Jacobin Italia

Seminare il conflitto

12 Marzo 2025

Eric Blanc, storico del movimento sindacale statunitense, spiega come ci si organizza in un contesto di disgregazione sociale: bisogna sfuggire alla dicotomia tra spontaneità e organizzazione e sparpagliare buone pratiche

Come ci si organizza sul lavoro in tempi di disgregazione sociale? Il libro We Are the Union: How Worker-to-Worker Organizing Is Revitalizing Labor and Winning Big (University of California Press, 2025) di Eric Blanc, ricercatore in Labour Studies alla Rutgers University e collaboratore di Jacobin, analizza l’ondata di mobilitazione del lavoro in corso negli Stati uniti (da Starbucks ai magazzini Amazon fino alle fabbriche automobilistiche) e identifica un modello comune di organizzazione sindacale basato sulla leadership dal basso, la cosiddetta sindacalizzazione worker-to-worker. Il contesto che il libro analizza e a cui si rivolge è profondamente diverso da quello italiano, essendo caratterizzato da una densità sindacale molto più bassa (un lavoratore su dieci è iscritto al sindacato negli Usa, circa uno su tre in Italia) e dall’assenza di contratti nazionali erga omnes (rendendo la presenza del sindacato in azienda molto più decisiva). Ma è difficile negare che ci sia bisogno di strategie per la sindacalizzazione di massa anche nel nostro paese, e che le risorse delle grandi organizzazioni sindacali siano allo stesso tempo indispensabili e insufficienti. 

Il tuo libro parte dal riconoscimento di una crisi nell’organizzazione e nel reclutamento sindacale, che attribuisci a una serie di fattori. Tra questi, citi spesso la decentralizzazione sociale e geografica del capitale e del lavoro. Puoi descrivere la situazione?

Nel libro contesto l’idea, diffusa nella sinistra sindacale statunitense e internazionale, che possiamo semplicemente copiare i metodi di organizzazione usati durante l’ascesa del movimento sindacale negli Stati uniti, avvenuta negli anni Trenta all’apice del fordismo. L’atomizzazione della classe lavoratrice negli ultimi decenni, dovuta alla decentralizzazione geografica e industriale, ha fatto sì che i costi di organizzazione siano oggi molto più alti rispetto al passato. Quando la classe lavoratrice era più organicamente connessa, i sindacalisti dovevano dedicare meno tempo a coltivare i legami di solidarietà tra i lavoratori. Era comunque difficile organizzarsi e c’era molta repressione, ma oggi gran parte della classe lavoratrice non si percepisce nemmeno come tale. I luoghi di lavoro tendono a essere molto più dispersi e piccoli. In passato, quando molti lavoratori erano concentrati nelle grandi fabbriche e nei quartieri adiacenti, era relativamente facile per il sindacato diffondersi attraverso le relazioni preesistenti tra le persone. Ma quando questi legami preesistenti sono più deboli, è necessario organizzarsi molto più velocemente.

Nel libro cerchi di evitare la dicotomia tra spontaneità e organizzazione. La strategia che proponi riguarda la trasformazione dei membri del sindacato in attivisti e organizzatori.

Uno degli argomenti tradizionali contro il sindacalismo dal basso è che romanticizza i lavoratori e la spontaneità. Ciò che mostro è che organizzare un grande numero di lavoratori è possibile solo se ci affidiamo molto di più ai lavoratori stessi, sia ai membri esistenti del sindacato che a quelli che vogliono diventarlo. La questione non è l’importanza relativa di spontaneità e organizzazione, ma quale tipo di organizzazione è necessaria. Il problema del modello dominante negli Stati uniti è che si basa così tanto sui funzionari di professione che, quando tutto va bene, riesce a vincere solo battaglie isolate. Non esiste uno scenario in cui questo modello sia in grado di organizzare milioni di persone. Semplicemente non ci sono abbastanza funzionari per farlo.

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