Jacobin Italia

Ridateci il salario

27 Marzo 2025

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Un appello dei lavoratori e lavoratrici del liceo Amaldi di Roma solleva il problema dell’imposta occulta dell'inflazione. Intanto l’Organizzazione internazionale del lavoro ha confermato la perdita salariale degli ultimi 15 anni in Italia

Oltre 120 lavoratori e lavoratrici del liceo Amaldi di Tor Bella Monaca, di cui anche chi scrive fa parte, hanno recentemente lanciato un appello rivendicando l’urgenza del recupero del potere d’acquisto dei salari. Il testo è semplice e chiaro e prende di mira la svalutazione salariale che si è determinata tra il 2022 e il 2024:

Il rinnovo contrattuale per il mondo della scuola prevede un aumento nominale medio del 6% pari a circa 150 euro lordi (quasi tutti già inseriti nell’attuale busta paga) a fronte, però, di una perdita media del potere d’acquisto di 450 euro (17,3%). La differenza di 300 euro equivale dunque a una enorme «imposta occulta» mensile che noi lavoratori e lavoratrici del mondo della scuola, così come dell’intero pubblico impiego e del lavoro privato, stiamo di fatto già pagando.

Su questa rivendicazione si propone di costruire un movimento duraturo chiedendo di dar vita a coordinamenti in ogni luogo di lavoro che poi si mettano in rete a livello cittadino. Si invita a una prima mobilitazione per giovedì 3 aprile, organizzando lezioni di educazione civica sul tema del salario nelle classi, esponendo striscioni nei singoli luoghi di lavoro o anche più semplicemente organizzando dibattiti e volantinaggi per approfondire e sensibilizzare sulla questione aprendo la strada a nuove iniziative.

L’aspetto interessante è che questo documento tiene insieme docenti, personale Ata e delle segreterie e non si rivolge solo al mondo della scuola e al rinnovo del contratto di categoria, ma a tutto il mondo del lavoro. Così come è interessante il fatto che l’appello vada oltre la dimensione strettamente sindacale, ma che allo stesso tempo chieda sostegno a tutte le organizzazioni che condividono il fatto che si sia raggiunto «un punto limite» e la conseguente necessaria mobilitazione. L’appello ha raccolto oltre 1.000 adesioni in pochi giorni su change.org, ma soprattutto si è subito intrecciato ad altri fermenti che attraversano il mondo della scuola e non solo.

I dati di medio e lungo periodo

Recentemente, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) ha pubblicato i dati relativi al quindicennio 2008-2024. Anche nel medio periodo i dati sono netti. Il calo dei salari reali in Italia in questo segmento temporale è stato pari all’8,7%. A fare compagnia all’Italia tra i grandi paesi a capitalismo avanzato c’è solo la Spagna, che vede una riduzione netta, anche se inferiore a quella nostrana. Per rendere concrete queste percentuali la Cgil ha calcolato la differenza di potere d’acquisto relativamente al modello Panda della Fiat: se nel 2010 servivano in media circa 5,5 mensilità per acquistarla, nel 2024 siamo a circa 8,8. Allungando ancora lo sguardo su uno spazio temporale più lungo, è evidente che, dentro un generale ristagno internazionale dei salari (che sono cresciuti meno degli aumenti di produttività), l’Italia occupa una posizione particolarmente negativa. Dal 1991 al 2022 lo Stivale è maglia nera tra i paesi Ocse per crescita dei salari reali, con un differenziale di oltre il 30% rispetto alla media.

In sostanza, l’Italia ha costruito in questi decenni un modello produttivo fondato su un basso costo del lavoro, un differenziale che favorisce le esportazioni alimentando una competizione sul prezzo e non sulla qualità del prodotto. Un modello di corto respiro…

Lo Stato ha i soldi per aumentare i salari pubblici?

Partiamo dal settore pubblico dove i salari dovrebbero essere aumentati dalle amministrazioni statali, guardando gli effetti dell’inflazione nel breve periodo. Quando crescono i prezzi il Pil nominale cresce sostanzialmente nella stessa proporzione: il valore nominale dei beni prodotti nel paese lievita seguendo l’inflazione. Questo genera un vantaggio per lo Stato, perché il rapporto debito/Pil tende a ridursi. Più in generale tutti i debitori tendono ad avvantaggiarsi dell’inflazione, perché i debiti nominali restano uguali, ma il loro valore reale si svaluta. Anche per questo il rapporto debito/Pil tra il 2022 e il 2024 si è sensibilmente ridotto in Italia (dal 145,7% del 2022 al 134,6% del 2024).

