Jacobin Italia

Tra utopia e pianificazione

14 Ottobre 2025

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Troy Vettese ha un «piano per salvarci dall’estinzione, dal cambiamento climatico e dalle pandemie» che tiene insieme tradizione utopista, scienza e condizioni materiali

Troy Vettese è storico dell’ambiente presso l’Università di Berkeley, California. Nel 2021, insieme allo scienziato del clima Drew Pendergrass, ha scritto Socialismo di Metà-Terra, da poco tradotto in italiano da Mimesis. Pensato come un recupero della tradizione socialista utopista, il libro propone un «piano per salvarci dall’estinzione, dal cambiamento climatico e dalle pandemie». Di fronte a un mondo che brucia, l’ecosocialismo non può più evitare di fare i conti con i limiti del pianeta, i costi della transizione energetica e quelli delle nostre abitudini, anche alimentari: la pianificazione consapevole e democratica diventa l’unico strumento possibile.

Potresti raccontarci come è nato questo libro? 

Circa dieci anni fa un editore mi chiese di recensire Power Density di Vaclav Smil, che affronta il rapporto tra produzione energetica e superficie terrestre. In sostanza, Smil spiega che le energie rinnovabili hanno bisogno di molto più spazio dei combustibili fossili: questo di per sé non compromette l’obiettivo di una transizione rinnovabile, ma dimostra che quest’ultima richiede un costo importante e tuttavia raramente discusso. In quel periodo lessi anche un saggio dell’entomologo E.O. Wilson e del suo collaboratore Tony Hiss sulla loro proposta di Metà-Terra: espandere le riserve naturali di cinque volte – fino a coprire metà del pianeta – per evitare un’estinzione di massa. Quell’estate ero anche diventato vegano e riflettevo spesso su quanto l’allevamento, rispetto alle colture, fosse molto più vorace di terra. Così, nel giro di pochi mesi, mi sono reso conto di come tre grandi problemi – la produzione di energia, la conservazione della fauna selvatica e l’agricoltura – fossero in competizione tra loro a causa della scarsità di terreno.

Alla fine del 2015 la mia amica Astra Taylor mi ha incoraggiato ad approfondire questa mia idea. Ci sono voluti quasi tre anni prima che il mio saggio To Freeze the Thames fosse pubblicato sulla New Left Review. Un anno dopo, mentre mi stavo confrontando con due editor di Verso sulla possibilità di trasformare l’articolo in un libro, ho incontrato Drew Pendergrass: aveva letto il mio saggio e mi aveva scritto per tradurre il mio schema in un modello scientifico. Eravamo alla stessa università, anche se io come ricercatore post-doc in storia e lui come laureando in fisica, quindi è stato facile incontrarsi. Dopo un po’, gli ho proposto di lavorare insieme a un libro: ho capito che insieme avremmo potuto sviluppare argomentazioni scientifiche e matematiche che io non sarei stato in grado di elaborare da solo. Poco dopo è scoppiata la pandemia e abbiamo scritto il libro durante la quarantena, rinchiusi a Toronto e Cambridge.

Una delle cose che ci sono piaciute di più del libro è il recupero del genere utopico come strumento politico. Viviamo in un periodo storico in cui persino la sinistra ha abbandonato il pensiero utopico, come ha recentemente sostenuto Nina Rismal in The Ends of Utopian Thinking in Critical Theory. I movimenti ambientalisti, come Fridays for Future e Ultima Generazione, concordano sulla necessità di un altro mondo. Tuttavia, mancano ancora idee precise su come questo mondo dovrebbe essere, aspetto che invece è al centro del vostro libro. Perché l’utopia ha un importante potenziale per un’azione politica radicale?

Il mio utopismo ha due radici: l’«utopismo scientifico» di Otto Neurath e, quasi paradossalmente, le fantasie conservatrici di Friedrich Hayek. Scoprire Neurath è stata una rivelazione. Non ne avevo mai sentito parlare prima che Drew e io ci immergessimo nella storia della pianificazione e ci imbattessimo in un paper sul calcolo «in natura» (ovvero basato su unità fisiche anziché monetarie), scritto dai teorici della pianificazione Paul Cockshott e Allin Cottrell. Neurath era uno storico dell’economia e filosofo appartenente al Circolo di Vienna. Dopo aver lavorato presso il Ministero della Guerra durante le guerre balcaniche del 1912-1913 e la Prima guerra mondiale, nel 1919 divenne capo pianificatore della Repubblica sovietica bavarese e poté così applicare quanto appreso dalla pianificazione bellica all’economia socialista. Il suo approccio alla pianificazione era insolito poiché ripudiava i meccanismi di mercato e sperimentava la partecipazione democratica alla pianificazione utilizzando i musei come strumenti pedagogici. Neurath era un socialista ma non un marxista, e quindi non esitava a criticare i freni marxisti alla speculazione utopica. Sosteneva che questo tabù lasciasse la sinistra impreparata a governare quando finalmente tra il 1917 e il 1919 in tutta Europa stavano scoppiando le rivoluzioni. Neurath ci ha offerto un metodo per affrontare molti problemi ambientali simultaneamente, come le emissioni di gas serra, l’uso del suolo, i tassi di estinzione, l’uso dell’acqua, la disponibilità di combustibili non rinnovabili, eccetera. Che l’approccio di Neurath sia utile per l’ecosocialismo non vuol dire che lui stesso sia stato un ecosocialista, ma la sua opera dà molto a cui pensare.

