Tra le parole che l’abuso ha ormai pressoché completamente privato di significato, «riformismo» spicca come massimo esempio. Non è un fenomeno esclusivamente italiano, se si pensa che il primo partito britannico nei sondaggi, si chiama «Reform», ed è il partito di estrema destra guidato da Nigel Farage. Del resto, nel Parlamento europeo, due dei maggiori partiti di destra radicale del continente, Fratelli d’Italia e il PiS polacco, guidano il gruppo dei «Conservatori e Riformisti europei». Se si può essere contemporaneamente conservatori e riformisti, e se Nigel Farage, Jarosław Kaczyński e Giorgia Meloni sono dei riformisti, allora tutto è possibile. Anche che nel centrosinistra italiano si discuta correntemente, nel 2026, del tasso di riformismo della leadership del Partito democratico. Il fatto che nel Pd esista una minoranza «riformista» porterebbe l’ignaro osservatore esterno a pensare che la segretaria Elly Schlein sia portatrice di una linea, di un programma o quantomeno di velleità rivoluzionarie. Niente di tutto questo è stato mai manifestato, eppure sui giornali proliferano gli appelli alla resistenza riformista e sulle schede elettorali fioccano le liste a marchio «Casa riformista», ultimo parto politico della mente dell’ex presidente del consiglio Matteo Renzi.
Il paradosso è rivelatore: proprio quando, dopo il crollo dell’Unione sovietica, l’opzione della rivoluzione è sparita dal campo del possibile per la maggior parte degli abitanti del pianeta, il concetto di riformismo, privo di un contraltare, ha talmente perso di significato da poter essere utilizzato da chiunque, per qualsiasi obiettivo. Eppure, del ruolo delle riforme in una politica socialista nel 2026 ci sarebbe, eccome, da riflettere e da discutere. Cosa ce ne facciamo, dei cambiamenti graduali e parziali, nell’epoca della catastrofe imminente? Quali riforme ci servono, con che obiettivo, e con quale orizzonte di trasformazione? Qual è il senso, per chi ambisce a rovesciare il mondo, di amministrarne delle parti così come sono?
Il tema non è nuovo. Verteva proprio su questo, sul senso da attribuire alle riforme parziali, la critica radicale di Rosa Luxemburg a Eduard Bernstein, nella Germania di inizio Novecento. Nessun socialista può essere contro le riforme, scriveva Luxemburg, perché «la lotta pratica quotidiana per delle riforme sociali, per il miglioramento della condizione del popolo lavoratore anche sul terreno dell’ordine esistente, per delle istituzioni democratiche, costituisce la sola via per condurre la lotta di classe»; il punto, aggiungeva, è che «la lotta per le riforme costituisce il mezzo ma lo scopo è la trasformazione della società». Un punto di vista sostanzialmente diverso dalla massima di Bernstein secondo cui «lo scopo finale, qualunque esso sia, è nulla, il movimento è tutto».
In questa tensione, tra programma minimo e massimo, tra vertenza quotidiana e orizzonte di liberazione, sta buona parte della storia socialista novecentesca. Una tensione destinata a riproporsi in un’epoca in cui, da una parte, il campo del possibile sembra sempre più ridursi a diversi modi di amministrare l’esistente, e dall’altra temi come l’emergenza climatica, il rinculo della globalizzazione, le guerre culturali e l’estremizzazione delle disuguaglianze pongono in maniera evidente la necessità di un cambiamento radicale, riducendo lo spazio per il compromesso e il patto sociale.
