Solo in campo la vita sparisce.
Diego Maradona
Con Diego andrei in capo al mondo, con Maradona non prenderei nemmeno un caffè.
Fernando Signorini, preparatore atletico e amico di Maradona.
Queste due frasi racchiudono molto di Maradona e di ciò che resta della sua figura un anno dopo la sua morte. La prima parla dell’elemento artistico del suo calcio. La seconda del cortocircuito tra il Diego-persona e il Maradona star e merce globale.
Solo in campo la vita sparisce
Nella prima frase Maradona parla del calcio come necessità, come elemento che fa sparire la vita. Ma perché la vita deve sparire? Perché la si sente almeno in parte insopportabile. Il calcio è bisogno di sottrazione, momento di creazione, divertimento e avventura che è al riparo da tutto, luogo in cui si è padroni, sicuri, lontano da ciò che si sente estraneo, capaci di dominare gli elementi e il contesto e di costruire e partecipare a trame che sembrano «più vere del vero». Pienamente adulti e nello stesso tempo dentro un’infanzia eterna.
È in questa opposizione tra giocare a calcio e vivere che risiede la dimensione artistica del calcio di Maradona. Non si può dire «chissà cos’avrebbe fatto se avesse avuto la testa» o «grande calciatore, piccolo uomo»: Maradona è Maradona nell’immaginario di milioni di persone non solo perché ha vinto, non solo perché giocava come giocava, ma perché abilità «sovrumana» dello sportivo e inadeguatezza alla vita dell’uomo si presentano intrecciati: la debolezza è necessaria alla forza, la forza in campo aumenta la debolezza fuori dal campo, ma senza debolezza non ci sarebbe la forza.
Il fascino di Maradona è quello di tutte le figure in cui paradiso e inferno si mischiano fino a essere indistinguibili. Non tutti gli artisti sono maledetti, ma senza avere almeno un presentimento di «maledizione» non esiste spinta al gesto artistico, e non si sente la necessità di viverci dentro.
Tutte le testimonianze di amici e compagni descrivono la metamorfosi istantanea che attraversava Maradona quando entrava in un campo, che fosse quello di allenamento o un grandissimo stadio: il passaggio immediato dall’insicurezza alla sicurezza, dalla debolezza alla forza, dal perdersi alla padronanza di sé, dalla pressione alla leggerezza. «Era felice solo mentre giocava», dicono.
Secondo gli amici d’infanzia Maradona forse non era, tra i ragazzini che giocavano nella periferia di Villa Fiorito in cui è nato e cresciuto, il più forte. A Fiorito era pieno di piccoli dribblomani che con il pallone sapevano fare quasi tutto. Diego era ovviamente tra i migliori, ma non è detto il migliore. Era il ragazzo per cui il calcio era più indispensabile, quello che sentiva di avere un bisogno assoluto di fare del calcio la sua vita, quello che qualsiasi cosa facesse girava con un pallone o una pallina da tennis o da ping pong tra i piedi. Come se il calcio fosse una dimensione artificiale, un mondo nel mondo in cui estraniarsi e con cui schermarsi. E l’arte è soprattutto questo, un’artificialità, una dimensione virtuale e parallela con cui separarsi dalla vita e avere la sensazione di dominarla, di ricrearla.
Questa tensione tra calcio e vita esiste già per il Maradona bambino, ma diventa sempre più forte con il Maradona calciatore, star mondiale (già da giovane, la persona più famosa del mondo), ragazzo che dai sedici anni diventa un capofamiglia che mantiene i genitori e sei fratelli, celebrità cercata e braccata ovunque andasse e per cui già a diciotto anni, a Buenos Aires, è impossibile fare un giro in città, andare al ristorante, comprare dei vestiti senza essere circondato da decine di persone che cercano di toccarlo, parlargli, avere un autografo, fare una foto, e che comincia a subire pressioni sempre maggiori da dirigenti, presidenti, sponsor, agenti, intermediari, politici.
E diventa sempre più forte la necessità di separarsi dalla vita col crescere dei problemi personali: i continui conflitti con la moglie Claudia per i suoi ripetuti tradimenti e le sue abitudini di vita, la pervasività dello sguardo giornalistico alla ricerca di scoop sulla sua vita privata, l’insonnia, l’alcol, la droga. Vicende e meccanismi per cui cadeva ciclicamente in spirali depressive. Che, appunto, sparivano in campo.
