Neanche un anno dopo la sanguinosa guerra di occupazione dell’Etiopia che Mussolini pomposamente definiva «conquista dell’Impero», gli invasori italiani erano ancora in pochi, e non dormivano bene. Militari e camicie nere, insieme alle «truppe indigene» arruolate in colonia, non avevano mai smesso di combattere e percorrevano in lungo e in largo il vasto entroterra alla caccia delle formazioni resistenti etiopiche ancora in armi. Gli altri, civili o in camicia nera, erano per lo più asserragliati nelle città, e ascoltavano con apprensione le notizie di «bande ribelli» pericolosamente vicine. La repressione della resistenza – eufemisticamente definita «grande polizia coloniale» ma in realtà fatta di uccisioni, villaggi bruciati e raccolti distrutti – dopo molti mesi pareva tuttavia aver dato i suoi frutti: molte formazioni erano state disarmate; i loro capi e componenti eliminati o deportati nel terribile campo di internamento di Danane, in Somalia.
Il neonato impero fascista pareva insomma sulla via di una lenta normalizzazione, quando gli occupanti ebbero un brusco risveglio. Il 19 febbraio 1937, Yekatit 12 secondo il calendario etiopico, Rodolfo Graziani, viceré d’Etiopia e governatore generale dell’Africa Orientale Italiana, era su un palco nella capitale Addis Abeba, nel pieno svolgimento di una cerimonia pubblica, quando due patrioti di origine eritrea, Mogus Asghedom e Abraham Debotch, lanciarono nella sua direzione alcune bombe a mano che uccisero sette persone e ne ferirono molte altre. Tra queste lo stesso Graziani, che venne portato via d’urgenza. Da parte italiana l’attentato produsse panico, vuoto di potere, confusione nella catena di comando, volontà di vendetta esemplare frammista alla necessità di riaffermare il prima possibile e senza dubbi l’autorità italiana. Conseguenza di tutto questo fu un massacro difficile da descrivere.
Nei momenti subito successivi al fatto, le truppe italiane presenti sul posto presero a sparare indiscriminatamente sulla folla. Fuori città, le truppe nei presidi ricevevano l’ordine di iniziare una marcia concentrica verso Addis Abeba sparando a vista a chiunque incontrassero e dando fuoco alle abitazioni etiopiche. Una camicia nera, in una lettera spedita il 30 aprile, raccontò così quella marcia:
Stupiti, partimmo anche noi dal nostro fortino, in pieno assetto di guerra, e seguiti da carri armati e motociclette con mitragliatrici: e percorremmo diecine [sic] di chilometri, sparando su qualunque individuo di colore che incontravamo, e massacrando, nelle stesse loro capanne, tutti gli indigeni che si trovavano sul nostro cammino.
Giunti alla periferia della città, di fronte agli agglomerati di tucul – piccoli edifici di abitazione – al cui interno si erano chiusi gli etiopici,
siccome non potevamo colpirli tutti a fucilate, i nostri ufficiali fecero mettere in azione i lancia-fiamme: così in dieci minuti facemmo divampare, come roghi, centinaia e centinaia di tuculs, nei quali c’erano donne, vecchi e bambini, che furono abbrustoliti…
Frattanto nella città, la massima autorità politica rimasta, il segretario federale del Partito nazionale fascista Guido Cortese, ordinò la rappresaglia sguinzagliando, letteralmente, la popolazione italiana. Operai, camionisti, civili e camicie nere, avuta carta bianca dal Partito, per tre giorni trasformarono la città in un girone infernale in un’orgia di brutalità che ha pochi paragoni nella storia del colonialismo europeo.
I diplomatici stranieri ce ne danno una testimonianza vivida nelle allucinate missive che spedivano nelle rispettive capitali. Il rappresentante statunitense Cornelius Engert il primo giorno della strage telegrafava a Washington:
I nativi sono stati picchiati e mitragliati indiscriminatamente e le loro capanne sono state bruciate. Bombe incendiarie sono state sganciate da aerei operanti nelle periferie della città, e attualmente si sente in tutta la città una buona dose di colpi di fucile e anche di cannone da campo. Le strade sono state ripulite dagli indigeni e tutti gli italiani, compresi gli operai civili, girano pesantemente armati.
