È stata una strana campagna referendaria quella di queste settimane sul quesito confermativo per la riduzione del numero di parlamentari di Camera e Senato da 945 a 600.
Strana perché una riforma presentata come una rivoluzione «anti-casta» dai suoi promotori, i Cinque stelle, è stata approvata in parlamento dal 97% di coloro che dovrebbe attaccare. Strana perché molte forze politiche che formalmente sostengono il Sì criticano aspramente la riforma, come Forza Italia, o schierano esplicitamente pezzi importanti del partito per il No, come la Lega. Strana perché in prima fila nel comitato per il No in difesa della rappresentanza democratica c’è la stessa Emma Bonino che dagli anni Novanta è una paladina del sistema elettorale maggioritario puro, in barba a qualsiasi criterio di rappresentanza. Strana perché i giornali sono schierati quasi all’unanimità per il No mentre nei sondaggi il Sì sembra oscillare tra il 65 e l’80%. Strana perché il Partito democratico appoggia il Sì pur avendo più volte bocciato la riforma in parlamento e in presenza delle dichiarazioni per il No dei «padri nobili» Romano Prodi e Walter Veltroni, e si è messo in una situazione «lose-lose»: se vince il Sì passa una riforma che non avrebbero voluto e cambiano i rapporti di forza a favore dei grillini nell’alleanza di governo; se vince il No l’esecutivo di cui fanno parte rischia di vacillare.
Molto del risultato dipenderà dall’affluenza alle urne, e sarà interessante vedere quanti cittadini andranno a votare specialmente dove non si vota in contemporanea anche per le Regionali. Ad ogni modo la campagna «anti-politica» dei Cinque stelle è sembrata meno capace di mobilitare rispetto a qualche anno fa, quando contribuì in modo decisivo all’esplosione del Movimento. Non tanto per il minor consenso intorno ai suoi argomenti di fondo, ma perché molte delle proposte fatte dal Movimento per rinnovare la democrazia sono state nel frattempo dimenticate.
Dicevano di voler spazzar via i «professionisti della politica», non solo cancellandone i privilegi ma anche rafforzando la partecipazione democratica diretta dei cittadini. Ora invece governano insieme ai «professionisti della politica» e, avendo fatto saltare il vincolo dei due mandati per ogni eletto, sono diventati essi stessi «professionisti». Dovevano combattere le manovre di palazzo con il mandato imperativo per gli eletti, instaurare il referendum propositivo e non solo abrogativo, eliminando il quorum del 50% dei votanti, e introdurre l’obbligo di discussione e voto in parlamento per le leggi di iniziativa popolare. Tutte cose di cui si è persa traccia, e della partecipazione diretta dei cittadini è rimasto solo il voto online di poche decine di migliaia di iscritti su una piattaforma privata e su quesiti formulati spesso in modo tale da sembrare dei plebisciti.
La crisi della rappresentanza
La distanza sempre maggiore tra gli eletti e la società che ha rafforzato in questi anni i soggetti politici «populisti» in tutto il mondo è però ancora profonda. Spesso viene sottovalutata, o peggio derubricata a fenomeno dovuto all’ignoranza dei cittadini di fronte a questioni complesse. Va invece presa sul serio per rispondere al «populismo istintivo» di larga parte della popolazione con un’altra idea di democrazia e di politica in grado di sfidare la visione «anti-politica» senza limitarsi a difendere l’esistente. È questa la debolezza della campagna per il No, anche di quella che esprime buone e argomentate ragioni per bocciare una riforma priva di qualsiasi visione complessiva.
Lo scollamento crescente tra politica e società degli ultimi venticinque anni non è dovuto solo ai fenomeni corruttivi – novità non recente del nostro paese – ma a decenni di «realismo capitalista», con una sostanziale assenza di differenza nella politica economica tra i vari governi, nel nome di un presunto realismo pragmatico che diviene impotenza politica: «There is no alternative». Nel liberismo dominante la democrazia è diventata così sempre più formale, ridotta a buona amministrazione dell’esistente e a controllo sociale securitario. Con una perdita di identità politica e radicamento sociale dei vari partiti. Non a caso l’affluenza alle elezioni politiche negli ultimi venticinque anni è passata dall’87% del 1992 al 72% del 2018, con la maggioranza dei partiti tradizionali scomparsi ed esplosioni improvvise di nuovi soggetti politici – che altrettanto velocemente si sgonfiano appena vengono deluse le aspettative di una politica alternativa. Di tutto ciò in questa strana campagna elettorale non si è sentito parlare.
Il nemico capitale della democrazia
Quali siano le ragioni profonde della crisi della democrazia in questa fase del capitalismo è stata una delle prime questioni che ci siamo posti al momento della nascita di questa rivista, dedicandogli il numero 3 di Jacobin Italia.
