«Il calcio fa parte del sistema culturale ed economico italiano e non può avere logiche, soprattutto nelle relazioni internazionali, diverse da quelle del Paese a cui appartiene». Travolto dalle polemiche, il presidente della Lega Serie A Gaetano Micciché difendeva così dieci giorni fa la decisione di giocare in Arabia Saudita la finale di Supercoppa Italiana tra Milan e Juventus, in programma mercoledì. Una giustificazione autoassolutoria, per un’associazione privata, quella di rinviare alla linea del governo – meglio, dei governi – la ragione ultima di una scelta che controversa sarebbe dovuta apparire sin dall’inizio; eppure, una giustificazione difficilmente eccepibile, sempre nell’ottica di un privato che pensi anzitutto agli affari: perché avremmo dovuto porci noi il problema, se per lo Stato non c’è? A suscitare tanti tardivi dubbi è invece ora un polverone mediatico che poco indaga le reali intenzioni e iniziative politiche manifestate finora. Perché se rade (per non dire assenti) erano state le voci critiche all’annuncio dell’accordo con Riad, lo scorso giugno, adesso è partita la corsa a dissociarsi senza incidere su nulla, anche da parte dei responsabili dell’esecutivo che pure, a vario titolo, qualche azione concreta potrebbero compierla per dare prova del loro dissenso. Tanto da lasciar credere che sia solo di facciata.
«È una tristezza, è una schifezza, io quella partita non la guardo», si indignava in una diretta Facebook il ministro dell’Interno Matteo Salvini a proposito del divieto per le donne di recarsi senza accompagnatori uomini a vedere la partita allo stadio di Gedda – una circostanza peraltro smentita poco dopo dall’ambasciata saudita a Roma, che però non ha potuto negare la segregazione all’interno dello stadio, con le tifose confinate nel settore per famiglie. A inizio luglio, con l’accordo sulla Supercoppa già metabolizzato – circa 24 milioni di euro per tre finali in 5 anni, il doppio di quelli precedenti – lo stesso Salvini riceveva al Viminale l’ambasciatore di Riad in Italia, Faisal bin Sattam bin Abdulaziz al Saud. «L’Arabia Saudita costituisce un elemento di stabilità e affidabilità tanto nei rapporti bilaterali quanto come attore nel più generale scacchiere mediorientale. È mia intenzione rilanciare la collaborazione tra i due Paesi per riprendere un dialogo costruttivo non solo in tema di sicurezza ma in tutti i settori economici, commerciali e culturali», spiegava dopo il colloquio il titolare dell’Interno, esprimendo peraltro la volontà di recarsi a fine anno in Arabia Saudita. Quindi: più affari con la Corona dei Saud, non si riscontrano cenni a ostacoli di carattere politico o religioso, né una parola sulla situazione dei diritti umani. Non proprio lo stesso approccio sbandierato ora sui social. Ha quindi cambiato idea? Nessun atto di governo lo indica, finora.
Qual è la posta in gioco? L’interscambio tra Italia e Arabia Saudita nel 2017 è stato di 7,4 miliardi di euro (+9% su base annua) – e non è che nel commercio le donne appaiano molto più tutelate che negli stadi, nonostante alcune sbandierate missioni di imprenditrici; e le vendite di armi (soprattutto le bombe costruite in Sardegna e poi sganciate sullo Yemen) ha contribuito con oltre 50 milioni di euro. Salvini non era al governo. Ora che c’è, vuole anzi più affari. E né lui né altri nell’esecutivo lo stop all’export militare. Prevedibile realpolitik, che peraltro non distingue granché l’Italia dal resto d’Europa – per non parlare del mondo, Usa in testa. Dei diritti umani, si continua a non fare cenno. È quindi legittimo tirarli in ballo poi, quando la propaganda lo richiede? E solo tirarli in ballo, senza poi compiere alcun gesto concreto – quello che i governi possono fare, se davvero vogliono – per difenderli? Se al momento dell’accordo per giocare in Arabia Saudita, o anche dopo, si fosse espresso – lui o il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, magari –, la Lega Calcio non avrebbe oggi nessuna foglia di fico dietro cui nascondersi. Serviva una scelta politica, che non c’è stata. E nulla fa pensare che ci sarà.