Maradona arriva depresso e oppresso da problemi personali perfino al momento più alto della sua carriera, i Mondiali di Messico ’86, quando riesce a realizzare la sua fame antica di una consacrazione mondiale. Poco prima era emersa la vicenda del figlio che aveva avuto con Cristiana Sinagra, che riconoscerà solo molti anni più tardi. Arriva in Messico moralmente distrutto, all’interno di un gruppo di calciatori molto conflittuale e continuamente criticato dalla stampa per il gioco e i risultati. Da quello stato d’animo e da quella situazione Maradona estrae «il gol più bello della storia» e «la Coppa del mondo vinta da solo».
Il «gol più bello della storia», il 2-0 all’Inghilterra nei quarti di finale, il gol raccontato da una delle cronache più belle storia del calcio, fatta via radio da Victor Hugo Morales («Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi… Aquilone cosmico, da che pianeta sei venuto per lasciare sulla strada tanti inglesi, perché il Paese sia un pugno stretto che esulta per l’Argentina?») è una giocata che Maradona ha fatto decine di volte, già sui campi di Fiorito: dribbling, finta, movimento d’anca, dribbling, corsa, rientro sul lato opposto. E mette in mostra l’insieme difficilmente replicabile delle sue qualità: controllo assoluto della palla, visione d’insieme, grandissima velocità, forza fisica. A queste qualità si aggiungevano la grande capacità di fare passaggi smarcanti, vedere spazi che gli altri non vedevano, posizionarsi nella zona di campo dove poteva dare più fastidio, la volontà di farsi dare la palla anche quando è circondato da tre o quattro avversari, la disponibilità di andare ad aiutare la difesa quando ce n’è bisogno.
Francisco Cornejo, il suo primo allenatore, diceva che quello che lo differenziava dagli altri ragazzi, oltre al talento nel toccare e gestire la palla, era «la testa». Maradona, in campo, aveva «la testa» già a nove anni, come se ci fosse nato: dribblava solo quando nessun compagno era posizionato meglio di lui, cercava la posizione tattica giusta, commentava e analizzava con l’allenatore momenti della partita e giocate, giocava per vincere.
Il pubblico ha trattato Maradona prima come un principe (il talento destinato a diventare re, ai tempi dell’Argentinos Juniors), poi come re (al Boca Juniors, nel suo ultimo anno argentino, e al Barcellona) e alla fine, a Napoli e dopo i mondiali dell’86, come un dio.
Come un dio, cioè come qualcosa/qualcuno che può tutto e che ha un controllo assoluto sul mondo. Il piacere estetico che provava chi lo vedeva giocare probabilmente derivava da quella sensazione: dal fatto che tra quel calciatore e «gli elementi del mondo», in quel momento riassunti in un pallone, nella sua forma e nelle leggi fisiche a cui come tutti gli oggetti è sottoposto, ci fosse un rapporto esclusivo con cui il giocatore esercitava un dominio sulla realtà, sul caos, sul caso, e costruiva forme che prima non c’erano. A questi «prodigi» si aggiungeva quello di riuscire a vincere dove sembrava impossibile farlo, come a Napoli e a Messico ’86.
Con Diego andrei in capo al mondo, con Maradona non prenderei neanche un caffè
L’innalzamento a condizioni quasi divine del calciatore cresce parallelamente ai pesi che l’uomo sopporta fuori. Impossibile essere solo umani quando si è trattati come dèi e si pretende che ci si comporti da dèi. Diego diventa un Titano, un Prometeo sospeso tra il divino e il maledetto. Diego e Maradona si scindono. In campo va Diego, che ogni volta che tocca erba e pallone torna esattamente dov’è sempre stato. Fuori, a sopportare la celebrità, le pressioni, i compromessi, le relazioni e i conflitti, e dall’altra parte a prendersi tutte le cose che i soldi, le merci e la celebrità possono offrire prendendole tutte fino a morire diverse volte, ci va Maradona.
Maradona vuole guadagnare più soldi possibile. Già da quando aveva diciassette-diciotto anni, insieme al suo agente dell’epoca, firma decine di contratti per pubblicità e sponsorizzazioni. Fa di sé un brand che veste marche sportive, diventa il volto di oggetti, prodotti, bibite, fa campagne di ogni tipo. I suoi trasferimenti da una squadra all’altra sono balletti tattici lunghissimi in cui il suo agente cerca di ottenere il massimo ingaggio. Questi soldi per lui sono presi «agli altri», ai ricchi, non è immorale chiederglieli, perché nella mentalità di Diego questi ricchi sono anche nemici, parassiti che si arricchiscono senza fare niente.
