Jacobin Italia

Si scrive remigrazione si legge deportazione

19 Maggio 2025

Il concetto che partiti di estrema destra fanno passare come normale soluzione tecnica per rimpatriare i migranti che nasconde sfondi razzisti e securitari

Per provare a comprendere l’evoluzione, il mutamento e l’affermazione dell’estrema destra in Europa e non solo, è indispensabile provare a riflettere sulle forme che assume il linguaggio, ormai un piano di osservazione centrale per comprendere il mutamento delle soggettività che si muovono nel campo della politica. In particolare  un termine sempre più diffuso e utilizzato dai partiti di estrema destra: la remigrazione. Negli ultimi mesi anche in Italia questo termine ha fatto la sua comparsa, nominato da rappresentanti di partiti politici che hanno costruito gran parte della propria identità politica intorno alla questione della sicurezza e delle migrazioni.

Remigrazione non è un neologismo, ma è un termine utilizzato da decenni nelle scienze sociali per indicare il ritorno volontario di una persona migrante nel suo paese di origine, come conseguenza di una scelta del singolo e dal venir meno delle motivazioni e dei benefici a rimanere nel paese di approdo. Secondo questo utilizzo, si tratta di un fenomeno di ritorno che pone al centro la scelta della persona migrante che per diverse ragioni, decide di tornare al paese di origine. 

Termine apparentemente neutro, è diventato uno strumento politico nelle mani delle destre: se fino a qualche tempo fa era utilizzato in piccole nicchie, oggi la remigrazione sta diventando sempre più popolare, una forma linguistica e semantica che ha vissuto un processo di legittimazione, entrando nei discorsi e nelle agende politiche di diversi partititi politici. A partire dagli anni Novanta l’espressione entra a far parte della propaganda dell’estrema destra, in particolare quella francese del Front National: il termine ha ispirato in Francia il Movimento per la remigrazione ed eventi come il Convegno della remigrazione. Da anni la remigrazione è il termine-pilastro della propaganda dei partiti di estrema destra in Germania e in Austria. L’AfD lo ha posto al centro della sua campagna elettorale: Alice Weidel ha sdoganato il termine durante il Congresso dell’11 e 12 gennaio 2025 durante il quale sono state definite le linee programmatiche del partito. Lo stesso Trump nella sua campagna elettorale ha parlato di remigrazione e nello specifico della «remigrazione dei clandestini di Kamala Harris». 

Oggi il termine entra nello spazio pubblico e politico italiano, maneggiato dai rappresentanti di partiti politici che offrono la soluzione della remigrazione all’interno di un frame securitario e razzista fondato sulla logica delle «deportazione» e dei dispositivi di repressione e controllo (come il decreto sicurezza) che individuano soggettività pericolose da colpire e opprimere per poter finalmente garantire una società pacificata in cui il nemico identificato viene deportato, allontanato, rinchiuso. Una società che riserva l’inclusione a una piccola parte della popolazione che si adegua alle logiche dominanti, che corrisponde a determinate categorie e soddisfa precise richieste ed esclude chi, al contrario, non rientrando nella norma stabilita, non ha alcuna possibilità di essere integrato. 

Diventato parte del linguaggio comune dell’estrema destra, il termine remigrazione acquista diverse sfumature di significato in base al contesto in cui viene utilizzato e all’uso che il leader intende farne. 

Se il sinonimo di deportazione sembra essere quello più adeguato, è pur vero che in alcune occasioni la remigrazione è stata utilizzata come sinonimo di strategia fondata sulla persuasione. Come ha evidenziato lo stesso Martin Sellner, militante di estrema destra austriaco e tra i sostenitori e ideologi del piano di remigrazione, durante un incontro a Potsdam a cui erano presenti entusiasti  esponenti dell’AfD, questa forma di deportazione si baserebbe sulla volontarietà dei deportati: il grande piano di deportazione, per potersi realizzare appieno, deve far leva proprio sulla volontarietà degli indesiderati, inducendo il loro ritorno nel paese d’origine. Come rendere desiderabile un ritorno o meglio l’abbandono del paese in cui si è scelto di migrare (anche di chi, appunto, è tedesco di nascita) forzatamente? Approvando leggi ad hoc che rendano la vita quotidiana più difficile, trasformando «il ritorno» in una necessità che viene venduta dalla destra come volontarietà, come scelta di tornare e non come unica possibilità laddove le condizioni di esistenza non sono più possibili.

