Jacobin Italia

Ue-Mercosur, pessimo menù

10 Giugno 2026

Con la scusa delle condizioni geopolitiche, il nuovo accordo tra Ue e Mercosur segue una logica che assomiglia a quella del neoliberismo rampante di trent’anni fa: accelera concentrazioni, produzioni intensive e devastazione ambientale

Il Primo maggio 2026 è entrato in vigore, per la sua parte commerciale, l’accordo di liberalizzazione degli scambi tra l’Unione europea e i paesi del «Mercato del Sud» o Mercosur: Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Forzato dalla Commissione europea con il decisivo appoggio del governo italiano, è stato presentato come la riscossa strategica Ue nel disordine globale. Secondo la narrativa ufficiale dovrebbe rafforzare l’Europa, avvicinarci al Sud America, ridurre la dipendenza dalle grandi potenze rivali, a partire da Usa e Cina, e rilanciare una globalizzazione «amica» in un mondo fratturato. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Per l’Ue parliamo di una crescita dello 0,1% del Pil in circa dieci anni. Con un trattato «zombie», concepito dentro la grammatica neoliberale degli anni Novanta, trascinato per oltre ventisei anni di negoziati in un mondo in rapida riconfigurazione.

Sarebbe importante che l’Europa avesse una strategia che guardasse al Mercosur come partner prioritario. Il fatto che Trump, negli stessi giorni, abbia ottenuto dall’Argentina molto di più come accesso al mercato, oltre a un’accoglienza tutt’altro che ostile a Brasilia, racconta ben altro. Le misure dell’accordo, inoltre, sanciscono la fine, con la scusa della geopolitica, della soggezione degli affari privati ai diritti universali che l’Unione vantava a fondamento della propria «differenza» nella globalizzazione. Un’evidenza, se si osserva il trattato attraverso tre lenti: lo stato del commercio mondiale con l’espansione dei paesi emergenti; l’impatto dell’Eu-Mercosur sul loro sviluppo e il nostro; la forzatura istituzionale operata dalla Commissione per chiudere un accrocco tardivo dal punto di vista geopolitico, marginale dal punto di vista macroeconomico, regressivo dal punto di vista sociale, incoerente dal punto di vista ambientale e pericoloso dal punto di vista democratico.

Bruxelles ha la vista corta

La prima constatazione non riguarda Bruxelles, ma quel mondo che Bruxelles sembra non vedere più. L’agenzia Onu che monitora scambi e sviluppo, Unctad, ha di recente incoronato dieci paesi emergenti come la principale piattaforma economica del Sud globale. Nel Report Two decades of intra-Brics trade è emerso che, alle iniziali 5 potenze del Sud Globale – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica –, si sono affiancati altri 5 paesi – Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati arabi uniti – che dal 2024 costituiscono il principale snodo degli scambi per il Sud Globale e pesano per il 27% nella produzione del mondo, per il 24% nelle esportazioni di merci e per il 22% nella destinazione di investimenti diretti esteri globali. Nel 2003 rappresentavano il 15,7% del Pil mondiale; nel 2024 sono al 26,9%, mentre, a parità di potere d’acquisto, il loro peso passa dal 24% del prodotto mondiale nel 2003 al 39% nel 2024. Non è una periferia che attende l’accesso benevolo al mercato europeo. È un blocco di economie che ha già spostato il baricentro della globalizzazione.

Il saldo commerciale è ancora più netto. Le esportazioni totali di merci dei Brics verso il mondo passano da 906 miliardi di dollari nel 2003 a 5.900 miliardi nel 2024; le importazioni da 783 miliardi a 4.920 miliardi. La quota dei Brics sulle esportazioni globali raddoppia, dal 12% circa al 24%; quella sulle importazioni globali sale dal 10% al 20%. Ma il dato più rivelatore è quello interno: il commercio intra-Brics di beni cresce da 84,2 miliardi di dollari nel 2003 a 1.170 miliardi nel 2024, oltre tredici volte in 10 anni. Dentro questo sistema, è la Cina il centro di gravità. Nel 2024, spiega Unctad, le esportazioni cinesi verso gli altri Brics arrivano a circa 500 miliardi di dollari, molto più degli altri, e le importazioni cinesi dagli altri Brics superano i 500 miliardi: quindi aprire il mercato europeo ai Brics significa spalancarlo a merci e commerci cinesi. È qui che l’accordo Ue-Mercosur appare come un  recupero tardivo. Mentre l’Europa negoziava per decenni un trattato fondato sullo scambio classico tra industria europea e agro-export sudamericano, il Brasile – il cuore economico del Mercosur – veniva riassorbito in una geografia commerciale dove la Cina e i Brics giocano un ruolo crescente.

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