E il giorno seguente aggiunse:
Dal momento dell’incidente, bande disordinate di lavoratori e camicie nere armati di asce, mazze o fucili hanno vagato per le strade e, con rivoltante ferocia, hanno ucciso tutti i nativi in vista, anche le donne.
Il diplomatico francese Albert Bodard lo definì un pogrom, riferendo che
I cadaveri sono così numerosi che non si possono eseguire degne sepolture; i corpi vengono ammucchiati e cremati sul posto dopo essere stati cosparsi di benzina. Interi quartieri di tucul abissini furono dati alle fiamme con lanciafiamme e bombe a mano. In vari casi gli occupanti indigeni, impossibilitati a fuggire, venivano bruciati vivi nelle loro abitazioni. Ogni notte, la città è circondata dalle fiamme. […] regna una grande confusione in cui camicie nere, truppe, e operai militarizzati sembrano lasciati liberi di agire a loro piacimento.
E ancora:
Anche i camionisti inseguivano gli abissini con le loro vetture, o le lanciavano ferocemente contro i nativi per schiacciarli. Quando le vittime esitavano a morire, i manganelli aprivano i loro crani e riportavano alla ragione i recalcitranti.
Simile il racconto dei testimoni britannici:
Per due giorni e mezzo gli etiopi, ovunque si trovassero e qualsiasi cosa facessero, furono braccati, picchiati, fucilati, trafitti con le baionette o bastonati a morte. Le loro case sono state bruciate e in alcuni casi loro stessi sono stati respinti tra le fiamme per morire bruciati. Con questo massacro furono combinati bottino e saccheggio. I seguenti incidenti che sono riferiti da testimoni affidabili illustrano bene la condotta degli italiani. Una banda di otto camicie nere è stata vista picchiare con bastoni, apparentemente a morte, un etiope le cui mani erano state prima legate dietro la schiena. […] Un colonnello italiano ha fermato la sua macchina in una strada principale per buttare giù un gruppo di tre etiopi, un uomo e due donne. Dopo aver picchiato l’uomo si è scagliato contro la donna, ma notando l’auto di una Legazione straniera lì vicino ha desistito. […] Forse uno dei motivi principali dietro l’azione degli italiani era quello della paura, poiché in nessun momento dalla loro occupazione si sono sentiti sicuri.
Dopo tre giorni, quando giunse infine l’ordine di cessare le violenze, il bilancio delle vittime fu spaventoso: circa tremila morti, ma i calcoli più recenti effettuati da Ian Campbell hanno stimato un numero sei volte superiore, forse vicino alle ventimila persone. E fu solo l’inizio di una efferata rappresaglia che, nei mesi successivi, insanguinò l’Etiopia con episodi raccapriccianti come l’esecuzione sommaria di circa duemila monaci e diaconi del monastero di Debre Libanos . Ma quel che accadde tra il 19 e il 21 febbraio rimane come episodio particolarmente significativo non solo per le proporzioni e per la brutalità, ma per il fatto che i protagonisti furono italiani, in buona parte civili, che non eseguivano ordini, che non rispondevano a logiche militari, ma a cui era stata semplicemente lasciata mano libera. In un successivo rapporto il consolato britannico commentava, a posteriori, che «Addis Abeba è stata la scena di tali orrori come raramente sono stati commessi, se mai lo sono stati, da rappresentanti di una qualsiasi nazione moderna e civile».
Chi si ricorda di quegli orrori? Se ne ricordava bene l’Etiopia, che nel dopoguerra chiese l’estradizione dei criminali di guerra italiani, per poi limitarsi ai soli Badoglio e Graziani. Ma gli Alleati, Gran Bretagna e Stati Uniti soprattutto, nell’incipiente atmosfera della Guerra fredda preferirono appoggiare la linea italiana che prevedeva il diritto di giudicare i propri criminali di guerra da sé, in patria. Cosa che di fatto non avvenne mai, tranne rari casi, tra cui un Rodolfo Graziani cui venne chiesto conto per il suo ruolo nella Repubblica Sociale ma non per quanto commesso in Etiopia e prima ancora in Libia. L’Etiopia fece un ultimo, infruttuoso tentativo nel 1949, e poi lasciò perdere, ma non dimenticò. Nel 1955 Haile Selassie affidò allo scultore croato Antun Augustinčić il compito di creare il «Monumento alle Vittime del Fascismo», che sopravvisse alla monarchia, alla dittatura militare, e tuttora troneggia a Sidist Kilo Square, in ricordo di cosa avvenne nello Yekatit 12.