Il piano della remigrazione e la sua stessa forza gioca sull’uso delle parole e conta sulla costruzione di una architettura sociale ed economica che grazie ad una normativa ad hoc, limita le possibilità stesse di un’esistenza dignitosa del soggetto identificato come non assimilabile.

Altra questione di cui tenere conto riguarda i tratti degli «indesiderati»: non vi è un chiaro identikit del «deportato» che sia volontario o meno, il quale può avere o meno la cittadinanza, probabilmente ha un colore della pelle diverso e viene dall’Africa, in generale ha una storia di migrazioni. La questione riguarda anche le seconde generazioni laddove abbiano difficoltà a integrarsi: secondo questa costruzione discorsiva, non potendo essere incluse dovranno tornare a una terra che spesso non hanno mai conosciuto. 

L’idea di trasferire fisicamente persone diverse e non assimilabili non è nuova: il termine come spiega Eviane Leidig ricercatrice specializzata in estremismo e radicalizzazione online, è strettamente legato al complotto della «grande sostituzione etnica», che sostiene sia in atto un piano teso alla sostituzione dei bianchi in Occidente con individui di altre etnie. Una teoria complottista che ritorna con costanza: la remigrazione in questa costruzione narrativa diventa «la cura alla grande sostituzione».

La paura della grande sostituzione è un leitmotiv che ritroviamo nella destra nostrana, nelle sue varianti. Da Salvini ai fedeli di Meloni, la sostituzione è stata usata come arma di costruzione di paura nelle mani dei politici per spostare l’attenzione sul pericolo dei migranti e della loro invasione. Così la stessa parola «remigrazione» circolando nei discorsi, nei documenti, sui social e nei convegni organizzati diventa un termine sempre più usato e legittimato, il cui potere politico si definisce a partire dalla vaghezza della sua definizione, dalla possibilità di essere maneggiato dal politico in base al pubblico a cui desidera riferirsi, in base allo spazio in cui comunica e al ruolo che riveste in quello spazio.

Il contesto italiano

Insomma, il concetto di remigrazione non è nuovo, ma innovativo è l’utilizzo che ne viene fatto: nominato, utilizzato e ripetuto in diversi contesti e livelli di governo.

È degli ultimi giorni la notizia di un Summit che avrebbe dovuto tenersi a Varese o Milano, un summit europeo anti-migranti nel quale le organizzazioni promotrici avrebbero dovuto incontrarsi per rafforzare il piano per la remigrazione, ovvero il progetto di deportazione della popolazione «non bianca» e «non assimilabile». Da diversi mesi  alcuni esponenti del partito della Lega di Salvini hanno iniziato a fare uso del termine.  È il caso del deputato leghista Rossano Sasso che a inizio gennaio esprimendo solidarietà alla vittima delle presunte violenze sessuali avvenute in piazza Duomo la sera di Capodanno, ha commentato l’episodio con uno slogan rivolto ai colpevoli: «Remigrazione unica soluzione». Negli stessi giorni Alessandro Corbetta, capogruppo della Lega in Regione Lombardia, sempre in riferimento a quei fatti ha evidenziato come in Italia «dobbiamo parlare di remigrazione», cioè di un rimpatrio nei rispettivi paesi di «clandestini e criminali, ma anche di stranieri che scelgono di non volersi integrare». Al pari dei due, Riccardo Pase (consigliere lombardo della Lega) ha fatto riferimenti ai fatti, individuando come soluzione la «remigrazione» intesa «rimpatrio dei clandestini e di chi non si vuole integrare». La parola reimigrazione lanciata e rilanciata nei discorsi del partito a più livelli (negli stessi giorni alcune sezioni della Lega giovani di Como e Milano ne hanno fatto uso nei loro discorsi) sta diventano parte del linguaggio del partito di Matteo Salvini, alla ricerca di slogan chiari e radicali che possano rispondere alla paranoia politica esacerbata a partire dagli anni della pandemia.