La condanna, beninteso, non è giunta solo da Salvini. È stato un coro unanime attraverso l’intero arco costituzionale: né si sono sottratti quelli che al governo c’erano prima, e che del business con Riad – anche militare – erano stati orgogliosi promotori. Un’occasione di visibilità che le forze (più o meno dichiaratamente) islamofobe non si sono lasciate sfuggire. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia: «Le donne possono andare solo accompagnate nel settore famiglie, da sole no, perché l’Islam non lo ammette». A parte la già citata smentita saudita – possono sì andare solo nel settore famiglie, ma anche non accompagnate – un banale ma evidentemente necessario fact checking impone di chiarire che il divieto non è dettato dall’Islam, ma dalla legge in vigore in Arabia Saudita; in altri Paesi musulmani, per dire, questo non accade. Non solo: la stessa normativa di Riad è mutata, e probabilmente muterà ancora in futuro. Proprio un anno fa, alle donne fu finalmente permesso per la prima volta di assistere a una partita allo stadio – Milan-Juve appare quasi come l’anniversario perfetto per la propaganda della Corona – nell’ambito delle riforme spinte dal principe ereditario Mohammed bin Salman insieme, per esempio, alla riapertura dei cinema. E la stessa Lega Serie A rilancia presentando l’evento come un’occasione per i diritti: «La nostra Supercoppa sarà ricordata dalla storia come la prima competizione ufficiale internazionale a cui le donne saudite potranno assistere dal vivo».
La fragilità delle argomentazioni non ha però tardato a rivelarsi. Lo stesso Micciché spiegava poco dopo che l’accordo con Riad «probabilmente» non l’avrebbe fatto se Jamal Khashoggi fosse già stato brutalmente ucciso nel consolato saudita di Istanbul: un delitto di cui sono fortissimamente indiziati uomini dell’entourage dello stesso ‘riformatore’ bin Salman. Insomma, qualche dubbio sull’opportunità di giocare lì quella partita, legittimando di fatto gli sforzi cosmetici dell’erede al trono, sarebbe alla fine venuto anche agli organizzatori. Ma ormai è comunque tardi. Del resto, sempre seguendo la dottrina della Lega Serie A, nessun segnale di inversione di rotta è arrivato neppure dal governo dopo l’uccisione del reporter, il 2 ottobre scorso. Ancora Micciché: «L’Arabia Saudita è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale grazie a decine di importanti aziende italiane che esportano e operano in loco, con nostri connazionali che lavorano in Arabia e nessuno di tali rapporti è stato interrotto». Quindi la linea: «Il sistema calcio non può assurgere ad autorità sui temi di politica internazionale, né può fare scelte che non rispettino il sistema Paese. Al contrario, è un fondamentale supporto alla promozione del made in Italy e dei suoi valori». Proprio dei suoi valori, insomma?
Che il calcio sia soprattutto business, non stupisce nessuno. Che sia solo business, probabilmente nemmeno, ma ammetterlo è certo più scomodo. “L’area dei ricavi è ciò che mantiene tutti, è inutile essere ipocriti con noi stessi: se non ci sono ricavi, non c’è niente”, chiarisce Micciché. Prima di quella a Gedda, due finali di Supercoppa Italiana si erano giocate nel vicino e oggi nemico Qatar – dove pure non è che le donne o la comunità lgbt siano liberissime di andare in giro come vogliono – senza suscitare grosse perplessità. Lì del resto ci andranno tutti – e l’Italia pure spera di farlo – a giocare il prossimo Mondiale. Problemi?
*Cristoforo Spinella, giornalista, lavora per l’agenzia Ansa, si occupa in particolare di Turchia e Medio Oriente. I suoi reportage sono apparsi su diversi magazine, tra cui L’Espresso. È autore di Pezzi di turchi. Storie da un paese in trasformazione (Editori internazionali riuniti). Su Twitter è @crisspinella