Qui in Italia, al contrario, nessuno ricordò più quel 19 febbraio. Ciò che avvenne non ebbe né monumenti né menzioni nei libri di testo. La mancanza di una «Norimberga italiana», com’è noto, ha avuto profonde conseguenze nel radicamento dell’immagine del bravo italiano. Inoltre, nel dopoguerra l’Italia, democratica e antifascista, cercò di accreditarsi come portatrice di interessi legittimi nelle sue ex colonie (Etiopia, l’impero conquistato dal fascismo, esclusa) presentando il suo passato coloniale in una luce positiva, attraverso una ricostruzione che eliminava tutte le violenze e le discriminazioni per lasciare solo il lavoro svolto dai poveri emigranti che, forti solo della loro tenacia, costruirono infrastrutture e valorizzarono terreni altrimenti lasciati al deserto. E anche quando, a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, sfumò l’ipotesi di qualsiasi possibile coinvolgimento istituzionale italiano nelle ex colonie a eccezione dell’amministrazione fiduciaria della Somalia, questa narrazione sopravvisse. Alimentata da anni di pubblicazioni e discorsi che trovavano concorde tutto l’arco parlamentare, l’idea del «buon colonizzatore» sedimentò nella cultura e nell’immaginario, dalle ricostruzioni giornalistiche ai libri di testo per le scuole, fino a diventare uno dei pilastri dell’identità nazionale repubblicana.
Del 19 febbraio, o di Debre Libanos, non parlò più nessuno a eccezione di qualche flebile traccia, fino alla fine degli anni Novanta quando nuovi studi, sulla scia di alcuni anticipatori come Angelo Del Boca, Enzo Collotti e Giorgio Rochat, hanno portato alla luce certi lati oscuri della storia italiana senza però incidere più di tanto nella coscienza collettiva né innescare un vero dibattito pubblico. Questa refrattarietà è durata a lungo. Lo dimostrano la scarsa eco di libri come il diario del giornalista Ciro Poggiali, pubblicato nel 1971 ma mai più ristampato, o le memorie del medico ungherese Sáska László, anche lui testimone oculare della strage, pubblicate in inglese nel 2015 e mai tradotte in italiano. Così come mai tradotto è The plot to kill Graziani, il primo volume con cui, nel 2010, Ian Campbell ricostruì l’attentato del 1937. Segno forse di un risveglio dell’attenzione il fatto che il volume successivo, The Addis Ababa massacre, del 2017, sia stato (finalmente) tradotto anche in Italia l’anno seguente, ma senza che questo abbia dato grandi scossoni all’anestetizzata coscienza che questo paese ha del suo passato .
Il 19 febbraio, e gli eventi successivi, continuano a essere ignorati dalla cultura mainstream, trascurati dai programmi scolastici, sostanzialmente sconosciuti alla maggioranza degli italiani.
Quest’assenza – di memoria, di consapevolezza, di dibattito – si riflette su paesaggi urbani in tutta Italia ancora pervasi di monumenti, statue, strade e piazze che celebrano l’espansione coloniale, le sue battaglie e i suoi protagonisti. Nella maggior parte dei casi senza alcun intervento pubblico di modifica, di risignificazione, neanche una riga a spiegare al passante che no, la via in cui abita o lavora non si chiama Amba Aradam in riferimento a un massiccio montuoso etiopico, ma in ricordo di una sanguinosa battaglia. Nel suo libro Paesaggi contaminati Martin Pollack si chiede se, visitando un luogo, non dobbiamo porci sempre la domanda: ha qualche cosa da nasconderci? È davvero così innocente, idilliaco come sembra? Che cosa troviamo se iniziamo a scavare? E a Roma ne troveremmo molti, di questi luoghi. Nomi esotici, strani a volte difficili da pronunciare, di fronte a cui la maggior parte dei romani probabilmente non si pone domande, e che invece di domande dovrebbero suscitarne parecchie. Almeno due, tanto per cominciare: che cosa rappresentano? Perché non sono solo luoghi geografici, puntini sulla mappa, a ognuno di loro è collegato un evento e ogni evento ci racconta una storia e se leggiamo tutti in fila questi toponimi coloniali, leggiamo la Storia d’Italia, e della sua espansione in Africa. E la seconda domanda, altrettanto importante, è chi ha deciso che debbano stare lì, che a quei luoghi e a quegli eventi debba essere data la solenne importanza di una via, a imperitura memoria?
