Jacobin Italia

Povertà, una storia italiana

23 Marzo 2023

L’evolversi della miseria, e soprattutto i mutamenti della sua percezione e rappresentazione, accompagnano la storia del paese fin dalla sua Unità: dalla carità compassionevole liberale fino allo stato sociale

La povertà, la sua «scoperta» e la sua rimozione, sono temi ricorrenti nella storia del nostro paese. La storiografia economica – quella che, nel mondo anglosassone, si interroga sulle origini della «ricchezza delle nazioni» – rende il senso della precarietà con cui percepisce l’uscita degli italiani dalla miseria chi la guarda in una prospettiva più ampia. Titoli come In ricchezza e in povertà, o Ricchi per sempre?, restituiscono la precarietà del nostro ingresso tra le «società opulente».

Negli anni Sessanta, proprio mentre l’Italia «miracolata» si avvicinava finalmente alle società più ricche, quelle stesse società prendevano consapevolezza del persistere al loro interno di sacche irriducibili di povertà. Nel 1964, un celebre discorso di Lyndon Johnson dichiarava «guerra alla povertà». Di lì a poco, Francia e Belgio avrebbero lanciato le prime, innovative, politiche di reddito minimo. Come ha ricostruito il sociologo Daniel Zamora, la povertà non fu «scoperta» ma cambiò profondamente la sua rappresentazione. Alla descrizione delle modeste condizioni di vita della classe operaia, tenuta anche negli anni «gloriosi» al centro del dibattito dalle organizzazioni politiche e sindacali di sinistra, la nuova elaborazione, figlia soprattutto di ambienti cattolici, sostituiva una figura a sé stante: il povero, oggetto di politiche specifiche. Una figura che, con un certo ottimismo, si credeva prima di superare grazie a una crescita infinita e poi grazie a uno stato sociale che mirava a rendere la società più equa. Il superamento, sacrosanto, delle impostazioni lavoristiche e «produttivistiche» degli anni della ricostruzione portava però il frutto avvelenato dell’abbandono dell’idea di giustizia sociale, rimpiazzata da una forma «minimalista» di diritti umani: soglie minime di standard di vita, sotto le quali non bisogna lasciare nessuno ma sopra le quali tutto è lecito. Una visione che mette a fuoco i poveri e non guarda alla società che crea ricchezza e miseria.

La povertà preindustriale

Se, come ricorda Elettra Stimilli in questo numero, la povertà per Marx ha origine con la «libertà» dei contadini dal vincolo feudale, per il filosofo di Treviri la creazione di ricchezza capitalistica è «allo stesso tempo accumulazione di miseria al polo opposto». Come frontiera più avanzata della rivoluzione commerciale, che avviò la transizione dal feudalesimo al capitalismo, le città italiane furono capofila anche di questo impoverimento «primitivo». Nella sua Storia economica dell’Europa pre-industriale, Carlo Cipolla riporta le cronache di inizio Seicento: se «a Roma non si vedono che mendicanti e sono così numerosi che è impossibile circolare per istrada senza averceli d’attorno», a Venezia i mendicanti erano tanti da indurre i Dogi a multare i barcaioli che li avessero trasportati in città. In quelle città, i lasciti «benevoli» dei pochi ricchi davano vita alle prime istituzioni incaricate di prendersi cura dei poveri. In primo luogo gli ospedali, in origine dedicati tanto ai malati quanto ai mendicanti o ai vecchi non più in grado di contribuire. Ce lo racconta Giovanni Verga nei Malavoglia, ma anche la storica Vinzia Fiorino, che ricostruisce le pratiche di internamento del manicomio romano di Santa Maria della Pietà. Nei primi decenni postunitari era comune per le famiglie rurali far ricoverare i membri anziani nei mesi in cui tutta la famiglia poteva lavorare a giornata. Nell’Italia tardo medievale erano nati anche i Monti di Pietà, tesi a offrire un sostegno dignitoso a chi, per malattia o carenza di lavoro, non aveva di che campare. 

In società ancora afflitte dalla scarsità, del resto, c’erano diverse categorie di poveri: quelli «di Cristo» descritti da Stimilli; quelli «nascosti», vergognosi, che le istituzioni caritatevoli talvolta andavano a scovare attivamente; quelli invece da disprezzare, gli oziosi, fraudolenti e malfattori; infine quelli che oggi abbiamo imparato a chiamare working poor – chi appunto, privo di risparmi, finiva sott’acqua per una giornata storta. Nell’antico regime, la povertà non era ancora propria di gruppi specifici della società: era un rischio che riguardava la maggioranza della popolazione, che doveva essere spinta a non cedere all’ozio da salari miseri. La carità, lungi dal rompere questa condizione, legittimava le gerarchie sociali.

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