È singolare che tocchi a me raccontare questa storia, io che non conto nulla, piccola e fastidiosa creatura. Certo cosa è successo ha dell’eccezionale e anche voi dovrete eccezionalmente ascoltare una storia da chi non siete abituati a farlo. Ci vuole fiducia e curiosità per mettersi in ascolto lo capisco, ma anche un briciolo di empatia e credo che me la conquisto subito con un tema universale e riconosciuto: d’estate fa caldo. D’altronde su una cosa siamo d’accordo, le estati sono sempre peggiori e sempre più insopportabili. Se ne parla da tempo però ogni volta tocca ribadirlo: in carcere non ci si sta dal caldo, è disumano. Al disagio, alle mancanze, ai soprusi, là dentro ci sono tutti abituati, ma il troppo stroppia, si dice. È un supplizio ulteriore che si aggiunge ai tanti della condizione abitativa dietro le sbarre. Ecco perché questa estate del 2030 verrà ricordata come la nostra più grande evasione. Siamo evase in tante e siamo evase per il caldo.
Fin qua potete comprenderlo, anche se non siete mai stati arrestati, anche se non avete mai messo piede a Sollicciano, il carcere di Firenze. Un’evasione come ribellione a una condizione non più accettabile ha una linearità di causa ed effetto. Sì, è così, ma non solo. Per evadere bisogna avere un piano, anche questo è vero, ma soprattutto, nel nostro caso, bisogna sapere dove andare. Se si vuole stare meglio, questo meglio va cercato con raffinato fiuto e perseguito con costanza.
Lo ammetto, siamo state tentate prima di tutto, prima ancora di ascoltare storie mai sentite prima. Storie di lavoro, di fatica, di orgoglio. Ci arrivo, non dubitate. Ora però cercate di seguirmi. Immaginatevi il caldo e il disagio di una cella rovente e subito dopo pensate a delle abitazioni fresche, pulite, luminose. Cosa scegliereste se aveste la possibilità di farlo? Un nuovo capitolo dell’abitare, con servizi esclusivi e spazi flessibili pensati per adattarsi a ogni esigenza. Immaginatevi noi che vediamo video e volantini di queste case. Diavoli tentatori che ci invitano ad abitare il contemporaneo, a entrare nella community multifunzionale, a usufruire di servizi e comfort dedicati, di home facilities modellate sui residenti, di esperienze uniche e in continua evoluzione, di opportunità irrinunciabili. Ci parlano non solo di residenze, ma di una nuova identità abitativa, dove le persone sono sempre al centro. Hanno pure dei nomi, queste case: Zenit, design mood; Anilla, suite living; Puro, soft living.
A me risuonano in testa Giustina, Teresa, Annunziata, Serafina, Emilia, Rosa, Isola, Letizia, Adele, Caterina, Attilia, Fortunata, Filumena, Augusta, Assunta, Eugenia, Ginevra, Aurora, Cesira, Argentina, Linda, Maria, Carla, Bruna, Ida, Melide, Angela, Valeria, Tolemaide, Elvira… Nomi di donne già, ma ve ne parlo fra poco, se ancora avrete voglia di ascoltarmi. Torniamo alle case coi nomi. Sono grandi e areate, sono tante e bellissime, occupano una superficie di migliaia di metri quadri e hanno tanti spazi comuni. C’è il living en plein air, una stanza a cielo aperto, un luogo ideale per socializzare e ritrovarsi. C’è la delivery room, dove lasciare e ritirare pacchi senza preoccuparsi che non vengano recapitati. Ci invitano a rilassarsi nel rooftop comune e a concederci una pausa rigenerante a fine giornata. C’è una zona pet-friendly ben organizzata e questa ci fa proprio sorridere: «anche i tuoi amici a quattro zampe avranno un’area a loro dedicata, dove potrai prenderti cura di loro in totale sicurezza». C’è persino una comoda officina per la manutenzione delle biciclette: «non dovrai mai preoccuparti di rimanere senza», ci stuzzicano. E naturalmente non può mancare l’area fitness: «allenati e acquisisci la giusta dose di vitalità per affrontare gli impegni quotidiani con energia».
Cristo, dopo tanti patimenti, non ce lo meritiamo? Ci parlano di un lifestyle sostenibile: improntato al dialogo e rivolto a un pubblico variegato. Se è variegato parlano proprio a tutti, no? Bah, se leggete i prezzi di acquisto di queste case, non direi. Sono per persone ricche. Tra quando le hanno pubblicizzate e quando sono state realmente abitate un po’ di tempo è passato. Non dev’essere stato semplice venderle con la crisi che c’è in giro. Ma a noi che ci importa? Noi occupiamo. Sì, siamo evase e poi abbiamo occupato. Come? Dai questo ve lo dico alla fine, è più divertente. Però confesserete che un po’ di voglia di certe case è venuta anche a voi no? Ma aspettate di sentirla tutta, la storia.
