Jacobin Italia

Siamo corpi insieme

12 Marzo 2025

Ci sono parole, modi di dire, automatismi linguistici, ritualità comunicative, che esprimono le difficoltà del sindacato attuale. L’organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici dev’essere molto più di un corpo intermedio

Esprimiamo forte preoccupazione per la fase di regressione che sta attraversando il paese, per gli impegni disattesi, per la mancanza di risposte, per la violazione degli accordi, per l’assenza di convocazione del tavolo di confronto, per la carenza di chiarezza, per la ridotta attenzione pubblica e politica sul tema, per i pesanti ritardi, per la prospettiva miope, per la mancanza dei dettagli nel piano industriale, per il massiccio e crescente ricorso agli appalti, per la continua svalorizzazione delle risorse, per il rifiuto del riconoscimento del ruolo del sindacato, per la compressione dell’azione sindacale, per l’indisponibilità ad ascoltarci, per le decisioni unilaterali sul raggiungimento degli obiettivi. Fatemela dire così, compagne e compagni abbiamo oltrepassato ogni limite e ribadiamo la necessità di farsi sentire. Proclamiamo lo stato di agitazione, per cui ha inizio una nuova fase di mobilitazione. Sarò breve…

Ecco lo ha detto. Più lo dice e più non lo è. Il sindacalista parla al piedistallo col microfono da decine di minuti. Sembra diventato parte del pulpito, sta con le mani a stringerne la base dove sono appoggiati gli appunti mentre muove le labbra davanti al microfono, un’antenna di un insetto triste. Legno, acciaio, plastica, pelle, cotone. Tutto si mischia in una figura robotica, un corpo meccanico. 

Prima di lui altri hanno parlato dal piedistallo. Si misurano in decine di minuti gli interventi: più sono lunghi, più aumenta il livello gerarchico nell’organizzazione. Più sono lunghi e articolati, più si mette in scena il potere nella struttura associativa, si ribadisce il prestigio, si marcano confini. Chi non interviene non esiste, poco importa se sei timida o se si ripetono le stesse identiche cose, con le stesse identiche parole e le stesse identiche preoccupazioni. Bisogna dirle, ripeterle. Forse non sono interventi, ma preghiere, se si ripetono si realizzano, se si ripetono si scacciano i guai, se si ripetono ci si crede, se si ripetono rintronano, ipnotizzano, cala la forza di dire qualcosa di diverso che possa incrinare certezze. Sicuramente sono riti con una forma precisa, sempre uguale a sé stessa. Se ti azzardi a introdurre novità, se porti una clessidra, se nomini la noia, trovi sempre qualcuno che ti ricorda: Si è sempre fatto così, esistiamo da più di centoventi anni e quindi… 

Quindi ci sono parole ed espressioni che sono ricorrenti, intercalari che consentono di individuare chi mastica il sindacalese da più tempo, e più lo mastichi più tranquillizzi l’organizzazione: ci riconosciamo, parliamo la stessa lingua, facciamo parte dello stesso corpo.  

Se si ascolta dall’inizio alla fine con attenzione ogni intervento va a finire che apri un quaderno e inizi ad annotare il sindacalese orrendo, con le frasi ritornello che paiono ormai senza senso, con quelle parole che vorresti metterti una cuffia per non sentirle o urlare come in Palombella Rossa, «le parole sono importanti!». Oppure ti fai prendere dallo slancio sincero di curiosità, dall’ingenuità e intervieni in maniera impropria.

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