È una coincidenza piuttosto strana che il mio utopismo sia ispirato da Neurath e, contemporaneamente, dai suoi antagonisti neoliberisti. Definire i neoliberisti come utopisti potrebbe sorprendere, ma Hayek riconobbe nell’utopia un punto di forza. In uno dei suoi primi saggi, sostenne che i liberisti dovevano adottare l’utopismo della sinistra per ispirare e rendere coeso il proprio movimento politico. Naturalmente, l’utopia liberista è bizzarra: il mercato, non l’umanità, è l’agente della storia, e il ruolo dei neoliberisti è assecondarne l’apoteosi finché non assorbirà interamente la natura e la società. Come ha sostenuto Philip Mirowski, i neoliberisti, avendo obiettivi a lungo, medio e breve termine tra loro interconnessi, sono in grado di coordinare una strategia sofisticata, mentre una sinistra non-utopista può solo difendersi senza contrattaccare. 

Ai marxisti piace dire che l’utopismo è frivolo, ma si sbagliano. Riflettere concretamente sui problemi che un’economia pianificata deve affrontare e sui cambiamenti necessari per stabilizzare il sistema Terra è un esercizio piuttosto serio, perché rivela la distanza che ci separa da dove dovremmo essere. Colmare il divario tra obiettivi a lungo termine e tattiche a breve termine è estremamente pratico. I marxisti possono formulare ancora altre critiche al capitalismo, ma chi si sta davvero preparando se una rivoluzione scoppiasse domani? È difficile prendere sul serio la classica risposta marxista che un socialismo democratico e sostenibile emergerebbe spontaneamente. Una tale transizione richiede invece una notevole lungimiranza e sperimentazione, soprattutto se vogliamo superare i difetti che hanno ostacolato i regimi del XX secolo. Pensatori marxisti come Fredric Jameson o Mark Fisher si sono lamentati all’infinito del fatto che i neoliberisti rendono impossibile immaginare come le cose potrebbero essere diverse, ma questo è sbagliato: sono piuttosto i marxisti stessi, non i neoliberisti, ad aver bandito l’utopismo. Immaginate se le cose fossero invertite, se i neoliberisti si rifiutassero di definire il neoliberismo e si impegnassero solo a criticare il socialismo: sarebbe fantastico per la sinistra!

La vostra ricetta utopica non è normativa, ma mira a dare le informazioni e i parametri necessari perché chi vi legge possa cominciare a pianificare democraticamente il mondo. Per esempio, il socialismo di Metà-Terra non impone il veganismo. Tuttavia, tu e Drew dimostrate che una dieta vegetariana – e ancor più una dieta vegana – faciliterebbe la pianificazione socialista in un mondo equo e sostenibile dal punto di vista ambientale, riducendo il consumo di terra, le emissioni, l’esposizione alle pandemie e lo sfruttamento di altri esseri viventi. Il veganismo è stato a lungo visto con sospetto dai socialisti, in quanto considerato una scelta che ricade nel campo della sfera individuale e non in quello dell’azione collettiva, o come un tema che strizza l’occhio alla moda borghese quasi contrapponendosi a una mitica «tradizione popolare» a base di carne (una tradizione, quest’ultima, che in realtà è tutta un’invenzione). Perché sostenete che il socialismo sarà vegetale o non esisterà? E come spiegate questa resistenza da parte del socialismo?

