Jacobin Italia

Se la povertà è educativa

23 Marzo 2023

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In modo quasi speculare al concetto di diritto alla città, il rapporto tra scuola e disuguaglianze affonda le sue radici in come sono pensate, organizzate e distribuite le risorse nei territori e nello spazio urbano

Negli ultimi dieci anni, ancor di più dopo la crisi pandemica, la povertà educativa è diventata una parola chiave in molti progetti e bandi europei. A giudicare dal numero di volte che viene menzionata, ci sarebbe da pensare che desti grande preoccupazione nei governi nazionali e sovranazionali e che sempre più fondi siano stanziati per contrastare la sua riproduzione. Al contrario. Troppo spesso povertà educativa è un’espressione catchy richiamata per rientrare dentro un campo semantico e aggiudicarsi uno o un altro finanziamento. Questa, come molte altre urgenze sociali, è orfana di un programma strutturale che abbia come scopo quello di comprenderne le cause profonde e sviluppare piani di contrasto a medio-lungo termine. Se ci spostiamo alle agende dei partiti di sinistra o alle rivendicazioni dei soggetti collettivi, la situazione non migliora. La questione della povertà non viene quasi mai declinata come povertà educativa, neppure quando al centro del dibattito c’è il diritto all’istruzione, la difesa della scuola pubblica, l’opposizione all’alternanza scuola-lavoro. 

Cosa sia la povertà educativa e in che relazione stia con la povertà materiale è un nodo tutt’altro che sciolto, che non catalizza – a torto – l’attenzione delle forze politiche con una vena anche debolmente riformista. Eppure, ciò che ha a che fare con l’educazione ha di necessità a che fare con la riproduzione nel futuro di rapporti di classe e quindi, con la possibilità di affermarne di nuovi. Ecco perché ogni tentativo di contrasto alla povertà che non sia manieristico o velleitario non può che passare anche da qui: dall’analisi delle diseguaglianze sociali che la scuola cristallizza e riproduce. 

Cos’è la povertà educativa? 

Save the Children definisce la povertà educativa come «la privazione da parte dei bambini, delle bambine e adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni». Al di là della definizione suggestiva, la sociologia dell’educazione e la pedagogia hanno sviluppato indici in grado di misurarla. Sono stati considerati moltissimi fattori, contribuendo a costruire una bussola con cui orientarci. C’è chi ha guardato al raggiungimento di alcune competenze linguistiche e logiche o al tasso di abbandono scolastico come indicatori-soglia della povertà educativa. Ma al tempo stesso c’è chi ha dato più importanza a fattori ambientali e geografici, facendo passare la povertà educativa come un fatto di scarsità di scuole, sovraffollamento nelle classi di certi ordini e gradi, mancanza di servizi correlati come il trasporto pubblico o le mense. Molte di queste privazioni infatti hanno funzionato da deterrenti veri e propri alla frequentazione della scuola dell’obbligo da parte di gruppi sociali più vulnerabili. La povertà educativa si presta dunque a più livelli di lettura: individuali, di comunità, regionali, nazionali. 

Multidimensionali sono anche i suoi effetti: sulla vita lavorativa, relazionale, affettiva e, non da ultimo, politica. Come ogni altra forma di povertà, anche questa non ha mai a che fare con la sola privazione di mezzi materiali, ma anche con categorie morali e valori simbolici, cioè con i tentativi costanti di limitare l’accesso delle classi subalterne a un determinato campo sociale e garantirsi, al tempo stesso, il privilegio di farne parte. Sulle tante condizioni ce ne sono due che pesano più di altre nel determinare la povertà educativa e la sua riproduzione: il capitale sociale e culturale della famiglia di appartenenza e le disuguaglianze territoriali. In modo quasi speculare al concetto di diritto alla città, anche la povertà educativa affonda le sue radici in come sono pensate, organizzate e distribuite le risorse nei territori e sulla relazione con le «istituzioni totali». Per comprenderla, e per provare a contrastarla, non sarà mai sufficiente pensarla come questione educativa e familiare, ma come una questione sociale e urbana. Sul piatto non ci sono (solo) i destini individuali, ma un processo di impoverimento globale. 

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