Molti giornali statunitensi hanno trattato la sconfitta elettorale del 12 dicembre del Labour Party sotto la guida di Jeremy Corbyn nelle elezioni nel Regno Unito come un avvertimento per la sinistra Usa. Tanti articoli e commenti sono stati scritti dalle testate più lette come il New York Times e il Washington Post. Il giorno successivo alla vittoria del Partito Conservatore di Boris Johnson il giudizio prevalente era che il Labour si fosse spostato troppo a sinistra negli ultimi tre anni e che dovesse tornare verso il centro politico degli anni 2000, come quando era guidato da Tony Blair, o di essere altrimenti destinato a scomparire «nell’abisso» (come l’ha definito Ian Birell sul Washington Post). La stessa opinione è stata espressa da Federico Rampini su Repubblica lo scorso 13 dicembre, in un commento in cui sosteneva che i «radicali» di sinistra rischiano di essere «i migliori alleati della destra».
Secondo questi osservatori la debolezza di Corbyn mette in dubbio anche la prospettiva politica dell’ala sinistra del Partito democratico statunitense, rappresentata da due senatori che competeranno nelle primarie del partito nella primavera di quest’anno, il socialista democratico ribelle Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, la tecnocrate professoressa di Harvard famosa per la sua severità nei confronti di Wall Street. Questa interpretazione delle elezioni in Regno Unito mostra che gli «esperti» continuano ancora ad applicare male le lezioni della Brexit e dell’elezione di Trump al contesto politico attuale.
Se è vero che la situazione britannica è analoga a quella a stelle e strisce – soprattutto per ciò che riguarda la traiettoria storica di neoliberisti (Thatcher/Reagan), centristi (Clinton/Obama/Blair) e sovranisti (Trump/Johnson) – in entrambi i paesi c’è una totale mancanza di prove a sostegno del teorema per cui gli elettori della Brexit e di Trump (nel 2016) e adesso di Johnson avrebbero votato la destra perché il Labour inglese e il Partito democratico statunitense erano troppo di sinistra. È piuttosto vero il contrario. Le vittorie di questa destra rivelano la debolezza del modello di centro-sinistra e hanno visto emergere una sinistra forte.
Dare la colpa della sconfitta del Labour alle idee di sinistra di Corbyn significa fare finta che la Brexit non esista. La base del partito si è spezzata, con da un lato i lavoratori che sostengono in maggioranza la Brexit e, dall’altro, il ceto benestante urbano che la rigetta con forza. A partire dal 2017, i centristi del partito hanno spinto Corbyn a mantenere a tutti costi aperta una via per restare nell’Unione Europea (Ue) tramite un secondo referendum sull’accordo di uscita dalla Ue, ma che conterrebbe anche l’opzione di restare. L’impressione che potrebbe avere anche chi legge il Guardian saltuariamente è che l’establishment del Labour non abbia mai accettato il risultato del referendum nel 2016. Si è trattato di un importante errore strategico, al di là del favore o meno verso la Brexit.
La questione dell’uscita dall’Ue ha dominato la politica del paese per tre anni. Ciò ha causato la cosiddetta «Brexit fatigue», ovvero la stanchezza e il fastidio di parlare della Brexit in continuazione. E il Partito conservatore ha semplicemente assunto la posizione più chiara di tutto lo schieramento politico. Un video del partito girato durante la campagna elettorale si concludeva con Boris Johnson che asseriva risolutamente: «Basta, basta. Finiamo questa cosa» (Enough, enough. Let’s get this done). Il risultato era facilmente prevedibile: la base del Labour si è divisa. Ma la divisione dei voti è suggestiva: quasi tutti i seggi che i Tories hanno preso dal Labour (52 su 54) avevano votato a favore della Brexit nel 2016. La diffidenza diffusa verso Corbyn, che lui non è stato in grado di dissipare, è con ogni probabilità derivata dalla sua incertezza sulla Brexit.
Ma le idee radicali del Labour hanno paradossalmente vinto. Il manifesto fortemente di sinistra che il partito aveva presentato prima delle elezioni, che sosteneva la nazionalizzazione dei mezzi di trasporto, l’espansione dei diritti dei lavoratori nelle grandi aziende, l’aumento del salario minimo e un aumento della spesa per la sanità, ha costretto gli stessi conservatori a promettere il sostegno al Servizio sanitario nazionale (Nhs) e di aumentare i fondi per l’educazione. Di fatto il movimento di Corbyn ha rotto la camicia di forza dell’austerity in cui era costretta la politica britannica. Certo, l’effetto potrebbe durare poco, perché da molto tempo i Tories cercano (almeno parzialmente) di privatizzare l’Nhs. Se non ci riusciranno subito è solamente perché si sono resi conto che le idee di Corbyn – che avevano segnato il successo elettorale del Labour nel 2017 – sono molto più popolari dell’austerity che regna nel paese dal 2010. Anche se, alle urne, le idee di Corbyn sono state eclissate dalla Brexit.