Sto proprio finendo un saggio su questo argomento per Current Affairs. I proto-socialisti che vissero intorno al 1789 erano spesso vegetariani o quantomeno si erano dilettati nell’erbivoria. Nel movimento owenista e in altri esperimenti socialisti utopistici degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento c’erano molti vegetariani, e una corrente di socialisti eterodossi «erbivori» è rimasta viva fino al XX secolo: tra loro, George Bernard Shaw, Henry Salt, Charlotte Despard, Franz Kafka e Angela Davis. Naturalmente, anche l’anarchismo è pieno di vegetariani, come il comunardo Élisée Reclus o le band punk straight edge degli anni Novanta. E anche i liberali radicali hanno prestato attenzione alla questione animale. Insomma, all’interno della sinistra, sono i marxisti, con la loro prevalente ostilità alla liberazione animale, a fare eccezione, e questo rimane vero nonostante il fiorire dell’ecosocialismo nell’ultimo decennio.

Il marxismo è strano quando si tratta della questione animale poiché si basa su una concezione idiosincratica della natura umana. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 Marx sosteneva che l’«essenza-specie» dell’umanità era il lavoro cosciente, storico e universale, in quanto trasformava costantemente la natura in organi esterni o strumenti («il corpo inorganico dell’uomo»). Al contrario, gli altri animali erano automi inconsci, «una cosa sola con la loro attività vitale». Questa concezione dell’essere umano ci eleva al di sopra degli altri animali e al contempo rende impossibile l’utopismo, perché ci pone in uno stato di perpetuo mutamento, come quello attuale, che rende discutibili i progetti per il futuro. Secondo questo ragionamento, solo gli esseri umani sono creature storiche, autocoscienti, che diventano «universali» trasformando il resto della natura in estensioni dei nostri corpi.

Al contrario, i socialisti utopisti studiarono come vivevano gli esseri umani prima della civilizzazione per conoscere la natura umana e così scoprirono il vegetarianismo, l’amore libero e la proprietà condivisa come condizioni naturali per l’umanità. La loro concezione della natura umana non erigeva alcuna barriera rigida tra noi e gli altri animali, rendendo quindi facile immaginare la loro liberazione insieme alla nostra. 

Ci sono due ragioni per cui i socialisti non dovrebbero consumare carne: una pratica e una teorica. In primo luogo perché, come avevano già capito Percy Bysshe Shelley e persino Platone, la produzione di carne richiede enormi quantità di terra, il che porta a guerre e disuguaglianze. È impossibile avere contemporaneamente la produzione di energia rinnovabile, la conservazione della biodiversità e l’allevamento di animali, e lo sarebbe ancor di più se il mondo intero mangiasse carne allo stesso livello dell’Europa. Il veganismo permette di ridurre significativamente la pressione sulla terra, rendendo così realizzabili altri obiettivi. In secondo luogo, i socialisti non dovrebbero consumare la carne perché dovrebbero criticare ogni forma di oppressione. Dal punto di vista del capitale, il confine tra schiavo, lavoratore, macchina e animale è piuttosto sfumato, e i capitalisti sostituiscono facilmente l’uno con l’altro. Il fatto di essere tutte forze della natura (ciò che Marx chiamava Naturkraft) reindirizzate verso l’espansione del capitale dovrebbe fornire la base di una nuova, più ampia, solidarietà.

In un’epoca di catastrofi ambientali, pensare al futuro spesso suscita ansia. Le correnti socialiste più ottimiste tendono a immaginare un futuro di comunismo automatico, in cui le persone liberate dal lavoro vivono in un mondo dominato dall’automazione, dalle tecnologie e dall’intelligenza artificiale. Al contrario, voi proponete un futuro socialista in cui metà del pianeta verrà restituito alla natura e la vista di un grande predatore o di un gruccione sarà fonte di meravigliameraviglia. Perché dovremmo preferire il rewilding alla geoingegneria?

Un aspetto lodevole della tradizione socialista utopica è che permette di concepire in modo diverso il desiderio umano. Il marxismo, pur credendo che gli esseri umani siano creature dinamiche e in continua evoluzione, sembra accontentarsi di prendere i desideri capitalisti attuali e di trapiantarli nel futuro, come fosse incapace di immaginare una vita radicalmente diversa. Per me sarebbe tragico creare finalmente un socialismo funzionale e democratico se il suo unico scopo dovesse essere quello di massimizzare i consumi. 