Ma i tempi, cantava Dylan, stanno cambiando. Ce lo ricorda il Parlamento europeo che nel 2019 ha approvato una risoluzione sui diritti fondamentali delle popolazioni di origine africana che imputa le cause delle discriminazioni razziali al mancato riconoscimento di fenomeni come «la riduzione in schiavitù, i lavori forzati, l’apartheid razziale, i massacri e i genocidi nel quadro del colonialismo europeo». Lo ribadisce il Piano d’azione dell’Ue contro il razzismo 2020-2025, secondo cui «I pregiudizi e gli stereotipi possono essere innanzitutto affrontati riconoscendo le radici storiche del razzismo. Il colonialismo, la schiavitù e l’Olocausto sono parte della nostra storia e hanno profonde conseguenze per la società di oggi. Salvaguardare la memoria è fondamentale per incoraggiare l’inclusione e la comprensione». E, sulla scia di movimenti «dal basso» come Rhodes Must Fall e poi Black Lives Matter, alcuni paesi come Francia e Belgio hanno avviato un intenso dibattito pubblico sulle responsabilità e sull’eredità coloniale.
E in Italia? Anche qui qualcosa ha iniziato a muoversi. Il 6 ottobre 2022 l’Assemblea capitolina ha approvato la mozione 156/2022 che chiede alla giunta, fra l’altro, di avviare un processo di risignificazione della toponomastica coloniale, seguita dai consigli comunali di altre città fra cui Bologna e Torino. Via o piazza Addis Abeba è un toponimo che non ricorda una città qualsiasi, ma il luogo in cui il 19 febbraio iniziò uno dei peggiori massacri della storia italiana. È un luogo «contaminato», e come tale deve essere trattato con cautela, mettendo in guardia chi ci passa di fronte, disinnescandolo e decolonizzandolo. E il modo migliore per rendere questi luoghi inoffensivi, il primo passo necessario, è educare a essere consapevoli di cosa questi nomi e questi luoghi rappresentano.
Per questo scopo si è costituita la Rete Yekatit 12-19 febbraio, che unisce in modo informale la galassia di istituti, associazioni, e singoli soggetti provenienti da tutta Italia che da anni si occupano del problema. Per promuovere l’applicazione della mozione 156, la Rete nel febbraio 2023 ha organizzato a Roma una settimana di eventi sul colonialismo italiano e le sue eredità. Quest’anno la Rete torna, più grande, con un ricco calendario di appuntamenti dal 12 febbraio per quattro mesi, non più solo a Roma ma anche in numerose altre città tra cui Bari, Bologna, Firenze, Milano, Modena, Napoli, Padova. Conferenze, dibattiti, spettacoli, passeggiate, concerti che hanno come obiettivo diffondere la conoscenza e stimolare la riflessione critica sul colonialismo nel passato e nel presente dell’Italia, su ciò che è stato commesso, e sul peso che quella storia ha avuto nella formazione dell’identità nazionale. Anche grazie a questo impegno, forse, gli italiani inizieranno a ricordare il 19 febbraio, quale passato racconta e quale presente ha contribuito a costruire.
*Emanuele Ertola è ricercatore presso l’università di Siena dove insegna Storia contemporanea. Tra le sue pubblicazioni In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero (Laterza, 2017) e Il colonialismo degli italiani. Storia di un’ideologia (Carocci, 2022).

