Scrivo questo articolo dal regime di Didattica a distanza che forse, ora che mi leggete, è la norma in molte scuole del paese. Qui in Campania, la regione in cui risiedo e lavoro, la scuola in presenza è stata un’illusione durata un paio di settimane. Poi siamo precipitati in un pauroso déjà-vu: gli schermi, le piattaforme digitali e le conversazioni stantie tra docenti su come evitare che gli alunni copino le verifiche scritte e si facciano suggerire le risposte durante quelle orali. Perché sono abili, loro, sanno sfruttare meglio di noi tutte le opportunità che la distanza mette a disposizione: le tecnologie digitali, ma anche le loro molteplici possibilità di fallimento.
«Scusi prof, la connessione non va».
«Non so perché stamattina il microfono non si accende».
E noi lì a roderci il fegato. Sarà vero? O si sta prendendo gioco di me? Se lascio correre, mi considereranno una stupida e allora sarà finita, non avranno più alcun rispetto per la mia persona. È un attimo, i nervi saltano, gli scambi verbali si fanno incandescenti, la relazione si logora.
Stamattina facevo notare ad alcune colleghe le criticità di una verifica a distanza degli apprendimenti a causa delle disparità di strumenti tecnologici e competenze digitali. Per tutta risposta ottenevo suggerimenti su come far posizionare le videocamere per garantirmi la contemporanea visione di volti, mani, elaborati.
