Nessuno ha inventato i Consigli di fabbrica. Eppure sono esistiti ed esisteranno. Senza sminuire il ruolo creativo di organizzazioni politiche, sindacali e sociali, il filo conduttore della storia dei Consigli di fabbrica in Italia, dal 1919-20 fino ai giorni nostri, è che nelle vicende del movimento operaio riemerge costantemente la tendenza alla democrazia diretta dentro i luoghi di lavoro. Perché accade? Che cosa differenzia questa democrazia da quella rappresentativa? In che cosa questa dinamica è ascrivibile al fenomeno tipico delle rivoluzioni che chiamiamo «dualismo di potere»?
La fabbrica non è solo del padrone
La prima contraddizione da cui nasce questo fenomeno è quella tra la proprietà privata dei mezzi di produzione e la funzione sociale dell’azienda. La fabbrica è un luogo privato, ma non è un luogo privato qualsiasi. È del padrone ma non completamente, perché all’interno la vivono persone che, pur non essendo proprietarie, hanno diritto a organizzarsi e a pretendere che quel luogo vada in una certa direzione. Si tratta in fondo della prima contraddizione da cui nasce la storia del movimento di lavoratrici e lavoratori. La seconda contraddizione, che sostanzia il dualismo di potere nel luogo di lavoro, è quella tra la nascita e lo sviluppo della società democratico-borghese e la dittatura economica che si vive nei luoghi di lavoro. In una società democratica si vota, si partecipa, si ha diritto di parola, di espressione, di organizzazione. È la stessa società borghese ad affermare l’idea che non possa governare un monarca con un diritto ereditario. L’esperienza dei Consigli di fabbrica del 1919-20 viene infatti determinata anche dall’allargamento della base elettorale democratico-borghese verificatasi nel 1913. Gli operai – solo maschi visto che il diritto di voto non era esteso alle donne – iniziano a pensare che se si può partecipare alla decisione della composizione del Parlamento si può partecipare anche alle decisioni in fabbrica. È la contraddizione tra il capitale che concede spazi presuntamente democratici ma che li inibisce nel «laboratorio segreto» della produzione. Una contraddizione che emergerà molte volte nella storia del movimento operaio esprimendosi, nel dopoguerra, nella parola d’ordine – in parte contraddittoria perché agita in una modalità normalizzatrice, per alcuni aspetti pre-concertativa – di «portare la Costituzione nelle fabbriche».
In ultima analisi però, a creare i Consigli di fabbrica è la lotta. È difficile pensare che tali forme di democrazia diretta possano nascere in periodi di riflusso. Tutte le forme di dualismo di potere che portano la democrazia a un livello superiore nascono sulla base delle esigenze di lotta. Nascono proprio perché le vecchie forme di organizzazione sono troppo burocratiche e non riescono a seguire i ritmi e le esigenze della lotta.
Il «Biennio rosso» del 1919-20, come dimostra la cronaca delle vertenze di quegli anni, fu un ciclo di rivendicazioni economiche di grande portata che produsse un fiorire di scioperi. E lo sciopero ha bisogno di essere organizzato e poi anche di una sua forma rappresentativa. Per questo nascono le Commissioni interne. La lotta è un enorme flusso di pensieri, parole, decisioni, riunioni improvvise. E tutto questo sfocia in un movimento verso forme di democrazia diretta che alimentano la lotta stessa.

