Jacobin Italia

Terra, arte e libertà in Palestina

9 Giugno 2025

Due attivisti palestinesi raccontano il ruolo della loro comunità artistico-teatrale e agricola a protezione della terra nella lotta contro l’occupazione di Israele

Adham e Asal fanno parte di Popular Art Centre – Pac, un’associazione culturale basata sulla costruzione di comunità artistico teatrale e agricole a protezione della terra come fonte di patrimonio, identità e resistenza nella lotta contro l’occupazione di Israele. 

Nell’ambito della campagna a supporto dell’agricoltura contadina e del lavoro in autogestione promossa dalla rete Fuorimercato, Popular Art Centre ha lanciato un appello a sostegno dei progetti artistici, economico e sociali portati avanti in Palestina, sia a Gaza che in Cisgiordania. 

Qual è la situazione attuale in Palestina a Gaza e in Cisgiordania? 

Sono passati oltre 600 giorni di guerra genocida contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza. Decine di migliaia di persone sono state uccise e oltre 150.000 ferite, e oltre a questo, la vita di 2 milioni di persone è stata irreversibilmente distrutta. Intere famiglie sono state cancellate dall’anagrafe palestinese. Scuole, ospedali: tutto è stato distrutto. L’obiettivo è distruggere la vita e ogni prospettiva di vita dignitosa, rendere Gaza inabitabile, sfollare la sua popolazione e reinsediare l’area. Questo è l’obiettivo dichiarato da tempo del progetto coloniale sionista di insediamento, che si vuole raggiungere attraverso molteplici mezzi che violano tutti i principi fondamentali della decenza umana. Attualmente, la carestia è diffusa a Gaza. Non c’è cibo né acqua da 90 giorni.

I bambini muoiono di fame (più di 100 bambini sono morti di fame e malnutrizione) e altri muoiono a causa della mancanza di medicine e cure mediche. Intere famiglie, ripetutamente sfollate, sono state bruciate nelle loro tende a causa di bombardamenti indiscriminati. Il bilancio medio delle vittime è di 100 martiri al giorno, per quasi 2 anni. Avrete sentito parlare della famiglia della dottoressa Najjar – nove dei suoi figli sono stati uccisi, qualche giorno fa è stato annunciato che anche suo marito è deceduto per le ferite riportate nello stesso bombardamento – o avrete visto il piccolo Ward cercare di fuggire dall’incendio che ha distrutto anche la sua famiglia. Il cibo viene usato come arma di fame contro il popolo palestinese. Il cibo è stato a lungo trasformato in un’arma specifica contro la popolazione di Gaza, attraverso l’uso di diete da fame, così come contro l’intera Palestina dall’arrivo del sionismo, attraverso vari mezzi territoriali, culturali ed economici. Ciò contraddice tutti i valori umanitari e legali, eppure sta accadendo sotto gli occhi di tutto il mondo. Sentiamo nuove dichiarazioni e retoriche da parte dei governi europei, ma finora non hanno preso misure concrete per fermare questo genocidio, dopo quasi due anni di violenze estreme di ogni genere. 

In Cisgiordania è in atto un processo accelerato di presa del controllo dei territori, della loro annessione allo Stato occupante. La scorsa settimana è stata presa la decisione di costruire 22 nuovi insediamenti illegali. La settimana precedente è stata approvata una nuova legge israeliana per annettere l’Area C – che costituisce il 61% della Cisgiordania – allo Stato occupante e consentire ai coloni di possedere terreni al suo interno. Centinaia di case sono state demolite nei campi profughi, soprattutto nella Cisgiordania settentrionale, sfollando oltre 60.000 persone che ora sono sparse nei villaggi circostanti. Le città palestinesi vengono isolate l’una dall’altra attraverso l’installazione di 900 posti di blocco e cancelli di ferro che possono essere chiusi in qualsiasi momento per impedire gli spostamenti della popolazione. Gli attacchi dei coloni contro villaggi e terreni agricoli sono senza precedenti, con incendi di case, automobili, raccolti e ulivi. Ogni giorno si verificano brutali aggressioni, lunghe attese ai posti di blocco e insopportabili sofferenze quotidiane, che si aggiungono a un blocco economico senza precedenti e a condizioni di vita estremamente dure. Tutto ciò mira a spostare gli abitanti dei villaggi in città geograficamente isolate, a prendere il controllo delle loro terre e a eliminare qualsiasi sogno di istituire uno Stato palestinese.

Questo processo di pulizia etnica di fellahin e beduini (la classe dei lavoratori agricoli) dalle loro case e di trasferimento nei centri cittadini rientra nel progetto sionista con il supporto degli inglesi, attuato ancora prima della fondazione di Israele con la Nakba nel 1948. 