Negli Stati uniti, dove da quasi un anno è già in corso la campagna delle primarie per scegliere il candidato del Partito democratico che sfiderà Trump alle presidenziali del novembre 2020, la sinistra non è altrettanto gravata dalla scelta tra il nazionalismo della classe lavoratrice e l’internazionalismo della classe benestante urbana-suburbana. Tuttavia sussistono le stesse tensioni di tipo economico e culturale, quelle che hanno diviso il partito nelle elezioni del 2016 nella scelta tra Bernie Sanders a sinistra e Hillary Clinton al centro. In quest’ultimo caso, però, la sconfitta finale della Clinton contro Trump ha confermato che le politiche del centrismo non funzionano, persino contro l’avversario più odiato della storia politica americana.
Ma più che altro, la trasposizione dell’analisi dei risultati elettorali del Regno Unito al contesto statunitense, dovuta a un’interpretazione sbagliata che ritroviamo nei media a stelle e strisce come in quelli europei, rivelano la superficialità (se non la malafede) di un giornalismo piuttosto ignorante dell’attuale realtà politica degli Stati uniti. I temi di base delle diseguaglianze e della povertà sono più importanti di quanto siano mai stati nell’ultima generazione, e il perché non è un mistero. La classe media si sta erodendo da molto più tempo che in Europa, soprattutto perché negli Stati uniti non hanno mai avuto un accesso garantito alla sanità e all’educazione universitaria.
Nella campagna delle primarie del Partito democratico (la cui prima tappa è il prossimo 3 febbraio in Iowa), la questione più importante non è il ruolo degli Usa nel mondo o il futuro della Nato, ma ad esempio come garantire alla popolazione l’accesso alle cure mediche. Uno studio della Federal Reserve del 2018 ha mostrato che il 40% degli statunitensi non è in grado di affrontare una spesa inaspettata di appena 400 dollari. Un altro studio del 2019 del National Opinion Research Center at the University of Chicago (Norc) ha concluso che la metà della popolazione sopravvive senza avere da parte dei risparmi. Le idee più importanti di Sanders e Warren, anche se esistono
delle differenze significative tra di loro, rispondono a queste esigenze di base: Medicare For All, cioè l’assicurazione sanitaria pubblica (a volte descritta in modo non corretto come un servizio sanitario nazionale), la cancellazione del debito studentesco e la garanzia di un’università pubblica gratuita, e di un regime fiscale più progressivo.
Con gli statunitensi ridotti a questi livelli di disagio economico e sociale, sorprende che il diritto di andare dal medico venga talvolta descritto come un’idea di estrema sinistra. Il potere delle grandi multinazionali non è il prodotto dell’immaginazione di socialisti fuori di testa. Negli Stati uniti c’è un sistema politico apertamente corrotto. Uno studio di due politologi delle università di Princeton e Northwestern (Martin Gilens e Benjamin Page) del 2014 ha spiegato come i politici statunitensi rispondano principalmente all’élite economica e a lobby organizzate piuttosto che all’opinione pubblica. L’ex presidente Jimmy Carter ha descritto il paese come «un’oligarchia con corruzione politica illimitata». Dunque, i nostri problemi sono reali e anche pesanti.
I veri temi importanti della campagna elettorale all’interno del Partito democratico sono il successo della sinistra e la reazione frenetica dell’establishment centrista del partito nel contrastarlo. È difficile non percepire che tutta l’energia del partito è concentrata a sinistra. All’inizio del 2020 Sanders ha superato il record del numero totale di contributi ricevuti nella storia delle campagne elettorali alla stessa data (più di 5 milioni). Ha superato gli altri candidati Democratici nel volume assoluto di denaro ricevuto nel periodo compreso tra ottobre e dicembre, con 34,5 milioni di dollari, davanti ai moderati Pete Buttigieg (24,7 milioni) e Joe Biden (22,7 milioni), e alla stessa Elizabeth Warren, sua diretta concorrente a sinistra, che ha ricevuto donazioni per 21,2 milioni di dollari. In estate tutti parlavano delle folle che partecipavano ai comizi di Warren, mentre in autunno è stato Sanders ad attirare le masse.
