Ancora prima dell’attuazione delle misure più stringenti per la gestione dell’emergenza da Covid-19, moltissimi erano i lavoratori già fermi da tempo, preoccupati per la propria situazione reddituale e lavorativa: ad esempio gli occupati nel settore dello spettacolo, del turismo, della ristorazione. Con la chiusura delle scuole, anche altre categorie rimangono bloccate; tra questi i più preoccupati sono gli assistenti educativi per l’integrazione (anche detti Oepa, operatori educativi per l’autonomia, ex Aec, assistenti educativi culturali) perché non verranno retribuiti per tutto il periodo della sospensione delle attività didattiche.
Se è vero che il Coronavirus mette tutti di fronte alla medesima situazione di rischio sanitario, non si può dire lo stesso per quanto riguarda le conseguenze reddituali ed economiche dei lavoratori. Ancora una volta questa emergenza sanitaria ci mette di fronte ai limiti di un sistema che ha prodotto una forte discriminazione tra tutelati e non tutelati, tra stabilizzati ed esternalizzati, soprattutto per quanto riguarda i servizi sanitari, socio-assistenziali ed educativi. Proprio questi settori, tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, sono stati colpiti da pesanti tagli alla spesa pubblica. La ristrutturazione economica e sociale avvenuta in questi anni ha favorito l’esternalizzazione e, quindi, la mercificazione di molti servizi pubblici. In questo contesto, si sono affermati quegli attori che operano in situazioni di (quasi)mercato (come le cooperative, le imprese sociali, ecc.), perché hanno saputo garantire un minor costo del lavoro e una maggior efficienza dei servizi erogati.
Che ricadute ha tutto ciò sui lavoratori esternalizzati della scuola? Il ruolo e la condizione lavorativa degli Oepa è poco conosciuta. La normativa nazionale (l. 104/92) prevede che gli Enti Locali predispongano risorse e servizi per garantire agli alunni disabili il diritto allo studio e all’inclusione scolastica. Tuttavia ciascuna Regione eroga il servizio e regola la professione in modo differenziato su base territoriale. Addirittura in alcune zone, in particolare in alcune regioni del sud, questo ruolo all’interno delle scuole non è presente. Nel Lazio la figura esiste da decenni, ma è stata regolamentata appena tre anni fa. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, il servizio è stato progressivamente esternalizzato dai Comuni e appaltato alle cooperative sociali. Le ricadute sulla condizione contrattuale sono pesanti.
Facendo riferimento al contesto romano, gli Oepa (ex Aec) sono circa 2.500 e percepiscono mediamente sette euro netti l’ora; non c’è congruenza tra le funzioni svolte (tra cui quella educativa) e il livello di inquadramento contrattuale (C1 del Ccln «cooperative sociali»). Le gare d’appalto vengono fatte ogni due/tre anni e, di frequente, gli operatori passano da una cooperativa a un’altra, con tutte le difficoltà che ciò comporta: dal cambio di regolamento interno alla salvaguardia dei livelli contrattuali. Oltre a questa condizione di precarietà strutturale, si verifica un’instabilità reddituale. Gli operatori educativi non lavorano e non percepiscono la retribuzione se l’alunno assegnatogli si ammala. Non vengono pagati durante le pause scolastiche (chiusura estiva, periodo natalizio e pasquale) oppure durante le chiusure straordinarie (allerta meteo, scioperi del personale docente o Ata, ecc.). Anche nei casi di sospensione straordinaria della didattica, come questa causata dell’emergenza sanitaria in atto, l’Oepa è l’unica figura scolastica a cui non è erogato lo stipendio. Chi ha il contratto a tempo indeterminato, nei mesi estivi, non lavora e non viene pagato, ma al contempo non può richiedere l’indennità mensile di disoccupazione. In classe spesso si lavora tante ore (anche dalle 25 alle 36 ore) e non sono garantiti alcuni diritti base come il pasto a mensa, anche per chi fa turni di oltre sei ore e deve affiancare l’alunno durante il pranzo. Insomma l’Oepa opera per l’inclusione in un contesto in cui egli stesso non è incluso.
La lotta degli Oepa della scuola
Nonostante le condizioni precarie, un cospicuo numero di operatori educativi, riuniti nel Comitato romano Aec e supportati dai sindacati di base, si sono autorganizzati per chiedere la stabilizzazione e la (re)internalizzazione del servizio. Il Comitato nasce dalla volontà di alcuni lavoratori che hanno sentito l’esigenza di confrontarsi sulle proprie condizioni, nonostante si trovino a operare in scuole sparse sul territorio romano e siano assunti da cooperative diverse. I primi incontri sono iniziati circa tre anni fa per il miglioramento delle proprie condizioni contrattuali e lavorative; nel tempo la partecipazione si è estesa e, circa un anno fa, i lavoratori hanno lanciato una raccolta firme per una Delibera di iniziativa popolare finalizzata all’internalizzazione del servizio di assistenza all’integrazione nell’amministrazione comunale. Le firme raccolte sono state 12mila e il Comune ha iniziato a interloquire con i lavoratori. Il 12 ottobre 2019 è stato proclamato il primo sciopero, che ha portato in piazza oltre cinquecento lavoratori Oepa/Aec e una grandissima adesione in tutte le scuole.
La massa degli invisibili è riuscita a palesarsi come soggetto unitario. Adesso, dopo la sospensione delle attività scolastiche, i lavoratori dell’integrazione hanno deciso di incontrarsi ancora una volta per far valere alcuni diritti basilari, così come già fatto da molti colleghi del nord Italia che si sono mobilitati per la richiesta del 100% dello stipendio. I fondi sono pubblici e vengono stanziati dal Comune all’inizio di ogni anno; quello che si chiede è lo sblocco (poiché i capitolati di appalto prevedono esclusivamente il pagamento di prestazioni effettuate) e l’erogazione di questi fondi per la retribuzione dello stipendio nelle settimane di chiusura eccezionale causata dall’emergenza Coronavirus. A fronte delle richieste, l’amministrazione capitolina e l’assessora alla Persona, Scuola e Comunità Solidale, Veronica Mammì, ha proposto la conversione delle ore di assistenza scolastica effettuata dagli Oepa in assistenza a domicilio (detto Saish). I lavoratori all’integrazione del Comune di Roma hanno denunciato tempestivamente due aspetti: 1) la sicurezza sanitaria e il rischio per la salute dei lavoratori, dei minori e delle famiglie; viene, pertanto, chiesto il rispetto di alcune misure minime per garantire la salubrità nel luogo di lavoro. 2) L’inadeguatezza delle procedure nel cambio unilaterale di mansionario che altresì non rispettano i protocolli di valutazione interdisciplinare (eseguite in sinergia con Asl e assistenti sociali) atta a rilevare i bisogni del minore, il piano di intervento e la valutazione della condizione abitativa.
Annullato il provvedimento di domiciliarizzazione dell’assistenza, i lavoratori romani hanno deciso di continuare la loro battaglia e hanno iniziato a coordinarsi a livello nazionale con tutti gli operatori sociali esternalizzati per mettere in evidenza la precarietà strutturale a cui sono costretti i dipendenti dei servizi sanitari, socio-assistenziali ed educativi. Qualcosa si muove nell’apparente immobilità del rimanere a casa.
*Chiara Davoli, ricercatrice presso l’Osservatorio sulla città globale dell’Istituto di studi politici “S. Pio V” di Roma.