Lo scorso fine settimana abbiamo visitato agricoltori e cooperative nel nord della Cisgiordania. Subiscono quotidianamente violenze e attacchi da parte sia dei coloni che dei militari. Continuano, con grande rischio personale e perdite finanziarie, ad andare avanti con i loro sforzi di lavorare la terra e migliorare la sovranità alimentare delle loro comunità, contro ogni previsione.

Data la situazione attuale, come riuscite a proseguire le attività sia a carattere artistico-teatrale che quelle delle cooperative agricole? 

La speranza è l’arma che abbiamo nelle nostre mani. Le persone e le comunità locali sono la nostra bussola e il fulcro del nostro lavoro per rafforzare la resilienza. Come abbiamo spiegato in precedenza, la situazione sul campo è molto difficile e le condizioni sono complesse, ma dobbiamo continuare a lavorare: attualmente forniamo supporto psicologico e fisico a bambini, madri e giovani a Gaza e in Cisgiordania attraverso varie forme d’arte: teatro, dabke, musica, ecc.

Il supporto psicologico è estremamente importante in queste condizioni perché offre sempre la speranza di una vita migliore. Attraverso questo lavoro, trasformiamo immagini di distruzione in immagini di vita nella mente e nei ricordi dei bambini. Sosteniamo le istituzioni giovanili e di base in queste aree per organizzare iniziative comunitarie in tutti i settori, in base alle esigenze locali, come squadre di primo soccorso, iniziative agricole, progetti culturali e artistici e interventi di mutuo aiuto. Stiamo anche aiutando economicamente le persone a migliorare la loro resistenza. Collaboriamo e sosteniamo le cooperative agricole e incoraggiamo altre ad adottare nuove iniziative. Attualmente, forniamo formazione completa, orientamento e supporto amministrativo commerciale a oltre 30 realtà agricole. Aiutiamo le famiglie a piantare il terreno intorno alle loro case e forniamo loro semi e piantine per incoraggiarle. In queste condizioni e sotto assedio, ogni anno sosteniamo oltre 400 orti domestici affinché le persone possano sopravvivere con i prodotti delle loro famiglie.

Cosa intendete per economia di resistenza e come la mettete in pratica? 

Pratichiamo sia la resistenza culturale che quella economica. Per quanto riguarda la resistenza economica – o economia della resistenza – crediamo di dover coltivare ogni metro quadrato della nostra terra come passo verso la liberazione della Palestina. L’economia della resistenza è un metodo di resilienza e sopravvivenza. Rafforza l’autosufficienza e si basa sulla produzione locale e sulle risorse interne per contrastare il piano di occupazione e controllo della terra, imporre l’assedio economico e la fame, smantellare le strutture di solidarietà sociale e sostituirle con sistemi individualistici frammentati. Il loro obiettivo è trasformare il palestinese da contadino o produttore associato a consumatore passivo – qualcuno più facile da assediare, affamare e sfrattare! Lavoriamo per rafforzare le basi della resilienza, in particolare promuovendo la produzione locale per rompere la dipendenza dall’occupante, proteggere la terra attraverso l’agricoltura e le cooperative e sostenere l’economia artigianale locale nelle città palestinesi. Questa è una risposta alla brutalità del capitalismo, al sistema del libero mercato e alle importazioni dall’estero, nonché un modo per preservare l’identità collettiva palestinese, che è un pilastro della lotta palestinese per la libertà.

Nel contesto di occupazione e violenza in corso, come è possibile produrre conoscenze agricole alternative e liberatorie? E chi sono le persone/entità/organizzazioni coinvolte in questo progetto? 

Lavoriamo all’interno di una rete di organizzazioni di base e cooperative agricole diffuse in tutte le aree palestinesi. Questo quadro flessibile si basa sullo scambio di conoscenze, esperienze e risorse e sulla ricerca di alternative liberatorie basate sulla comunità. In questo contesto, affrontiamo le sfide collettive e a come superarle nel contesto di un’occupazione in corso e, allo stesso tempo, di un sistema di libero mercato basato sullo sfruttamento e sulla concorrenza. A partire da questo, abbiamo avviato diverse iniziative e stiamo lavorando per implementarle: la raccolta, l’archiviazione e la moltiplicazione di semi tradizionali, in quanto pietra angolare della sovranità alimentare; la diffusione delle conoscenze acquisite attraverso la pratica ad altri agricoltori tramite corsi di formazione e video educativi. In assenza di politiche economiche e sociali, creiamo casse e fondi di solidarietà locali per aiutare e compensare le perdite causate dall’occupazione e dalle avversità meteorologiche, dovute al cambiamento climatico. Adottiamo un approccio di strategie di vendita di base per rompere il monopolio degli intermediari sfruttatori, attraverso mercati popolari.

*Quest’intervista è stata fatta in collegamento dalla Palestina durante la Libera Repubblica del Pomodoro – festa di Sfruttazero che si è tenuta il 2 giugno al giardino Mimmo Bucci al quartiere Libertà a Bari. La traduzione è di Shahd Awayed.