Ovviamente tutte le persone dovrebbero avere un alloggio, l’accesso alle cure, all’istruzione, al trasporto pubblico e così via, ma il marxismo non sembra riuscire a immaginare una vita radicalmente diversa. Il socialismo dovrebbe essere più della semplice realizzazione della promessa capitalista di estendere l’abbondanza della classe media al di là della borghesia. Alyssa Battistoni nel suo ultimo libro sostiene in modo convincente che i marxisti che fanno della piena automazione una precondizione necessaria per la libertà hanno, ironicamente, una nozione di libertà piuttosto ristretta. Forse che se non possiamo effettivamente avere la piena automazione e quindi roba illimitata, allora la libertà socialista è impossibile? Marx ha scritto spesso di come il capitalismo riduca l’esperienza sensoriale del mondo attraverso il lavoro ripetitivo, la poca aria e la poca luce nelle fabbriche, le condizioni di vita precarie, il cibo scadente e così via. Riteneva che i lavoratori fossero ridotti alle sole necessità primarie, abbassati al livello degli animali (la sua concezione dà per scontato che gli animali vivano il mondo in questo modo, e ovviamente io non sono d’accordo). Eppure, Marx ha detto poco su come il socialismo possa ridare centralità ai nostri cinque sensi. Mi ha ispirato un saggio in cui Irving Goh paragona il concetto di «diventare animale» di Jacques Deleuze e Félix Guattari all’idea taoista di wuwei («l’azione del non agire»). «Diventare animale» è una relazione che lega un individuo a una creatura selvaggia, basata su un intenso fascino per un animale libero. Penso che uno dei migliori esempi sia Il falco pellegrino di J.A. Baker, un libro senza trama che mostra come e perché prestare attenzione al mondo. Il libro non è una raccolta di fatti a proposito degli uccelli: parla del desiderio. Baker sosteneva che «anche le emozioni e il comportamento del birdwatcher sono dei fatti e devono essere registrati in modo veritiero». Penso che questo tipo di attenzione al mondo, il non fare nulla dimenticando sé stessi e acuendo i propri sensi, sia un’esperienza bellissima. Lo stesso vale per il concetto di sublime, dimenticato dai socialisti e snobbato dai post-umanisti alla moda come Donna Haraway. Il sublime, come il «divenire-animale», dipende da una natura autodeterminata. Gli animali domestici, come hanno osservato Deleuze e Guattari, non possono ispirare il «divenire-animale» perché non sono liberi, proprio come un paesaggio ben curato non può ispirare il sublime. Per vivere pienamente la vita abbiamo bisogno di un pianeta selvaggio, e quindi proteggere ed espandere la natura selvaggia deve essere parte integrante del socialismo.

Sappiamo che tu e Drew state lavorando a un secondo libro. Puoi dirci qualcosa su questo nuovo progetto?

Come avete osservato, Socialismo di Metà-terra è agnostico su come dovrebbe essere esattamente il socialismo, ma vuole rendere visibili le interrelazioni e i trade-off tra politiche diverse, come la geoingegneria, il rinselvatichimento, l’energia nucleare, il veganismo eccetera. Abbiamo creato un videogioco per mettere quest’approccio in pratica, permettendo a chiunque di trovare le proprie soluzioni alla crisi ambientale. Il prossimo libro sarà per certi versi speculare al primo e focalizzato sull’etica socialista. Drew e io siamo ispirati dalla frase di Walter Benjamin secondo cui «l’origine è la meta», che ha preso in prestito da Karl Kraus. Come Neurath, Kraus era uno di quegli uomini rinascimentali che nella Vienna di inizio Novecento abbondavano. Era anche un socialista insolito, che non credeva nel mito del progresso, sacrosanto per la maggior parte dei marxisti, e che causticamente osservava che «il progresso fa borse di pelle umana». 

Invece di accelerare ciecamente in avanti, alla maniera del marxismo volgare, ci chiediamo cosa succederebbe se le correnti socialiste si rapportassero diversamente con la storia. Studiare il passato ci permette di tornare al presente e al futuro con obiettivi e domande diversi. Il nuovo libro avrà capitoli sull’origine della vita, sul socialismo, sulla pianificazione, sul concetto di «planetario» e sulla democrazia. Per fare un esempio concreto, prendiamo la democrazia. A ispirarci è Every cook can govern, il saggio in cui C.L.R. James elevò l’antica Atene a modello di democrazia socialista. Pur mettendo da parte il fatto che schiavitù e patriarcato ne erano parte integrante, tornare semplicemente a una polis che aveva al massimo 250.000 abitanti contando sia la città sia la campagna circostante potrebbe non sembrare molto utile come modello per le nostre società, molto più grandi e complesse. Eppure, immergendoci nella storia dell’antica Atene e dei Caraibi di metà Novecento, possiamo immaginare il futuro della democrazia socialista in modo diverso.

*Virginia Magnaghi è storica dell’arte ed è ricercatrice presso la Biblioteca Hertziana di Roma. Giovanni Tonolo è assegnista di ricerca in storia presso l’Università di Firenze.