Ottobre del 1943: Giame Pintor è a Napoli. Ufficiale dell’Esercito regio, Giaime è il nipote del generale Pietro Pintor e del governatore della Cirenaica Luigi Pintor. Membro della commissione militare italiana presso il Governo di Vichy e tra i delegati nazionali al convegno degli scrittori tedeschi a Weimar, quel convegno che doveva porre le basi della nuova cultura nazifascista nell’Europa postbellica pacificata dalla vittoria delle armate del Reich. Una tradizione familiare di militarismo, un’appartenenza all’alta borghesia, una formazione culturale raffinata ed elitaria: tutto complotta ai danni della sua coscienza. Ma da mesi sta riflettendo sulla storia e sulle recenti vicende del proprio paese. Riprende in mano degli appunti che aveva scritto a caldo tre mesi prima ed elabora uno dei più fulminanti scritti sull’Italia del tempo, l’articolo intitolato Il colpo di stato del 25 luglio: il fascismo è caduto – dice Pintor – per un colpo di mano della monarchia spalleggiata dagli ambienti dello stato maggiore dell’esercito, insomma, una manovra dell’apparato organizzata nell’ombra. E questo significa che fin qui, il popolo è rimasto passivo, sebbene ormai disilluso da tempo riguardo alla retorica del fascismo e da troppi mesi stremato dalla fame e dai bombardamenti.
Con la caduta del regime e con l’armistizio, l’italiano medio sta cercando di farla franca, sta tentando di non pagare il prezzo di vent’anni di collaborazionismo con un sistema clientelare basato sulla violenza e sulla propaganda. Ma la Storia non fa sconti: l’invasione della Wehrmacht, che ha occupato il centro-nord del paese, è una grande occasione per tutti per conquistarsi la dignità civile con una semplice e fatale decisione, quella di non restare passivi in balìa degli eventi ma, al contrario, di assumersi in prima persona la responsabilità di partecipare alla formazione del futuro della comunità nazionale, la responsabilità di esprimere il diritto a essere cittadini: «Un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere salvato e riscattato soltanto da una vera rivoluzione».
La campana della storia
Parlando dei soldati che «nel settembre scorso traversavano l’Italia affamati e seminudi», Pintor parla di «un popolo vinto» di uomini che «portavano dentro di sé il germe di un’oscura ripresa: il senso delle offese inflitte e subìte, il disgusto per l’ingiustizia in cui erano vissuti». Se si va a leggere la prima redazione di Una questione privata di Beppe Fenoglio, si scopre che proprio di questo discutono Milton e il suo amico fraterno Giorgio: nascosti in una collina delle Langhe all’indomani dell’8 settembre, i due ragazzi sfogano la nausea di anni vissuti in ostaggio di istituzioni come la scuola e l’esercito nelle mani dei fascisti e la vergogna della disfatta del regio esercito. Ma ecco intravedono, anzi profetizzano, che la campana della Storia sta per battere l’ora solenne che permetterà loro di plasmarsi un’identità e di riconquistarsi la dignità: «Qualcosa succederà, – disse Milton. – Ma che cosa? – Non so che cosa, disse Milton, – ma sento che accadrà. Qualcosa senza precedenti nella nostra storia, qualcosa quale mai si è presentato a fare agli italiani. Non chiedermi che cosa. Non lo so, ma lo sento venire. – Ma che vuoi dire? – Non lo so bene, anzi non lo so affatto. Ma lo sento. Un’occasione, ecco. Un’occasione per tutti coloro che si sentono come te per ridiventare quelli di prima. Un’occasione che sarà una novità assoluta, ma guai, guai a chi la perderà».
Naturalmente, per poter prendere quell’occasione al volo, bisogna evitare l’alibi della «non appartenza», la scusa della parziale adesione a uno dei due fronti che si sta battendo, l’indifferenza verso il dovere di schierarsi, quell’indifferenza propria dei meschini che Gramsci dichiarava di odiare. Ed ecco appunto che il protagonista de Il partigiano Johnny dello stesso Fenoglio rimprovera l’imboscato di Alba che dichiara di disprezzare i fascisti ma di non amare particolarmente gli antifascisti: «Dì, Sander, i fascisti ti piacevano? Quelli che riprenderanno la nostra città ti piaceranno? – No, non mi piacevano, e non mi piaceranno mai. Johnny sospirò di tristezza e stanchezza. – Devi scegliere, Sander. Devi scegliere quella parte che ti spiace di meno».