Dopo i «trent’anni gloriosi» del secondo dopoguerra, in cui alcuni compromessi redistributivi tra capitale e lavoro hanno dato un ruolo centrale alla politica, abbiamo vissuto una prolungata stagnazione economica fino alla crisi strutturale del 2008. Le crisi portano a una centralizzazione dei capitali nel tentativo di mantenere gli stessi livelli di profitto, e riducono così gli stessi margini di azione dei soggetti politici: quando il potere economico si concentra in poche mani, quello politico diventa appannaggio di cerchie sempre più ristrette. La profonda crisi globale che abbiamo di fronte a causa della pandemia rischia di approfondire tale fenomeno, se non esploderanno conflitti sociali in grado di invertire la tendenza. E la restrizione dello spazio democratico ha avuto in questi anni come corollario ideologico anche la tentazione di sostituire l’urna elettorale con il mercato, presentando come «voto quotidiano» la scelta dei prodotti da acquistare e il consumo come libera partecipazione democratica alla società.
In questo senso la retorica «anti-casta», che riduce un problema strutturale a una semplice questione di «poltrone», è una risposta «diversiva» per «cambiare tutto per non cambiare niente». Ma se la crisi della democrazia è strutturale non si può rispondere soltanto difendendo la Costituzione, per quanto sia corretto di fronte ai vari tentativi di riformarla in senso peggiorativo.
Un’altra idea di democrazia
Da questo punto di vista è debole e semplicistico lo slogan secondo cui tagliando i parlamentari si taglia la democrazia, non solo perché sono esistite proposte di riforma complessiva come quella di Stefano Rodotà che davano centralità al parlamento e che – insieme al sistema elettorale proporzionale puro e a una serie di istituti di democrazia diretta – prevedevano la riduzione dei parlamentari. Ma perché la democrazia era e sarà in profonda crisi anche nel caso in cui vincesse il No, e sul piano istituzionale le riforme elettorali in senso maggioritario, il rafforzamento del potere a chi governa a tutti i livelli, fino alla pratica spinta dei Decreti legge, hanno svuotato il parlamento da tempo e in modo sicuramente più profondo di quanto lo farà questo taglio dei parlamentari.
Ma soprattutto perché la crisi della democrazia è oggi una crisi programmatica, di rappresentanza e radicamento sociale delle forze politiche dovuta a sua volta a una crisi economica e sociale frutto in buona parte della rinuncia di tutte le varie sinistre istituzionali degli ultimi anni all’idea stessa dell’esistenza di un’alternativa. Questa campagna elettorale sarebbe stata più appassionante se avesse prodotto un dibattito a questo livello, e a tale livello servirà una battaglia dal 22 settembre qualsiasi sia l’esito del voto.
La democrazia diretta come detto era non a caso presente nella retorica grillina come critica radicale alla rappresentanza, ma con l’intento di far funzionare meglio la società capitalistica, perseguendo anche il superamento di qualsiasi organizzazione e struttura sociale intermedia – partitica o sindacale – per affidarsi alla forza della rete, pensando a una partecipazione di individui atomizzati privi di luoghi collettivi di discussione e organizzazione. Del resto c’è un’ambiguità nella stessa idea di democrazia diretta di Jean-Jacques Rousseau, che non prevede gli interessi di parte ma una sovranità del popolo che si determina solo nella misura in cui gli individui sono uno separato dall’altro, e solo per questa via in grado di porsi il problema generale e non quello di uno specifico soggetto sociale.
Dovremmo allora riprenderci il concetto di democrazia diretta per proporre un’altra idea di partecipazione politica, in grado al contrario di essere strumento di autorganizzazione e conflitto dei soggetti sociali oppressi contro le élite economiche dominanti. Stiamo parlando del resto di un concetto forte della tradizione del movimento operaio. Lo stesso Karl Marx, pur convinto che fosse un enorme progresso rispetto ai regimi assolutisti, non identificava la democrazia rappresentativa con la democrazia in quanto tale ma guardava agli insegnamenti della Comune di Parigi. Invece in questa campagna elettorale si è persa traccia della discussione sugli esperimenti di democrazia diretta a cui si è guardato nella sinistra radicale negli ultimi anni come risposta alla crisi della rappresentanza: il confederalismo democratico dei curdi in Rojava, l’autogoverno dei produttori nelle fabbriche autogestite, le esperienze neomunicipaliste in giro per il mondo, la democrazia dei beni comuni proposta innanzi tutto dai movimenti ambientalisti.
È di queste esperienze di trasformazione, con protagonisti soggetti sociali determinati a riprendere in mano le leve della storia, che avremo bisogno nel prossimo futuro per fermare le varie derive autoritarie delle democrazie capitaliste.
*Giulio Calella, co-fondatore di Edizioni Alegre, è membro del desk della redazione di Jacobin Italia.

