Il dibattito su mafia e antimafia in Sicilia è stanchissimo e ha raggiunto livelli parossistici. Negli ultimi anni, gli innumerevoli casi di antimafia farlocca ci hanno fornito validi elementi per diffidare dei «tragediatori» e buone ragioni per posizionarci «contro l’antimafia». In effetti, è significativo che attori istituzionali di primo piano – dall’ex presidente di Confindustria Sicilia a un’ex giudice del Tribunale di Palermo, fino ad alcuni ex presidenti della Regione – si siano spesi tanto contro la mafia nelle loro sortite pubbliche per poi rivelarsi figure centrali di veri e propri circuiti corruttivi o addirittura vicine ai clan. Casi del genere rivelano i cortocircuiti della costruzione pubblica di uno stigma incaricato di spiegare buona parte dei problemi di questo paese.
Ma il modo in cui abbiamo interpretato questi episodi rischia di riproporre un vecchio malinteso, mettendo ancora una volta al centro i clan per sottolineare la compiacenza di imprenditori, politici e amministratori nei confronti dei boss. La natura politica della mafia contemporanea va invece cercata fuori dai clan in senso stretto, proprio tra quegli imprenditori, politici e amministratori che con i boss dialogano ma che possono anche fare a meno di loro.
È quello che ha mancato di fare un fronte antimafia in cui la critica sociale e la foga repressiva tendono sempre più a coincidere. Al di là del populismo penale scatenato da recenti vicende giudiziarie, perfino una parte dell’eterogenea rete costituita da Libera ha modellato per decenni la propria azione su una prospettiva legalitaria convergente con quella di magistratura e forze dell’ordine. Eppure questo mondo ha origine in ambienti tutt’altro che affini a questa sensibilità – basta pensare al lavoro pluridecennale di realtà come Acmos e il Gruppo Abele.
Inoltre, l’antimafia nata dopo le stragi dei primi anni Novanta ha costruito la propria politicità prima intorno agli eroi e poi intorno alle vittime, in una spirale di anestetizzazione del conflitto che ci impedisce di individuare i nuovi soggetti del potere mafioso.
In questo quadro, è sempre più urgente fare chiarezza su due questioni. In che senso la mafia è sempre stata una questione politica? E come si è trasformata? Risolti alcuni equivoci, sarà forse più semplice affrontare anche altri problemi cruciali sui quali oggi proviamo un certo imbarazzo. Ad esempio, la questione del sostegno al reddito delle famiglie indigenti ma vicine ai clan, oggi tagliate fuori da una norma, quella sul Reddito di cittadinanza, che impedisce di percepire il sussidio a chi abbia subito condanne negli ultimi dieci anni. O gli enormi temi del carcere, del regime di alta sicurezza (che riguarda gran parte dei condannati per mafia), dell’ergastolo e del 41 bis; problemi già di per sé divisivi che diventano impronunciabili quando a subirne le conseguenze sono i mafiosi. Oppure, infine, l’imbarazzante problema del ruolo pubblico che ha via via assunto la magistratura antimafia. Temi che dovranno sollecitare l’antimafia di domani, quella attenta alla giustizia sociale e alle cause strutturali e culturali di un problema pubblico che continua a sfuggirci di mano.