Quello che rende questi dati ancora più impressionanti è che Sanders e Warren, a differenza di Buttigieg e Biden, accettano solo piccole donazioni («small-dollar donations»). Questo significa che non fanno raccolte di fondi tradizionali – che consistono in cene a cui si partecipa soltanto con contributi di centinaia o migliaia di dollari. Inoltre, rifiutano il sostegno delle grandi aziende e, fatto più importante di tutti, non accettano l’appoggio dei cosiddetti «super Pac» (Political Action Committee), strutture politiche non collegate direttamente a un candidato e per le quali le regole del finanziamento elettorale non si applicano (può, per esempio, essere superato il limite individuale di 2.700 dollari). I super Pac vengono spesso percepiti come una caratteristica della corruzione istituzionale del sistema politico statunitense (anche se Biden e Buttigieg li descriverebbero in altri termini).
I centristi del partito, o forse sarebbe più logico chiamarli l’ala destra, si trovano al momento in una situazione piuttosto debole, che ricorda le primarie del Partito repubblicano nel 2016. Allora Trump prevalse contro i favoriti dell’establishment, come Jeb Bush (il fratello di George W.) e Marco Rubio, che vennero sconfitti nonostante il sostegno convinto di gruppi di donatori ricchi. Gli elettori Repubblicani si sono ribellati contro il partito nel 2016 e gli elettori Democratici sembrano pronti a fare lo stesso nel 2020.
Questa volta il rappresentante moderato del partito è l’ex vice presidente Joe Biden, che richiama l’eredità politica di Barack Obama, ma la cui campagna non mostra la stessa energia politica e spontaneità dell’ex presidente. Biden non gode di un esercito di piccoli donatori, partecipa a pochi eventi (che sono poco frequentati) e nei dibattiti ufficiali del partito non riesce neanche a formulare dei concetti chiari. Anche se mantiene la prima posizione nei sondaggi nazionali, rimane bloccato al 25-30% secondo i dati del sito web Real Clear Politics ed è sceso in terza posizione nei primi due stati che voteranno a febbraio e che hanno un peso politico sproporzionato. La domanda che si fanno in molti in questo periodo è: quanto è veramente forte e convinta la base dei sostenitori di Biden?
Nonostante la sconfitta della centrista Clinton nel 2016, i media continuano a ritrarre la sinistra del partito come politicamente malvista, anche se le idee di Sanders come quella del Medicare For All sono popolari nonostante tutto il denaro speso dalle assicurazioni private per diffamarle. I giornalisti nel frattempo hanno intrecciato «storie d’amore» con un elenco lungo di candidati centristi a cui la base democratica non ha prestato attenzione: Beto O’Rourke, Kristen Gillibrand, Kamala Harris, Cory Booker. Tutti quelli che dovevano diventare le nuove stelle del partito, essere i candidati più forti (c’è anche una parola per questo inventata dai media: electibility), si sono ritirati uno dopo l’altro quando è stato chiaro che gli mancava un elemento non secondario: le idee.
All’emergere di questa lacuna in campo centrista si è fatto largo per salvare il partito un altro gruppo di coraggiosi: i miliardari. Prima il gestore di hedge fund Tom Steyer, poi Michael Bloomberg – l’ex sindaco di New York e imprenditore con un patrimonio stimato di più di 54 miliardi di dollari – sono entrati in gara. Insieme hanno già speso più di 181 milioni in messaggi pubblicitari televisivi. Purtroppo per l’establishment, i miliardari democratici sono persino meno interessanti di quelli repubblicani. Ma benché le loro possibilità di successo siano poche, vista soprattutto la tardiva entrata di Bloomberg nella campagna a novembre, il loro avvento mostra che l’élite finanziaria vuole avere un ruolo più importante nel partito e che forse si sente minacciata dal successo dei candidati di sinistra.
Il sistema delle primarie negli Stati uniti è molto complesso. Il processo si svolge nell’arco di parecchi mesi, durante la primavera che precede le presidenziali, e molte cose possono cambiare durante questo periodo. Trump, ad esempio, ha vinto le primarie del Partito repubblicano nel 2016 grazie a una forza elettorale costante, ma allo stesso tempo lenta. Adesso c’è una competizione molto aperta. Che impatto avrà il processo dell’impeachment sulle primarie Democratiche? Riusciranno i miliardari a comprarsi una base di appoggio che potrebbe cambiare le dinamiche degli altri candidati?
Dobbiamo stare attenti all’opinione degli «esperti». Molti degli articoli divulgativi sull’impatto delle elezioni del Regno Unito sulla situazione politica statunitense sono stati scritti da conservatori o sedicenti progressisti dal cuore reazionario. I lettori italiani devono prestare molta attenzione a non abbracciare e riprodurre le stesse idee, senza aver prima verificato qual è la realtà dell’attuale contesto politico americano.
* Ali A. Karamustafa è Dottore di ricerca in Storia (Stanford University) e attualmente ha un incarico di World History alla University of Maryland (UMD)

