Venerdì 12 giugno si è tenuto il primo sciopero generale della cultura in Italia. Si è trattato del primo sciopero di un settore così esteso: personale di musei, biblioteche, archivi, parchi archeologici, teatri, ma anche lavoratrici e lavoratori autonomi dell’editoria, dello spettacolo, della produzione artistica e culturale hanno scioperato e sono scesi in piazza insieme. A fronte della costante frammentazione contrattuale e sociale alla quale siamo sottoposte, in migliaia abbiamo sentito il bisogno di adottare forme di sciopero tradizionali e non, diversificate e nuove, per chiedere di essere ascoltate.
La storia ci insegna che spesso sono i movimenti dal basso a determinare cambiamenti sostanziali: praticare l’utopia significa scrivere la storia, mettendo in fila uno dopo l’altro tasselli di possibile.
Questa ondata ha sancito, infatti, una svolta epocale, che sarebbe stata impossibile fino a poco tempo fa in un settore così tanto definanziato, svilito e parcellizzato. Un risultato che sembrava lontano è stato raggiunto grazie alla fondamentale spinta delle lavoratrici e dei lavoratori che, negli ultimi anni, si sono attivati per esigere il rispetto dei propri diritti.
La scommessa è riuscita: nonostante le precettazioni (i beni culturali sono stati infatti inclusi tra i servizi essenziali nel 2015 e quindi sottoposti alla Legge 146/1990, che pone forti limitazioni al diritto di sciopero), la disinformazione dilagante, i tentativi di boicottaggio da parte di alcune istituzioni, la frammentazione del settore e la costante ricattabilità che tante e tanti subiscono a causa di contratti precari e a termine, lo sciopero è stato ampiamente sentito come un’importante occasione per reclamare i propri diritti.
Già la sua proclamazione ha richiesto un’attenta analisi del settore per poter includere le diverse categorie lavorative. Chi lavora nella cultura, infatti, opera nelle istituzioni statali, civiche, universitarie, nelle Fondazioni, in luoghi di pertinenza di enti ecclesiastici, nelle cooperative che prendono in gestione i servizi, senza considerare le Partite Iva, il lavoro in somministrazione e le altre forme di lavoro autonomo e atipico. Nello stesso luogo di lavoro spesso collaborano fianco a fianco lavoratrici e lavoratori inquadrati con Contratti nazionali di lavoro (Ccnl) diversi, dipendenti da soggetti diversi e con forme contrattuali diverse.
È stato estremamente difficile includere tutte le sfaccettature, con le loro specificità e criticità. Ma attraverso il lavoro condiviso tra sindacati e professionisti del settore, siamo arrivate ad avere ben tre indizioni di sciopero che, insieme, hanno coperto quasi tutto l’ampio raggio di chi opera nel settore – tenendo sempre in conto che molte persone risultavano in ogni caso escluse, a causa dell’impossibilità formale di scioperare in modo «tradizionale».
Riconoscersi è stato il primo passo di questo percorso. Riconoscersi grazie a un decennio di attivazioni, inchieste, denunce e supporto alle vertenze che hanno portato ad alcuni miglioramenti nei singoli luoghi di lavoro, ma ancora troppo pochi nel quadro complessivo di un settore che ha vissuto per oltre trent’anni processi di disinvestimento pubblico, esternalizzazione dei servizi, privatizzazioni e, di conseguenza, impoverimento e precarizzazione del lavoro.
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Il percorso che ha portato allo sciopero
Come è ben noto, quello dei beni culturali non è storicamente un settore abituato agli scioperi di massa che caratterizzano, per esempio, altri comparti del lavoro come i trasporti, l’industria o la logistica.
Non esistono, infatti, precedenti storici che ci parlino di scioperi generali della cultura. Per ritrovare qualcosa di simile, bisogna scorrere indietro le cronache fino agli inizi degli anni Settanta – quando un’Italia fresca di Sessantotto viveva il momento di massima espansione della lotta sindacale e delle grandi mobilitazioni operaie. Nel 1971 il personale dei musei e delle biblioteche dello Stato scioperava per gli scarsi investimenti nel settore, la cui conseguenza erano salari inadeguati e una condizione di forte carenza di organico. Fu proprio questa mobilitazione, tra le altre cose, a portare all’istituzione del Ministero dei Beni Culturali.
Oggi, dopo oltre cinquant’anni, la situazione è ancora la stessa e lavoratrici e lavoratori della cultura tornano a occupare le piazze, in una conformazione inedita.