Non solo. Le entrate fiscali seguono anch’esse l’aumento dei prezzi. Sicuramente molte imposte indirette a partire dall’Iva (che si paga come percentuale del prezzo crescente), ma anche imposte come l’Irpef (se i redditi aumentassero in proporzione con l’inflazione), genererebbero incassi proporzionati alla crescita dei prezzi. Quindi anche il rapporto debito/entrate fiscali tende a diminuire.

Inoltre, quando i redditi crescono nominalmente anche se non recuperano tutta l’inflazione pagano imposte superiori, perché aumenta la parte di reddito su cui incide lo scaglione più alto di Irpef pur in presenza di una riduzione del reddito reale. Un fenomeno conosciuto come Fiscal Drag (drenaggio fiscale).

In sintesi, lo Stato e le amministrazioni pubbliche in presenza di inflazione potrebbero serenamente aumentare in proporzione i salari dei propri dipendenti senza generare nessun problema. Se non lo fanno, come sta accadendo, in realtà è come se decidessero di applicare un’imposta occulta

Le imprese private hanno i soldi per aumentare i salari privati?

Le imprese possono avvantaggiarsi di una stagione d’inflazione elevata. Infatti, quando aumentano i prezzi, le varie imprese aumentano in proporzione e mediamente i ricavi. Anche i costi di produzione per l’acquisto di materie prime ed energia, ad esempio, aumentano mediamente nella stessa proporzione dell’inflazione. Però, se i salari non seguono l’aumento dei prezzi quello che succede è molto semplice: salgono i profitti nella stessa proporzione della svalutazione salariale. Si dirà che, se l’inflazione arriva soprattutto dall’estero (pensiamo alla crescita dei costi dell’energia in un paese come l’Italia) ci sarà un deflusso di valore fuori confine che può mettere in difficoltà almeno alcuni settori produttivi. Vero, ma nel complesso non sembra essere stato il dato principale della stagione 2022-24. I margini delle imprese sono mediamente cresciuti negli anni dell’inflazione, molte di loro hanno semplicemente scaricato i costi di produzione in crescita sul prezzo finale beneficiando del ristagno salariale. La crescita dei margini è stata così evidente che si è discusso molto se l’inflazione fosse stata addirittura causata dall’avidità delle imprese.

Inoltre, la crescita dei tassi d’interesse provocata dalla politica monetaria restrittiva della Bce ha accresciuto i margini delle banche e del settore finanziario che hanno guadagnato sul rialzo dei tassi dei mutui e dei prestiti più in generale, che hanno ulteriormente drenato risorse dai risparmi di chi vive di lavoro.

Anche in questo caso la risposta è, dunque, positiva: i salari privati potrebbero mediamente seguire il livello d’inflazione senza particolari scossoni per le imprese e le banche, se non lo fanno provocano una crescita dei profitti.

Sulla spirale prezzi-salari

Quando nel 2022 i prezzi salirono a livelli da anni Settanta e Ottanta, molti commentatori e uomini delle istituzioni, a partire dagli ultimi due governatori della Banca D’Italia (Visco e Panetta), si affrettarono a brandire lo spettro di una possibile spirale prezzi-salari: all’aumentare dei primi, se i secondi avessero seguito automaticamente il loro andamento, si sarebbe avuta un’ulteriore crescita dei prezzi e così all’infinito, generando instabilità che avrebbe minato l’economia nel suo complesso. 

Si può ovviamente discutere se un meccanismo automatico (tipo scala mobile dei salari) determini una crescita meccanica dei prezzi, ciò che invece non può essere discusso è che prima o poi l’inflazione deve essere recuperata dai salari, perché l’alternativa è sostenere di fatto una crescita dei profitti a tutto svantaggio dei salari. Se gli stipendi devono crescere sempre meno dell’inflazione all’infinito il salario reale tende a zero… veramente si può sostenere una posizione del genere? Se la risposta è no, la soluzione appare semplice: gli attuali rinnovi contrattuali devono recuperare l’inflazione passata. 

L’aria che tira non è questa, ma in compenso si parla di spese straordinarie in barba alle regole di bilancio europee in funzione del riarmo. Dal 2008 si sono sospesi i vincoli per salvare il sistema finanziario con soldi pubblici, per sostenere le imprese durante la pandemia, per la necessità del riarmo europeo. Per dirla con le parole di Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica dell’ex-Gkn «le priorità, in effetti, non hanno vincoli. Solo che la priorità non sei tu, non è la tua vita, non le cure dei tuoi cari, l’istruzione dei tuoi figli. Trent’anni di austerità si rivelano per quello che sono: un inganno ideologico».

*Danilo Corradi, dottore di ricerca in storia, insegnante di filosofia e storia e docente a contratto presso l’università di Tor Vergata, è coautore tra l’altro di Lo strano caso del debito italiano.