Maradona compra vestiti di lusso, macchine di lusso con pretese sempre più esclusive e personalizzate, che segnino anche visivamente il suo distanziamento da Fiorito e la possibilità di essere rispettato da quelli che lo hanno sempre disprezzato e insultato. Compra case, ville e arredamenti lussuosi per sé, poi vestiti, case e macchine per amici e parenti di cui in Europa si circonda per non sentire l’estraniamento dal mondo delle origini, e che vanno in giro prima per Barcellona, poi per Napoli disseminando locali, ristoranti e negozi di conti aperti e debiti a suo nome.
Maradona prende ma non accumula, spende tutto subito perché quasi tutto e quasi tutti sono a sua disposizione, ma molto della sua ricchezza la regala. «Diego» così non sparisce dentro Maradona, che resta «comunitario» anche nella vita privata. Non c’è mai non solo un compagno di squadra, ma nemmeno un giocatore avversario che ne parli male. Con i compagni non ha atteggiamenti da star, si mischia con il gruppo, spesso è portavoce delle richieste degli altri o chiede che i suoi guadagni e privilegi siano estesi ai compagni. Litiga solo, e da sempre, con allenatori autoritari, dirigenti, presidenti, capi delle istituzioni internazionali del calcio («i parassiti»).
Ma più passano gli anni più Maradona prende piede. La cocaina diventa una realtà artificiale e parallela che fa sparire la vita quando non può farlo il pallone. È un re capriccioso, bizzoso, che vuole vedere immediatamente realizzati i suoi desideri, a cui nessuno può dire di no pena il rischio di rottura del rapporto con lui, un sovrano che deve sempre decidere quello che fa e che nello stesso tempo ha sempre più bisogno di essere circondato da persone che gli organizzino una vita che da solo non sa organizzare, e che spesso diventano servi o opportunisti.
Re Lear
Quando smette di giocare, senza pallone, dell’arte e di Diego non resta niente. Resta un uomo vuoto che senza pallone non ha una collocazione nel mondo. Maradona si ritira nel 1997, e nei ventitré anni successivi della sua vita si vede davvero poco: un programma in Tv, qualche scorcio di stagione come allenatore prima in Argentina e poi in posti sempre più improbabili.
«Dopo il calcio, ti ritrovasti con te stesso e non sapevi come parlarti, cosa fare di quest’uomo nel frattempo svuotato. Per liberarti di questo uomo ‘inutile’ ti riempivi di droga, sesso, cibo, alcol. Sembrava volessi eliminarlo facendolo scoppiare», gli scrive Claudia in una lettera pubblica.
Diventa un Re Lear sempre più ingestibile, irascibile e incoerente. Dichiara amore sconfinato per le sue due figlie e un affetto infinito per Claudia, nel frattempo diventata ex moglie e gestora dei suoi affari. Ma poco dopo porta Claudia in tribunale accusandola di rubargli i soldi e toglie la parola alle sue figlie, accusate di essere d’accordo con lei. Poi si riappacifica con loro promettendogli eterna presenza e cose ed esperienze sontuose e inarrivabili. Poi ci litiga di nuovo. Fa figli non riconosciuti disinteressandosi di loro e delle loro madri.
Dall’altra parte, proprio dopo il calcio Diego fa un’altra delle cose che lo rendono irripetibile: si politicizza in un modo che nessuno sportivo e nessuna «star» ha mai nemmeno lontanamente avuto il coraggio di fare. «Spostando» il suo naturale antagonismo antiautoritario, popolare e populista dalle autorità del calcio a quelle sociali, sostenendo apertamente e pubblicamente la rivoluzione cubana e i governi bolivariani dell’America Latina, prendendo posizioni apertamente anticapitalistiche.
Idolatrato, odiato, tradito, esaltato, disprezzato, Maradona è una miscela irripetibile di arte e mercificazione dell’arte, di umanità e arroganza, generosità ed egoismo, naturalezza e artificialità, distanza dalla vita e immersione nella vita e nei suoi sotterranei. Una figura divinizzata ma non distante, una prometeica sospensione tra divino e troppo umano capace di suscitare identificazione, perché in lui si rendeva estremamente evidente quell’intreccio di paradiso e inferno che costituisce tutti gli umani.
*Loris Caruso insegna sociologia all’università di Bergamo. È membro del Cantiere delle Idee e di Paese Reale.
**L’illustrazione è di Antonio Pronostico.