Quando un anno fa scrivevamo proprio su Jacobin delle ragioni che ci hanno spinto ad avviare un lungo e articolato percorso verso uno sciopero generale della cultura, partivamo da un presupposto: piccoli focolai di attivazione, vertenze e scioperi locali si stavano moltiplicando in tutta Italia. Il settore, abbandonato a sé stesso da decenni, ancora scarsamente sindacalizzato e pure intimidito dall’inclusione nella Legge 146/1990, sembrava aver riscoperto il valore del conflitto, provava a rivendicare migliori condizioni partendo dalle richieste più basilari (come l’applicazione del contratto di settore, il Ccnl Federculture, negli appalti dei servizi culturali) e muoveva i primi passi verso la riappropriazione degli strumenti di lotta collettiva.
Proprio per questo, tra dicembre del 2024 e febbraio del 2025, abbiamo scritto e pubblicato un appello allo sciopero aperto a tutti i sindacati e a tutte le realtà del settore, costituito da dieci punti per noi essenziali attorno ai quali costruire un percorso condiviso.
Le rivendicazioni partivano da questioni universali, come il riconoscimento della dignità del lavoro culturale, la tutela della sicurezza e della salute psico-fisica sui posti di lavoro, l’eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione, molestia e violenza. Ma toccavano anche fattori tecnici e strutturali, come il finanziamento alla cultura, l’incremento delle assunzioni pubbliche e l’adeguamento delle retribuzioni del personale, la regolamentazione del volontariato sostitutivo, la reinternalizzazione e – in attesa della fine del sistema degli appalti – l’applicazione del Ccnl Federculture per tutte le lavoratrici e i lavoratori esternalizzati dei servizi culturali. Seguivano poi i punti dedicati al lavoro atipico che spopola nella cultura e nello spettacolo, con l’eliminazione delle false Partite Iva e lo stop all’utilizzo del lavoro autonomo come strumento di ribasso e di precarizzazione, la garanzia di più diritti per chi si trova a esercitare la propria attività in regime di libera professione, l’istituzione di un reddito di discontinuitàper tutte le professioni culturali caratterizzate da intermittenza strutturale. Non mancava infine l’attenzione per il mondo della ricerca, che riteniamo un’attività culturale fondamentale per il futuro del paese, con il riconoscimento della stessa quale attività lavorativa e la stabilizzazione di tutti i ricercatori e di tutte le ricercatrici precarie.
All’appello hanno risposto sindacati, associazioni, movimenti e collettivi del settore culturale, in modo ampio e trasversale. Ha preso così forma una rete nazionale di soggetti che, insieme, hanno costruito il percorso verso lo sciopero della cultura. Hanno partecipato lavoratori e lavoratrici, professionisti e professioniste raggruppati attorno a differenti gruppi, da Aiem (Associazione Italiana Educatori Museali) a Biennalocene, da Awi (Art Workers Italia) a Redacta e Strade (traduttrici e traduttori editoriali), da Vogliamo Tutt’Altro e Campo Innocente (spettacolo e arti performative) a Galassia Antisionista e Anga (Art Not Genocide Alliance), passando per l’Arci, Rete della Conoscenza (studenti) fino all’Adi (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia) e alle Assemblee Precarie Universitarie, oltre alle organizzazioni sindacali che hanno contribuito alla stesura delle proclamazioni, Clap (Camere del Lavoro Autonomo e Precario), Adl Cobas e Cobas Lavoro Privato, Cub e Usi-Ct&s ma anche Fp Cgil e Nidil Cgil. Altre realtà e sigle hanno partecipato al percorso sui territori o a livello nazionale, attraversandolo in momenti differenti.
L’autunno del 2025 ha dato un’ulteriore spinta. La fase degli scioperi per la Palestina e contro l’economia di guerra ha visto l’adesione di moltissimi lavoratori e lavoratrici del settore culturale – che, con il comparto scuola, università e ricerca, è stato tra quelli che più ha sentito questi temi – inclusi funzionari e funzionarie del Ministero della Cultura, che hanno scritto e diffuso una lettera in poco tempo oggetto di numerose adesioni.
Questa ci è sembrata una prova tangibile di un bisogno che ormai aleggiava: riappropriarsi dello strumento dello sciopero per rivendicare giustizia sociale, ma anche giustizia lavorativa.
Un momento di fondamentale importanza è stato lo sciopero dell’8 maggio 2026 alla Biennale di Venezia, che ha portato alla chiusura di oltre 20 padiglioni e al coinvolgimento di più di 3.000 manifestanti. Da quella piazza è emerso il grido di contrarietà all’economia di guerra e a quel sistema di sfruttamento e repressione che, attraverso la pratica dell’art-washing, utilizza l’arte e i luoghi della cultura come strumento di normalizzazione di guerre, genocidi e affermazione di potere.