Nel contesto italiano il concetto sembra rifarsi senza troppe ipocrisie all’idea della deportazione: una deportazione che è già in atto con l’accordo Rama-Meloni, la deportazione delle persone migranti che, data la riconferma di Rama alle elezioni, non subirà variazioni nei prossimi tempi.

La paranoia come arma politica

La questione delle migrazioni è stata spesso utilizzata dall’estrema destra come arma politica: e come ogni questione costruita per ottenere il consenso dell’elettorato, si è nutrita di immagini e retoriche nelle quali i complotti, come nel caso del Piano della sostituzione etnica, hanno avuto un ruolo chiave. La paranoia è un aspetto costitutivo delle costruzioni complottistiche che accompagnano la storia moderna e contemporanea. 

È possibile oggi individuare una paranoia costruita ad hoc da chi detiene il potere, una paranoia che risponde a un bisogno reale, che raccoglie domande reali che vengono dal basso. Il bisogno di rassicurazione in tempi di precarietà sociale ed economica, crisi pandemica e disastri ambientali è un bisogno legittimo. Si tratta di esigenze di rassicurazione da parte di persone che cercano sicurezza: le destre captano questo bisogno e lo inseriscono all’interno di una narrazione coerente che ha i tratti di una narrazione paranoica, una formula che potenzia il discorso paranoico.

Legittime le richieste dal basso, furbescamente costruite le soluzioni dall’alto, da parte dei partiti dell’estrema destra che individuano il nemico/i nemici, quindi il problema e la «soluzione» (la deportazione) da mettere in atto attraverso due step: la persuasione attraverso la violenza simbolica della legge e la deportazione, ovvero l’azione violenta che sposta il corpo e la vita del soggetto da un territorio ad un altro, da uno spazio ad un altro. 

La paranoia costruita attraverso i discorsi e alimentata dalle retoriche delle destre, dunque serve a legittimare politiche pubbliche, a partire dalle legittime paure che la politica tutta non può non considerare: paure che non sono finzioni, ma vissute emotivamente e fisicamente dal soggetto, paure che devono essere riconosciute dal mondo della politica per essere rinominate. Questa operazione è messa in atto dall’estrema destra, laddove essa riconfigura le paure, costruendo una narrazione semplice in cui il bene e il male sono ben distinti e le soluzioni logiche, data l’individuazione del problema nel migrante. Un racconto che la destra costruisce a partire da una condizione di crisi reale di un sistema capitalista che mostra senza vergogna i limiti delle sue promesse, tradite. Un sistema che la sinistra non riesce a mettere in discussione, lasciando ampio spazio a quelle costruzioni discorsive che semplificando la realtà, individuano soluzioni apparentemente chiare e di facile applicazione. 

La semplificazione di una realtà complessa è una operazione politica sconsiderata, ma che sembra funzionare. Gli individui sempre più soli e spaventati non hanno bisogno solo di protezione ma anche di dare nomi e volti a un colpevole perché identificare la colpa placa l’inquietudine. Ad oggi la risposta più chiara e forte è quella delle destre che propongono un modello esclusivo ed escludente che si è rafforzato dal tradimento delle promesse progressiste di un mondo in cui tutte e tutti saremmo stati liberi, uguali e felici.

L’estrema destra fornisce semplici e chiare soluzioni che si basano su presupposti costruiti ad hoc, anche grazie alle tecnologie che sono sempre nelle mani di attori che scelgono cosa comunicare. Costruendo una cornice  rafforzata dalle teorie complottiste che vengono riproposte e combinate con le notizie dei crimini commessi dalle persone migranti (la cui provenienza o colore della pelle vengono sempre evidenziati) o di quelle azioni che confermano il pericolo che essi rappresentano per l’intera società occidentale, l’estrema destra controlla e fomenta le paure, lavora con le emozioni delle persone rese vulnerabili dal sistema capitalista .

Ripartire dalle promesse tradite potrebbe essere un modo, non il solo, per provare a comprendere la sofferenza e la paura di chi trova nelle parole della destra un conforto e nella soluzione della remigrazione una soluzione sensata per rispondere al complotto dell’invasione/migrazione.

*Giulia Giraudo, dottoranda in mutamento sociale e politico, si è occupata di precarietà, con un focus sul collettivo San Precario.