Jacobin Italia

Se lo sfruttamento diventa familiare

6 Giugno 2019

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L’oppressione di genere è tanto comune da non essere notata dagli sguardi assuefatti di molti osservatori. Eppure contiene tutti gli elementi che da sempre mettono in tensione il rapporto tra democrazia e capitalismo

Che democrazia e capitalismo si arrestino in grande misura alla soglia della dimora familiare alcune teoriche femministe lo hanno scritto sin dall’inizio degli anni Settanta. Da allora, si sono battute per sostenere l’idea che esiste un sistema di oppressione che discrimina le donne non riducibile allo sfruttamento capitalistico e che la famiglia è uno dei luoghi in cui esso si dispiega. 

Nella sua recente prefazione alla traduzione francese di Familiar Exploitation (Lo sfruttamento familiare), la teorica femminista Christine Delphy ricorda che le donne subiscono in seno alla famiglia un tipo di sfruttamento e di asservimento specifici, legati all’appropriazione del loro lavoro, del loro tempo, della loro autonomia mentale e fisica da parte degli uomini. Per tali femministe, lo «sfruttamento familiare» delle donne si iscrive, poi, in un continuum di discriminazioni che esorbita dall’ambito familiare ed è sostenuto da un sistema percettivo essenzialista che cela tali discriminazioni dietro alle idee di «natura» e di «differenza sessuale» e, celandole, le legittima e le riproduce. La costruzione della maternità come una «vocazione femminile» che discenderebbe da presunte disposizioni «naturali» delle donne è l’esempio più sintomatico di questo processo. La visione femminista che fa della famiglia non solo un’istituzione non «naturale», ma una costruzione sociale in cui si espletano rapporti di dominazione (indipendenti dal sistema capitalistico), cozza, contro le evidenze del senso comune che ognuno di noi ingurgita e incorpora nel corso di tutta la sua vita e contro le tradizionali analisi marxiste del capitalismo. Tale credenza fa de «la famiglia» (sottinteso: coniugale eterosessuale) la «cellula di base» di qualunque forma immaginabile di società, il «fondamento dell’umano», come sostiene il Vaticano. 

Eppure, basta semplicemente riferirsi a quello che la storia e la sociologia hanno dimostrato per far emergere il fatto che «la famiglia» opera come un vettore di accumulazione e di trasmissione intergenerazionale delle diverse forme di capitale (economico, culturale, simbolico). Dovrebbe, dunque, essere ormai risaputo che sono esistiti ed esistono molti e diversi tipi di famiglie e che la famiglia coniugale eterosessuale è «la cellula di base della società» solo nella misura in cui le istanze di potere la producono e la riproducono come tale, fornendole mezzi materiali e simbolici di esistenza. Tuttavia, per molti è difficile da accettare (e, sociologicamente, si capisce il perché) il fatto che «la famiglia» incorpori una forma di relazione asimmetrica tra i sessi e tra le sessualità e che, lungi da essere l’eden della privacy e del privato, essa ha a che fare con la riproduzione dell’ordine sociale e delle sue gerarchie. E né l’una, né le altre hanno niente di naturale. 

Per e al di là del matrimonio egualitario 

Attorno alla nozione di famiglia coniugale eterosessuale si è storicamente costruita la credenza della riproduzione dell’ordine sociale come ordine «biologico», «naturale». In questo contesto, il riconoscimento giuridico della «famiglia omosessuale» – ovvero di ciò che l’ordine sociale ha istituito come impensabile – ha messo in luce, per opposizione, la storicità e la contingenza de «la famiglia» (sottinteso: eterosessuale) – ovvero di ciò che l’ordine sociale ha istituito come «naturale», legittimo, eterno. Perciò, tale rivendicazione non può che suscitare la preoccupazione delle istanze di potere. 

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