinochet – ma anche e soprattutto perché questo voto arriva dopo due anni di grandi movimenti e proteste. Il 18 ottobre 2019 la rivolta sociale in Cile ha fatto il giro del mondo, cambiando l’immagine del paese, non più e non solo il paese di statistiche macroeconomiche virtuose, ma anche e soprattutto una nazione con diseguaglianze insopportabili che pretende migliori diritti sociali, e una nuova costituzione che chiuda definitivamente il capitolo della dittatura. A pochi giorni dal voto intervistiamo Javiera Petersen, membro del gruppo programmatico per il piano di governo di Gabriel Boric, oltre che appartenente a una generazione (la stessa di Camila Vallejo) giovane e arrabbiata dove essere economisti significa anche fare politica, mettere insieme, organizzare, costruire.
Javiera, se mettiamo da parte la stabilità macroeconomica del paese, il Cile è riconosciuto come uno dei paesi più diseguali al mondo, con un’economia focalizzata nel settore primario (estrazione di rame per l’export) e con un livello estremamente alto di privatizzazione dei servizi base come ad esempio l’acqua. In che modo il programma a cui avete lavorato con il candidato Gabriel Boric affronta queste sfide per il futuro del paese?
Penso che la cosa più importante sia il fatto che il programma di Gabriel Boric è stato pensato e disegnato facendo una diagnosi ben chiara – che ci distingue radicalmente dal programma di Kast – dei problemi produttivi del paese che sono inesorabilmente legati ai pessimi servizi sociali e alla forte diseguaglianza. Questi temi sono collegati e vanno affrontati insieme. Ad esempio, prima dell’attuale crisi causata dalla pandemia, in Cile il 30% dell’occupazione era informale, quindi senza sicurezza, senza salari stabili, senza certezza per il futuro. Ancora, il Cile è uno dei paesi con maggiori conflitti socio ambientali del mondo e la maggior parte di questi sono collegati ad alcune attività economiche che caratterizzano e dominano la matrice produttiva del paese, come il settore minerario. Il nostro programma affronta in modo strutturale questi problemi che sono economici, sociali e politici e lo fa attraverso tre pilastri fondamentali. Il primo è la riforma tributaria che ci consente di finanziare migliori servizi sociali e di dirigerci verso un’agenda produttiva che permetta al paese di costruire un nuovo modello di sviluppo. Questa riforma è stata pensata facendo un’analisi concreta dei problemi rispetto alla riscossione e alla progressività del nostro sistema tributario attuale. Il secondo pilastro riguarda il rafforzamento dei diritti sociali nel nostro paese con un focus su pensioni e salute. In particolare, vorrei sottolineare la proposta di un sistema nazionale di cura e assistenza che permetta di costruire un modello di corresponsabilità sociale, dove lo stato riconosce il carattere interdipendente e produttivo del lavoro di cura, e quindi si impegna nella costruzione di infrastrutture e servizi anche per sgravare il carico dalle sole donne. Il terzo pilastro prevede un nuovo modello di sviluppo per il paese, in cui il governo si faccia carico non solo di questa crisi ma anche della stagnazione produttiva nella quale il paese si trova da oltre un decennio, e crei nuove e migliori forme di benessere diffuso. Come dicevi nella domanda, l’economia cilena è interamente focalizzata nel settore primario. Quelle fonti di sviluppo e ricchezza tipiche degli anni Novanta non bastano più, abbiamo bisogno di una nuova agenda produttiva. Mi ripeto, il nostro programma pone una grande enfasi e un grande impegno rispetto al cambiamento strutturale del paese, anche attraverso nuove forme istituzionali che aiutino e incentivino un nuovo modello: ad esempio, penso che una delle novità più importanti che proponiamo in questo senso sia la creazione di una banca nazionale per lo sviluppo. In questo modo, i settori su cui vogliamo investire per questo cambiamento strutturale potranno godere di finanziamenti pazienti e sfuggire a logiche di mercato che privilegiano solo il breve periodo.
Dopo il primo turno che si è tenuto il 21 di novembre, il dibattito in Cile si è polarizzato rispetto a due programmi definiti «estremi», quello di Boric e quello di Kast. A volte può essere rischioso guardare all’altro per portare avanti il proprio programma. Perché la campagna per Gabriel Boric si è anche in parte trasformata in una campagna per evitare Kast come futuro presidente?
Innanzitutto, si tratta di una falsa dicotomia presente soltanto nella stampa cilena che definisce i programmi come estremi. Fuori dal Cile, o meglio fuori dalla regione dell’America Latina, si è sottolineato soltanto il personaggio e il relativo programma di estrema destra di Kast. È lui l’unico candidato estremo. Rappresenta una retrocessione in materia di diritti sociali, civili e in ambito economico. Propone ancora una volta la vecchia ricetta di abbassare le tasse – il Cile è già un paese che riscuote una quota bassissima di tasse sulle imprese – affermando il processo di causa-effetto tra tasse più basse e maggiori investimenti e crescita. Non solo questo non è stato dimostrato empiricamente – minori tasse da sole non comportano maggiori investimenti – ma abbiamo anche visto l’esempio negli Stati Uniti, con l’abbassamento delle tasse che ha fatto Trump e gli scarsi risultati in termini di maggiori investimenti. Ma soprattutto il Cile non è come gli Stati Uniti, non ha la stessa posizione internazionale né dunque la stessa capacità di affrontare problematiche relative al deterioramento dei conti pubblici, già messi sotto pressione dalla pandemia. Bisogna quindi, al di là degli slogan, chiedersi che cosa implicherebbe il programma di Kast da un punto di vista economico, non solo sociale. Implicherebbe un grande indebitamento fiscale, senza alcuna proposta di come superare la stagnazione economico-produttiva.
Leggendo il programma di Boric, penso si possa definire un programma femminista, socialista, verde e inclusivo. Pensi che il Cile sia pronto per un cambio del genere?
Il nostro programma raccoglie istanze sociali che si sono sollevate con forza e da parte della maggioranza di questo paese che da anni chiede più giustizia sociale, di mettere fine alla Afp (Amministratori dei Fondi di Pensione privati) e di avere finalmente un vero sistema di sicurezza sociale, educazione pubblica gratuita e di qualità e un paese che possa realmente avanzare verso una maggior uguaglianza sociale e di genere. Queste sono tutte proposte presenti nel programma di governo che offriamo con Gabriel Boric per un Cile migliore. Penso che la grande sfida che abbiamo davanti, se Gabriel vince, è la costruzione di una maggioranza sociale che possa esprimersi nel Congresso per trasformare il paese e per avanzare in materia di diritti e di redistribuzione. Parallelamente, metteremo in moto un cambio strutturale dell’economia che permetta al paese di portare a compimento il progetto di trasformazione economico-sociale che è già iniziato. Credo che costruire e coniugare in modo armonico e strategico sarà la sfida politica più grande per il governo, che spero sarà il governo di Gabriel Boric e quindi di tutti noi.
*Guendalina Anzolin. ricercatrice in politica economica presso il King’s College di Londra. Javiera Petersen direttrice del centro Opes e membro gruppo programmatico per il governo di Gabriel Boric.

