Jacobin Italia

Si scrive IA si legge capitale e lavoro

12 Giugno 2024

Decontestualizzare l’innovazione tecnologica e nascondere il ruolo dell’attività umana (sfruttata) nei processi di automazione è un modo per indirizzare il dibattito e riprodurre nuove forme di dominio e gerarchie

Le capacità delle IA generative di frontiera (ChatGPT4, Bard, Gemini) sono sorprendenti, così come la crescente qualità delle loro performance in ambiti quali il riconoscimento e la creazione di testi, suoni e immagini. È particolarmente interessante osservare come le professioni maggiormente esposte all’IA siano quelle che implicano competenze elevate e mansioni intellettuali, come quelle di matematici, statistici, notai e magistrati. Al contrario, le professioni incentrate su attività fisiche e manuali, quali coreografi, ballerini, atleti e pittori edili, mostrano una minore esposizione all’IA. Un elevato grado di esposizione non corrisponde, tuttavia, necessariamente a un alto rischio di sostituzione; piuttosto, sembra emergere una complementarità tra queste tecnologie e i segmenti più qualificati della forza lavoro. 

Nonostante i progressi e il susseguirsi di titoli allarmistici, i vincoli sono (per ora) troppo numerosi e l’affidabilità delle tecnologie IA attualmente disponibili non è tale da renderle degli adeguati sostituti del giudizio e della discrezionalità umana. La maggior parte degli studi si basa infatti su scenari «potenziali», valutando possibilità piuttosto che realtà concrete. Anche l’evidenza aneddotica, se si considera la recente decisione di Amazon di ridimensionare, a causa della sua limitata efficacia, il sistema di IA Just Walk Out – da poco attivato all’interno della catena di negozi AmazonFresh e volto a sostituire i cassieri e le cassiere – sembra andare nella stessa direzione.

Il rapporto tra tecnologia e lavoro

Se si esamina più nel dettaglio la letteratura scientifica, relativamente recente ma di dimensioni già discretamente vaste, i risultati mostrano una tendenziale assenza di effetti significativi sull’occupazione. Anzi, in diversi casi le analisi empiriche mostrano una relazione positiva, alludendo alla creazione di nuove mansioni legate all’uso dell’IA (o alla complementarità/rafforzamento delle mansioni esistenti) e a un incremento della produttività che si assocerebbe all’uso delle medesime tecnologie per ampliare le dimensioni dei mercati, attraverso l’introduzione di nuovi prodotti e il potenziamento delle attività di pubblicità e marketing.

Tutto bene, dunque? Non esattamente. In primo luogo, come di consueto la rappresentazione del rapporto tra tecnologia e lavoro che domina nel dibattito pubblico e che, in buona misura, informa le analisi a oggi disponibili in letteratura è manchevole e fuorviante. Viene rimossa, deliberatamente, la natura non-neutrale della tecnologia e il ruolo chiave che quest’ultima gioca nel determinare forme ed esiti del conflitto tra capitale e lavoro (si veda l’articolo di Alessandro Nuvolari in questo numero), nonché di quello inter-capitalistico. In questo quadro, restringere la realtà alla competizione tra un’innovazione esogena, scollegata dalle relazioni di potere che la circondano, e lavoratori il cui destino viene valutato sulla base della relativa sostituibilità delle loro mansioni costituisce un comodo espediente per de-politicizzare l’analisi e per mettere in ombra gli effetti più rilevanti dell’IA. 

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere