Monica Sarsini da anni tiene corsi di scrittura nel carcere di Sollicciano a Firenze, con dei laboratori che hanno prodotto diverse antologie dal carcere da lei curate. Ha inoltre scritto Io e Agnese (Vita Activa, Trieste 2019) sul rapporto con una detenuta, sua alleata nei corsi di scrittura.
Ti ho conosciuta grazie ai laboratori che tieni in carcere. Ci racconti come sono nati e come funzionano i corsi di scrittura a Sollicciano?
Tutto iniziò grazie a un progetto promosso dall’Assessorato alla Cultura per il quale ho tenuto un corso di scrittura nella classe di italiano che le scuole Sassetti Peruzzi e Russell Newton svolgevano all’interno del carcere nella sezione maschile. Terminato questo corso ho chiesto al capo degli educatori di organizzare un incontro nella biblioteca della sezione femminile per proporre anche alle detenute di fare insieme a me questa esperienza. E così dal 2008 al 2022 ogni martedì nella biblioteca della sezione femminile del carcere di Sollicciano a Firenze ho insegnato a scrivere racconti. Il progetto si chiama «scrittura di evasione» ed è sostenuto dall’Arci. È uno dei corsi che l’organizzazione del carcere propone a ogni nuova arrivata e succede che una decina di loro, esauste dal rimanere assembrate a vegetare sdraiate sulla propria branda, accoglie questa occasione come una risorsa. Possono uscire dalle loro celle minuscole, avere l’agio di sedersi su una sedia con la spalliera, possono avere a che fare con qualche raro abitante del mondo esterno e raccontare il dolore che provano, i diritti di cui si sentono derubate. La maggior parte di queste donne teneva a malapena gli occhi aperti a causa del metadone e degli psicofarmaci o era talmente esausta o insofferente alle regole da non poter sopportare alcunché di teorico. Provavo a leggere qualche brano da dispense e libri di autori che stimavo come suggerimenti per impostare testi, ma non riscuoteva molta accoglienza. Un primo risultato invece era vederle arrivare con il blocco carico di appunti. Sedute intorno a due o tre tavoli tondi di plastica bianca instabili per via delle gambe una più corta dell’altra, leggevamo ad alta voce le storie che avevano iniziato a scrivere appartate in cella. Ho provato a scansare pregiudizi e a condividere giudizi solo sulle storie scritte, le abbiamo perlustrate insieme per imparare a leggere in modo critico, abbiamo posto attenzione e premura a ogni gesto e a ogni parola o espressione, discutevamo insieme su come perfezionarle sia sul piano stilistico che sui contenuti. Non c’è dubbio che la prima necessità è raccontare la propria storia. Spesso hanno ripercorso dei momenti dolorosi, talvolta dovendo interrompere la lettura e coprendosi il volto dal pianto, qualcuna ha proseguito al posto della compagna, altre le si sono avvicinate per accarezzarla.
Le relazioni fra loro come evolvono attraverso questi laboratori?
Questa pratica di ascolto reciproco e di gruppo ha portato a riflettere ogni volta su diversi argomenti trattati nei loro testi, dai reati alle loro storie di vita, dalle tragedie alle speranze, dagli abbandoni alle separazioni dai figli, dal non farcela a immaginare una vita diversa fuori dal carcere e al temere di tornarci di nuovo, dal rifiuto del cibo all’utilizzo delle droghe come leve per distanziarsi da realtà insostenibili, dalle aspettative d’amore costantemente deluse al terrore di venire dimenticate. L’aiuto reciproco non è spesso patrimonio di queste donne con diversi percorsi di vita chiuse nello stesso carcere. Ci sono tossiche, prostitute, spacciatrici, manipolatrici, ladre, truffatrici, assassine, donne affette da gravi disturbi psichici, abituate a doversi fare giustizia da sole. Le relazioni fra loro erano spesso difficili, intrise di violenza fisica. A volte succedeva che per non lasciare la cella incustodita e quindi bottino appetibile di tesori miseri come buste, francobolli, sigarette, zucchero e caffè consegnavano i loro racconti desolati a quelle che riuscivano a partecipare al laboratorio.
