Jacobin Italia

Terrorism bug

6 Novembre 2020

Gli attacchi di questi giorni di singoli individui in situazioni differenti, non sono una «nuova ondata» di terrorismo coordinato. Siamo di fronte a catalizzatori della violenza in continua mutazione che mostrano una falla di sistema

Alla fine quello di Vienna non era un attacco «stile Parigi 2015». È arrivato il rituale messaggino dell’Isis – «è un nostro soldato» – ma appunto si trattava di un solo terrorista, non era all’opera un commando.

Invece per diverse ore sui media questa ipotesi è stata data per certa. È rimasta in piedi fino alla fine. Si è cercata la rete dei complici, il supporto logistico, un indizio che facesse assomigliare l’attacco a qualcosa di orchestrato per bene, con disciplina militare. Invece no: Kujtim Fejzulai, 20 anni, ha attaccato da solo. Così come Zaheer Hassan Mahmoud, 25 anni, che ha attaccato ignari passanti ferendone due di fronte all’ex sede di Charlie Hebdo, come Abdoulakh Abouyezidvich, 18 anni, che ha ucciso Samuel Paty e come Brahim Aoussaoui, 21 anni, che ha ucciso tre persone nella cattedrale di Notre Dame a Nizza.

È sembrata una «nuova ondata» di terrorismo, o perlomeno così è stata descritta, ma frazionando e analizzando le informazioni si scopre che quest’onda è abbastanza anomala. Per quanto riguarda la Francia si può dire che è lunghissima: quel paese è da anni ormai vessato da attacchi di questo genere, più o meno letali, più o meno frequenti. Nel 2020 sono sette in tutto; quest’ultimo periodo possiamo leggerlo come un «picco» dovuto al combinato disposto del ritorno in auge delle vignette con le dichiarazioni di Macron sulla lotta al «separatismo islamico», ma in Francia il problema è grosso e strutturale, come testimoniano le carneficine passate. Per quanto riguarda l’Austria siamo invece all’attentato numero uno, all’anno zero del terrorismo islamista autoctono. L’onda sembra più che altro caduta dal cielo anche se, a ben guardare, possiamo scorgere un’escalation di tensione dovuta a dichiarazioni e leggi «anti-terrorismo islamico» progressivamente più stringenti. Dunque: c’è un movente per i tre attacchi in Francia e un altro movente per l’attacco in Austria.

Insomma poche cose, anzi nessuna, fanno pensare a un coordinamento, a un piano complessivo. A Parigi il pakistano dice di aver fatto tutto da solo, compresa la montata di rabbia contro gli autori delle vignette, a Conflans-Sainte-Honorine il ceceno non dichiara affiliazioni, a Nizza il tunisino apparterrebbe a un fino a oggi sconosciuto – e forse inesistente – gruppo combattente del «sud della Tunisia» (ma non è lui ad affiliarsi a quel gruppo, bensì un anonimo tunisino), a Vienna l’austriaco di origini albanesi-macedoni sarebbe, secondo la rivendicazione, un soldato dell’Isis, con tanto di nome di battaglia, e sappiamo che, di certo, usava un lessico, una gestualità e posture che lo rendevano perlomeno un aspirante combattente del «Dawla».

Ognuno di questi attentatori aveva un background diverso. Il pakistano era migrato in Francia nel 2018, il ceceno era lì rifugiato dal marzo 2020, il tunisino era arrivato in Francia pochi giorni prima dell’attacco, l’austriaco frequentava una moschea ora chiusa per radicalismo. Anche solo guardandoli in faccia, guardando i loro vestiti, si colgono le differenze. Per non parlare di quanto diverse siano potute essere le reti attraverso le quali questi attentatori si sono radicalizzati. Non è difficile immaginare quanto sia diversa la vita di un cittadino austriaco da quella di un rifugiato ceceno in Francia, quanto siano diverse le «fonti» di un tunisino e quelle di un pakistano.

Tutto questo ci racconta, ancora una volta, di un fenomeno molto complesso e di alcuni catalizzatori della violenza, di una incapacità di fermarla con i soli strumenti dell’intelligence e della repressione, essendo il fenomeno globale, in estrema e continua mutazione. In altre parole ci racconta qualcosa che era già evidentissimo cinque anni fa: siamo di fronte a una falla strutturale di questo sistema, un sistema che va cambiato radicalmente se si desidera davvero che la violenza cessi. Eppure c’è chi ancora, di nuovo e disperatamente, se la prende con cose, persone e gruppi immaginari: chi invoca la «linea dura», (come se non ci fosse già da diversi anni), chi se la prende coi «buonisti» (parlando come un certo Anders Breivik, che finì per ucciderne più di settanta), chi si scaglia lancia in resta contro gli «islamocomunisti» che odiano la laicità e la libertà di espressione.  

*Lorenzo Declich è un esperto di mondo islamico contemporaneo. Traduttore dall’Arabo di saggi e romanzi, è autore tra l’altro di Islam in 20 parole (Laterza, 2016), Giulio Regeni, le verità ignorate (Alegre, 2016) e Siria, la rivoluzione rimossa (Alegre, 2017).