E così, attraverso assemblee nazionali e territoriali, confronti e incontri durati quasi due anni, siamo giunte al primo sciopero generale della cultura, il 12 giugno 2026.
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Adesioni e piazze
Lo sciopero generale della cultura è stato volutamente caratterizzato da presidi e azioni diffuse in tutta Italia, a riprova di quanto la cultura sia radicata e pulsante nei territori: le biblioteche, i teatri, i musei, gli archivi occupano ogni angolo del nostro paese e ne costituiscono l’ossatura democratica, svolgendo quotidianamente un ruolo fondamentale di presidi culturali (e sociali) di prossimità. Il che si oppone anche alla retorica – consolidata nel corso dei decenni – dei grandi poli museali attrattivi, verso cui convergono gran parte degli investimenti e della visibilità, mentre molte biblioteche civiche lavorano a orari limitati, molti archivi comunali sono a corto di risorse e molti piccoli musei sono chiusi per assenza di personale o tenuti aperti soltanto da volontari e volontarie.
Da Firenze a Taranto, da Torino a Bari, da Venezia a Napoli, da Milano a Palermo, da Roma a Bologna le lavoratrici e i lavoratori si sono ritrovati in circa trenta piazze e hanno occupato lo spazio pubblico, uno spazio di riconoscimento e legittimazione. Non solo presidi, ma anche azioni collettive come quelle portate avanti a Cosenza e Lecce, dove davanti e all’interno dei luoghi di cultura sono stati affissi annunci di lavoro, testimonianze e riflessioni che offrivano uno sguardo sulle condizioni del settore e sullo stato di salute delle politiche culturali locali.
Nella sua forma tradizionale, lo sciopero ha portato alla chiusura di una decina di padiglioni della Biennale e degli spazi delle Procuratie Vecchiea Venezia, di diverse sale degli Uffizi e delle Cappelle Medicee a Firenze. A Ravenna ha chiuso buona parte del circuito museale statale, inclusi Mausoleo di Teodorico e Battistero degli Ariani. A Roma ha chiuso il Museo dei Fori Imperiali, grazie all’alta adesione del personale Zétema. Hanno poi chiuso numerose biblioteche e musei civici o universitari e diverse mostre private. Hanno aderito i lavoratori del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana di Genova e anche operatrici e operatori di diversi Archivi di Stato. Diffusi sono stati i disservizi segnalati in tutta Italia.
Nonostante le difficoltà già evidenziate, non possiamo che essere soddisfatte del risultato e orgogliose di ogni singola persona che ha scioperato (magari per la prima volta), è scesa in piazza, ha manifestato il proprio dissenso e ha contribuito alla riuscita.
Nella giornata del 12 giugno, abbiamo dimostrato quanto le nostre professionalità e attività lavorative siano indispensabili a rendere il patrimonio culturale davvero accessibile. Coloro che si prendono cura dei beni e degli spazi culturali, che si occupano delle pulizie, dell’apertura dei luoghi, della custodia e della catalogazione delle opere, che tutelano, studiano, raccontano e valorizzano il nostro vasto patrimonio pubblico, coloro che producono arte e cultura sui palchi, negli spazi espositivi e nei teatri hanno voce e forza, hanno diritti e rivendicazioni.
In questi anni abbiamo tentato di uscire dall’invisibilizzazione e dalla frammentazione, organizzando la rabbia. Dopo esserci riconosciute tra noi, continuiamo a chiedere riconoscimento alla società e soprattutto alle istituzioni. Gli amministratori – dagli Enti locali al Governo, fino alle governance delle Fondazioni di partecipazione – non possono più far finta di niente: non c’è tutela, non c’è valorizzazione senza salari/compensi adeguati e condizioni dignitose per chi lavora nel nostro patrimonio. E senza un piano di investimenti a lungo termine volti a garantire la tenuta dei servizi culturali.
La strada è ancora lunga, ma il 12 giugno ha segnato un passaggio storico per tutte e tutti noi, innanzitutto per aver riportato nell’immaginario del settore culturale l’orizzonte dello sciopero. Il primo, ma sicuramente non l’ultimo.
*Rosanna Carrieri, Vittoria Laudisio, Maddalena Mastrantonio sono attiviste di Mi Riconosci? Questo articolo è stato scritto con il contributo di altre attiviste e attivisti dell’organizzazione che non possono firmare l’articolo a causa degli obblighi legati al loro lavoro.
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